Palazzo Pesaro Orfei: l’atelier dove la tecnica di plissettatura della seta è rimasta un mistero mai svelato del tutto
Henriette ci aveva visto lungo su Mariano, quell’uomo eclettico di cui conoscevo la fama, avrebbe conquistato anche me prima ancora di sapere che tipo di uomo fosse davvero. Lo intuisco appena metto piede al Museo Fortuny. Si sale al primo piano e ci si trova in una piccola sala semivuota, quasi un atrio: un divanetto e una gigantografia in bianco e nero di lui che occupa tutta la parete. Da lì si passa al salone grande. Ma chi è Henriette? Chi è Mariano? E cos’è davvero il Museo Fortuny? Cominciamo dall’inizio. O almeno, cominciamo da Venezia.
Due persone con un destino a Venezia
Henriette a Venezia non arriva per prima. Nel 1902, a Parigi, appena uscita da un matrimonio finito, incontra Mariano nei circoli artistici frequentati anche dal cugino di lui, Federico de Madrazo, e lo segue nella città lagunare. Mariano a Venezia era arrivato tredici anni prima, nel 1889 a diciotto anni. Il pittore catalano Marià Fortuny i Marsal, suo padre, muore quando lui ha solo tre anni e Mariano cresce a Parigi in una famiglia che vive d’arte da generazioni, ma da ragazzo non ha ancora deciso cosa fare della propria vita. A Venezia si iscrive all’Accademia di Belle Arti, ma è chiaro fin dai primi anni che non si accontenterà di una forma d’arte sola: dipinge, fotografa, disegna scenografie, comincia a smontare e rimontare la luce dei teatri come fosse materia plasmabile quanto la tela. Nel 1898 scopre Palazzo Pesaro degli Orfei, un edificio in stato di abbandono e ne occupa la grande stanza sotto il tetto per farne il suo studio, con gli anni acquisterà il resto. La madre di Mariano, Cecilia, non approva l’arrivo di Henriette, una francese con un matrimonio già alle spalle, non è quello che aveva immaginato per il figlio. Henriette entra comunque a Palazzo Pesaro degli Orfei e da quel momento, per i successivi quarantasette anni, quella casa sarà anche sua.



Seta e luce a Palazzo Pesaro degli Orfei
A Palazzo Pesaro degli Orfei, Henriette conduce i primi esperimenti di stampa con matrici di legno che porteranno alla creazione dello scialle Knossos. Mariano invece monta e smonta strutture di ferro e tela, inseguendo una luce che sembri naturale anche dentro un teatro chiuso, nascerà da questi tentativi la Cupola Fortuny, un sistema di illuminazione indiretta che verrà adottato dai maggiori teatri europei. Il palazzo, con le sue sale enormi, si presta bene a diventare tutto questo: un atelier di tessuti, un laboratorio di luce, una casa. Nel 1919, dopo la guerra, Mariano fonda con l’amico Giancarlo Stucky la Società Anonima Fortuny, dedicata solo ai tessuti, e sceglie un ex convento abbandonato alla Giudecca, accanto al Mulino Stucky, per farne la fabbrica, lì si produce su scala più grande, soprattutto cotone, perché la seta è ormai troppo cara e troppo difficile da reperire. Palazzo Orfei resta il laboratorio, il posto dove le cose nascono. La Giudecca diventa la fabbrica, il posto dove si riproducono.
Il Delphos, l’abito che veste le dive
Il nome Delphos viene dall’Auriga di Delfi, la statua bronzea greca, una figura avvolta in una lunga tunica che scende dritta fino ai piedi, senza struttura rigida a tenerla in forma. È da lì che nasce, intorno al 1907, l’idea di un abito che segua il corpo invece di comprimerlo, una tunica di seta plissettata verticalmente, che si infila dalla testa senza bisogno di corsetto. Ogni esemplare nasce da quattro o cinque pannelli di seta, oltre quattrocento pieghe fatte a mano, mai identiche l’una all’altra. Nasce come abito da tè da ricevere gli ospiti in casa e già negli anni Trenta lo si vede anche fuori, è il capo che tutte vogliono e poche possono davvero sfoggiare. Il 10 giugno 1909 la tecnica di plissettatura viene depositata a Parigi e sul documento Mariano scrive una nota rimasta ai margini della storia ufficiale: il brevetto è di proprietà di Madame Henriette Brassart (Brassart, il cognome della madre di lei) che ne è l’inventrice; lui lo ha registrato a proprio nome solo per l’urgenza del deposito. Della tecnica vera e propria non è mai esistito un manuale completo, il brevetto lascia fuori abbastanza dettagli da renderlo inutile a chiunque avesse provato a copiarlo, e ancora oggi nessuno è riuscito a replicare esattamente quelle pieghe.



