Rajae Bezzaz, reporter, conduttrice radiofonica e storica inviata di Striscia la Notizia, presenta il suo libro “L’araba Felice – La vita svelata di una musulmana poco ortodossa” e “Otto. Radici nel deserto”, graphic novel musicata in collaborazione con Emanuele Leone e Luciano D’Addetta.
Dice di sentirsi un po’ “Ironman”: figlia di un miscuglio culturale che per molti è sinonimo di spaesamento, Rajae Bezzaz è riuscita a trasformarlo nella sua più grande forza. Dal Marocco all’Italia, è sempre stata una personalità curiosa ed aperta alla sperimentazione. Oggi firma opere come “Otto. Radici nel deserto” e “L’araba Felice. La vita svelata di una musulmana poco ortodossa”, quest’ultimo presentato di recente sul palco di Rimini al fianco di Simona Ventura.
La nostra chiacchierata, però, va ben oltre l’approfondimento sui suoi progetti di scrittura: come si può costruire un’identità quando la propria vita è stata uno spostamento continuo? Quali difficoltà si possono incontrare quando si vive al confine di due mondi? In quest’intervista, Rajae ci racconta della sua storia, dei suoi valori e del significato di non tradirsi per non tradire.
La tua vita è stata dettata dagli spostamenti, dalla Libia al Marocco fino a sei città italiane diverse. So che hai scritto un libro intitolato “L’araba Felice”, mi chiedevo se, in qualche modo, la scrittura è diventata per te un modo per fermarti e mettere radici, oppure è solo un altro strumento per continuare a viaggiare?
Fermarmi la vedo molto dura. Sono un animo irrequieto e voglio continuare questo viaggio infinito che si chiama vita – e che credo che continui anche oltre. Ciò che mi ha portato a scrivere è stata proprio la voglia di riflettere e di rivedere il viaggio sotto altri punti di vista, facendo il punto della situazione.

Fotografia di Chiara Giannoni,
Hair & Mua: Nadia Mastroieni
Stylist: Simona Sacchitella
Ne “L’araba Felice” racconti di una vita “ai confini di due mondi”. Ad un certo punto dici di non avere un contorno netto: quella sensazione di non appartenere del tutto a un solo luogo la consideri come una mancanza, o una forza? Ti fa sentire spaesata o accolta?
La considero una forza, la mia più grande forza. Aver potuto viaggiare ed essere figlia di tutto questo miscuglio culturale è una forza, e se dovessi rinascere, vorrei avere nuove possibilità e ampliare la diversità. Sono grata, perché credo che sia uno dei più grandi doni che mi abbiano dato la vita e i miei genitori.
Nonostante le contraddizioni interne che si trovano durante la crescita, la ricchezza di essere figli di diverse culture sta proprio in questo: superata la barriera del non capirsi, del sentirsi “né carne né pesce”, capisci di essere Ironman. Lo spaesamento, poi, è uno stato interiore, anche alimentato dalla società.
Io sono arrivata da bambina, per questo il processo di appartenenza per me è stato più semplice, a parte qualche episodio di baby-discriminazione. Il mio carattere, poi, mi permette di non farmi mettere i piedi in testa: sono stata allevata con valori come uguaglianza, empatia e diritti. Ne sono fortemente convinta e scelgo di portare avanti questi principi di cui sono molto fiera. Tutto ciò oggi mi dà la possibilità di lottare per chi non ha questo stesso carattere: essendo tutti figli di un unico corpo e cellule di un unico organismo, quando qualcuno fa fatica è necessario che gli altri si mettano moto. E finché avrò forza, io mi metterò in moto.
Nel libro rivendichi la tua fede islamica insieme alla tua totale libertà di donna. Cosa pensi del rapporto tra la donna araba e la religione islamica? Credi ci siano delle incomprensioni che necessitano di una spiegazione in Italia?
Oggi ci sono tante incomprensioni, stiamo tornando ai tempi bui del post-11 settembre. Quando pubblico dei contenuti social riguardante la cultura araba e la religione islamica leggo molti commenti di odio religioso ed etnico. C’è una presunzione di conoscenza che a volte mi lascia stranita, poiché io non mi permetterei mai di parlare di una realtà che non ho approfondito o vissuto. La superficialità porta ad un’incomprensione totale della realtà islamica e della donna musulmana, accompagnata alla presunzione di volerla “liberare”. Certo, ci sono situazioni di sottomissione, ma ci sono anche donne molto libere. In Afghanistan, per esempio, la situazione va tenuta d’occhio: bisogna dar voce alle donne e ai soprusi, anzi, denunciarli all’infinito. Ciò, tuttavia, non ci deve far sentire superiori o arrivati, né deve farci sentire di aver risolto i nostri problemi. Anche qui da noi, focalizzarsi su un problema non significa escluderne un altro. Le sfaccettature vanno guardate in tutte le prospettive e, soprattutto, il fatto che qualcuno non appartenga alla tua cultura non significa che sia un arretrato.
Imporre la propria cultura è un altro errore: non possiamo sradicare le persone dalle loro basi. Bisogna far sì che mantengano le proprie radici e che possano vivere e tramandare le loro culture, tradizioni e religioni – certo, accettando le regole di ogni paese.
Questo tuo stare sul confine ti ha portato naturalmente alla volontà di raccontare le storie di chi non ha voce, degli “invisibili”. Prima di tutto vorrei chiederti chi sono, per te, gli invisibili; e come si riesce a trasformare la loro invisibilità in una storia capace di fare la differenza?
Gli invisibili sono tanti, non c’è un’etichetta fissa e li ho conosciuti in vari contesti. Gli invisibili sono i minori stranieri non accompagnati che ho trovato a Trieste, arrivati tramite la tratta balcanica nella speranza di raggiungere un parente o un amico; sono le persone conosciute che vivono nelle periferie delle nostre città, talmente invisibili che ci accorgiamo solo quando muoiono a causa del freddo e del caldo; gli invisibili sono coloro che possiedono un passaporto “debole”, solo per il fatto di essere di un Paese rispetto ad un altro. Potremmo fare un lunghissimo elenco ora che ne parliamo.
Anche noi potremmo diventare invisibili, considerando la crisi climatica che stiamo vivendo: l’Italia potrebbe diventare un luogo invivibile, costringendoci a spostarci altrove. Se succedesse a noi, come vorremmo essere accolti? Bisogna agire nei confronti degli altri come vorremmo essere trattati noi stessi.


Fotografia di Chiara Giannoni,
Hair & Mua: Nadia Mastroieni
Stylist: Simona Sacchitella
C’è qualche episodio o ricordo di un momento con “gli invisibili” che ti ha particolarmente segnato?
Mi ricordo di Najat – il cui nome significa “salvezza” – incontrata a Torino mentre giravo un servizio su un medico molto stimato, che aveva più pazienti stranieri che italiani. Mentre intervistavo i suoi pazienti, ho notato questa signora, piccola e magra, molto arrabbiata e insoddisfatta dell’operato del dottore. Era marocchina, e parlava un italiano molto difficile da comprendere, così ho iniziato a parlare in arabo e ho chiesto al medico di venirle incontro.
A causa di barriere linguistiche e del non riuscire a capirsi, Najat pensava che il dottore ce l’avesse con lei. Najat, che oggi purtroppo oggi non c’è più, era “invisibile” a causa della sua incapacità di comunicare. Oltre al mio lavoro, ho cercato di aiutarla nelle cose più basilari, anche solo ascoltandola come madre e come donna, con tutte le sue paure. Insieme all’associazione Senza Veli Sulla Lingua – di cui Ebla Ahmed è la presidente oltre che mia cara amica – abbiamo cercato di rassicurarla, promettendole che ci saremmo presi cura anche di suo figlio.
Penso che certi incontri siano frutto del destino. Le vite si intrecciano e si alimentano, ed è lì che può cambiare la percezione dell’altro, non vedendolo più come persona isolata. Questa parte del mio lavoro è fondamentale, perché influenza la mia quotidianità. Vorrei che le persone fossero felici e potessero godersi la vita.
Per capire dove stiamo andando, bisogna prima tornare a dove siamo partiti. Nel “Manifesto del cambiamento” Treccani hai scelto, come parola di cambiamento, “innocenza”, riferendoti agli occhi puri dei bambini. Qual è il ricordo più puro che ti porti dentro della te bambina cresciuta fino a 9 anni in Marocco, prima di arrivare qui in Italia?