Lo scelgono Isadora Duncan e Ruth St. Denis le ballerine che stavano riscrivendo le regole della danza moderna, via il tutù, via le scarpette da punta e il Delphos è perfetto per muoversi senza costrizioni. A Venezia, decenni dopo, anche Peggy Guggenheim ne fa uno dei suoi capi preferiti. Per Eleonora Duse (di cui ho già scritto in un altro articolo) Mariano crea un pezzo su misura: un mantello in velluto color cremisi stampato in oro, oggi conservato nella Galleria del Costume di Palazzo Pitti, a Firenze, pensato apposta per i suoi gesti ampi sul palco, che un corpetto stretto non avrebbe mai permesso. Nel 1987 il MoMA di New York accoglie un Delphos nella propria collezione permanente, dono di Susan G. Rossbach e lo accredita a entrambi Henriette Negrin Fortuny, Mariano Fortuny y Madrazo. Il Delphos continua a girare anche oggi, Barbra Streisand ne indossa uno vintage nel film Funny Girl e lo conserva ancora nella sua collezione, e nel film Downton Abbey del 2019 la costumista Anna Robbins fa realizzare dalla maison Fortuny un abito plissettato su misura per Lady Mary Talbot – Michelle Dockery – cucito interamente a mano, per riportare in vita quella tecnica segreta che, dice lei stessa, porta la firma di Mariano e di sua moglie Henriette.
Quando i tessuti non bastano, arrivano i quadri
Mariano si forma come pittore a Parigi, tra il 1874 e il 1889, sotto la guida dello zio Raimondo de Madrazo. Ha un’ossessione che domina la sua pittura fino al 1899: Richard Wagner, in particolare il Parsifal. Nel 1896 dipinge ornamenti del giardino e spiriti odoriferi, conosciuto anche come Le Fanciulle-fiore, ispirandosi alla danza serpentina della ballerina Loïe Fuller per restituire sulla tela il movimento delle vesti, e vince la medaglia d’oro alla VII Esposizione Internazionale d’Arte di Monaco di Baviera. Kundry, la protagonista dell’opera wagneriana, diventa nei suoi quadri una donna-fiore. Al Museo Fortuny sono conservati oggi quarantasette dipinti di quel ciclo wagneriano, tutti di sua proprietà, oltre a ritratti femminili e paesaggi veneziani. Inventa anche una propria formula di tempera, che custodisce gelosamente per anni prima di deciderne la vendita commerciale negli ultimi anni di vita, per difficoltà economiche. Nel 1947, a settantasei anni, due anni prima di morire, dipinge un autoritratto: il camice da lavoro addosso, lo sguardo ancora intenso dentro un viso già segnato dagli anni.


Dopo le dive e il glamour
Mariano muore il 2 maggio 1949 e con lui si ferma anche la produzione dei Delphos. La Società Anonima Fortuny passa a Elsie McNeill, amica di Henriette e per anni distributrice del marchio negli Stati Uniti, ma quegli abiti smettono di essere fatti. È forse anche per questo che il nome di Henriette scompare per decenni dalle storie ufficiali. Lei, nel frattempo, dedica gli anni che le restano a rispettare le volontà di Mariano: dona diverse opere a musei italiani e spagnoli, cataloga con cura il patrimonio del palazzo. Nel 1956 dona Palazzo Pesaro Orfei al Comune di Venezia, perché sia “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte” sono le parole esatte dell’atto notarile. Muore il 16 marzo 1965, a ottantasette anni. Solo allora il Comune ne prende possesso effettivo. Il museo apre al pubblico nel 1975.

Artisti, stilisti, inventori: chi decide come chiamarli?
Il Museo Fortuny restituisce una stagione eclettica, ma prima ancora racconta un lavoro d’ingegno fatto in due, il Novecento ha amato a lungo l’idea dell’artista solitario, il genio con il proprio nome. Le stoffe e le carte di Palazzo Pesaro degli Orfei mostrano un’altra storia, più moderna, fatta da una coppia che, in un mondo non del tutto libero da categorie rigide, per quarantasette anni ha condiviso idee, tentativi e mestieri. In un’epoca che sembra pretendere una definizione precisa per ogni cosa, a loro non sarebbe pesato ma a noi sì, cresciuti come siamo in quest’era fatta di brand. Entrare in quelle sale veneziane vuol dire incontrare la creatività ancora viva di Mariano e Henriette, due esistenze che hanno intrecciato arte, tecnica e vita fino a farne la propria unica definizione. Oggi, davanti a un’invenzione come il Delphos, davanti a una Henriette o un Mariano, quale sarebbe la prima domanda da porre?


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