Ciò che mi ricordo sono i miei capelli sparati in aria, mi chiamavano “sole” perché dai capelli mi uscivano raggi ovunque, erano ribelli. Correvo sempre a destra e sinistra, ero una bambina libera e senza confini. Quando passava un amico di famiglia chiedevo subito: “Dove vai?”, e lo accompagnavo a casa. Un giorno mia nonna mi sgridò, ma mi piaceva semplicemente chiacchierare e accompagnare le persone.
Ero una creatura dai capelli biondi, molto felice, con gli occhi sognanti e un’enorme volontà di scoprire il mondo. Era difficile farmi un torto o dirmi di no; infatti, mi davano un po’ della ruffiana perché, quando volevo qualcosa, esasperavo tutti fino a ottenerla. Ero semplicemente una bambina molto sincera che cercava di raggiungere ciò che desiderava, ma con molta innocenza, senza ruffianeria.

Fotografia di Chiara Giannoni,
Hair & Mua: Nadia Mastroieni
Stylist: Simona Sacchitella
In quel saggio concludi dicendo: “Crescerai e diventerai una donna, ma promettimi che manterrai la tua innocenza”. Ma da adulta, c’è stato un momento in cui hai temuto di averla persa tu, quell’innocenza?
Ciò che più spero è di non farmi rubare quest’innocenza – che finora, per fortuna, non è stata tolta. La frenesia, le scadenze, i progetti…quando tutto diventa calcolo e velocità non si ha più lo spazio per sperimentare. Ed è questo che mi ha fatto temere, a volte, di perdere un po’ della mia innocenza.
Beh, sperimentare hai sperimentato! Soprattutto con la graphic novel “Otto – radici nel deserto”. Com’è nata questa collaborazione con Emanuele Leone e Luciano D’Addetta?
Avevamo un amico in comune che ci ha presentati per avviare una collaborazione nelle scuole sul tema della violenza contro le donne; è stato lì che mi ha proposto di lavorare insieme. Da quel momento abbiamo capito di condividere gli stessi valori ed è nata l’idea del fumetto. La storia, ambientata in Iraq, è stata pensata assieme. Abbiamo parlato di storie vere: storie di donne, di resilienza e di forza. Unendo le idee siamo riusciti a creare la storia che, raccontata da un uomo, mi fa ancora più piacere, perché mi sembra che le donne vengano solo raccontate dalle donne. Per quanto riguarda la musica, basterà inquadrare il QR code all’interno.
La tua carriera si interfaccia con l’arte in modi diversi. È questa la chiave per fare cultura oggi? Le storie d’integrazione e di diversità hanno bisogno di essere “cantate, disegnate e recitate” per arrivare al cuore delle persone?
Certo, credo proprio di sì. Penso che l’arte sia uno strumento importantissimo per risvegliare le coscienze, anche attraverso ragazzi molto giovani come Thomas Sarkozi, che ha dato vita al suo progetto Sollia.
Cerco di non dimenticare ciò che si riceve, cosicché io a mia volta possa dare; ed è per questo provo a dare spazio e a raccomandare, per poter trasmettere e dare ispirazione, con tutta l’umiltà del mondo. Gli strumenti servono per comunicare e vanno variati, per spaziare e arrivare a più persone, sfidando anche i propri limiti.
Abbiamo iniziato parlando della tua vita come una lunga serie di spostamenti. Nel saggio Treccani scrivi: “Quando c’è una meta, anche il deserto diventa strada”. Oggi, dopo i libri scritti e le storie incrociate, c’è una direzione o meta da raggiungere verso cui stai camminando?
Una meta? Io cammino, faccio come i miei avi amazigh e gitani. Io vado, ma la vita poi stupisce con effetti speciali. L’importante è fare questo viaggio con persone oneste ed affini alla mia persona, con cui parlo un linguaggio simile.
Non ho un obiettivo a tutti i costi: se devo arrivare, voglio farlo con onestà e autenticità, che considero grandi strumenti e capacità, per quanto difficili da mantenere nella nostra modernità. Cammino e camminerò con questi valori, con questa “valigia”. Mi auguro di poter toccare nuovi linguaggi e nuovi strumenti. Il tutto parte dal non tradirsi per non tradire.


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