Ad Asolo riposa la Divina: la donna che finanziò, recitò e costruì la fama del suo amante e che lui, in cambio, mise a nudo in un romanzo.

Siamo di nuovo ad Asolo. O forse per la terza volta, dipende da dove avete iniziato: da qui, da Freya Stark, o da Caterina Cornaro. Tre donne, un solo borgo, la stessa domanda che si ripete: chi decide come viene raccontata una donna? Della prima e della seconda ho già scritto. Della terza, Eleonora Duse, si dice ancora oggi che fu la donna amata da Gabriele D’Annunzio. Come se fosse quello il suo titolo più importante.

Prima del 1894

Nel 1894, quando incontra Gabriele D’Annunzio a Venezia, Eleonora Duse non è una promessa. È già una delle attrici più celebri d’Europa, e lo è da anni. Ha cambiato il modo di stare in scena: recita senza trucco pesante, senza gesti plateali, senza l’enfasi che il pubblico ottocentesco si aspettava dalle grandi dive. Recita come se non stesse recitando con un naturalismo che all’inizio disorienta, poi conquista, e che influenzerà attori e registi in tutta Europa. Ha già portato al successo Thérèse Raquin di Zola, ha già fondato una propria compagnia, ha già riempito teatri a Londra, a Parigi, a New York, a San Pietroburgo. Non recita in altre lingue: il mondo impara l’italiano per capirla, o si accontenta di guardarla.

Quando D’Annunzio la incontra, non incontra una musa da plasmare. Incontra una delle attrici più potenti d’Europa.

Il teatro dell’avvenire

A Venezia, tra il 1894 e il 1895, nasce quello che i due chiamano un “Patto d’Alleanza”: l’idea, dichiarata e forse anche un po’ sognata, di rifondare insieme il teatro italiano, un teatro nuovo, poetico, lontano dal repertorio ottocentesco che entrambi dicono di voler superare. Sulla carta suona come un’alleanza tra pari. Nei fatti, è un equilibrio più complicato: spesso è lei a mettere mano al portafoglio per finanziare le produzioni dannunziane: Il sogno di un mattino di primavera, La città morta, La Gioconda, Francesca da Rimini, ed è lei a portarle in scena, a sostenerle davanti al pubblico. Il successo, quando arriva, è legato in modo decisivo alla sua interpretazione, anche perché non tutti gli allestimenti convincono subito la critica.

Eleonora Duse, foto: Pau Audouard Deglaire – Álbum de Salón, 1° gennaio 1900, p. 271 (Hemeroteca digital de la Biblioteca Nacional de España). Dominio pubblico, via Wikimedia Commons

La parte che non fu sua

Nel 1903, mentre D’Annunzio lavora a La figlia di Iorio, la presenza di Duse resta un’ombra vicina, quasi una vibrazione costante nel tempo della scrittura. Nel personaggio di Mila di Codra, forse, riconosce qualcosa che sente già suo, una parte pensata, scritta, quasi respirata insieme a lei. Poi, nei primi mesi del 1904, Duse si ammala. E qui il copione della loro storia si ribalta per la prima volta: D’Annunzio non aspetta che guarisca. Affida la parte a Irma Gramatica, e il 2 marzo 1904, al Teatro Lirico di Milano, La figlia di Iorio debutta senza di lei. È uno dei più grandi trionfi della carriera teatrale di D’Annunzio, il primo, in dieci anni, che non porta più il segno della donna che fino a quel momento aveva reso possibile ogni sua opera.

Il romanzo che la mise a nudo

Nel 1900 esce Il Fuoco, e il romanzo viene letto da subito come una trasfigurazione evidente della loro relazione. Duse diventa Foscarina, un’attrice che sente il tempo addosso, accanto a Stelio Effrena, un giovane genio che ha ancora tutto davanti e che assomiglia sospettosamente all’autore. D’Annunzio attinge alla loro storia sentimentale e artistica e la trasforma in materiale letterario, mettendoci dentro, si direbbe, proprio quello che lei avrebbe voluto tenere per sé: il corpo che cambia, la paura del tempo che passa, l’ombra di essere prima o poi sostituita. Non è più, così, una storia che si raccontano in due. È lei, scritta da lui, consegnata a chiunque avesse il prezzo di un libro.

Casa, tra un palco e l’altro

Eleonora conosce Asolo già nel 1892, ospite in una villa del borgo: se ne innamora subito, ma per anni resta un rifugio visitato di passaggio, non una casa vera. Nel 1909 si ritira dalle scene, e tra il 1919 e il 1920 matura il desiderio di avere un posto tutto suo qui: prende in affitto quella che oggi si chiama Casa Duse, con le finestre aperte sulla pianura e sul Monte Grappa. È il contrappunto di una vita passata quasi sempre in viaggio, tra un teatro e l’altro trovare, a fine carriera, un luogo che non cambia. Ma il teatro la richiama ancora: nel 1921 torna in scena per un’ultima tournée internazionale, e il 21 aprile 1924 muore a Pittsburgh, nel mezzo di quel viaggio. 

Il prezzo di un amore

Alla notizia della sua morte, è D’Annunzio a scrivere a Mussolini, chiedendo che lo Stato riporti in patria “la salma adorabile”. Roma le concede funerali solenni nella basilica di Santa Maria degli Angeli, per una donna che in vita aveva costruito la carriera di un uomo pagandola di tasca propria, ed era stata ripagata con un romanzo che la metteva a nudo e una parte che le era stata tolta mentre era malata. Poi il corpo arriva ad Asolo, nel cimitero di Sant’Anna, come lei stessa aveva chiesto: il volto rivolto verso il Monte Grappa.

Di Eleonora Duse si continua a dire che fu l’amore tormentato di Gabriele D’Annunzio. Forse è più esatto dire il contrario: fu D’Annunzio ad avere la fortuna di un amore che pagò, sostenne, perdonò — e che lui non seppe mai meritare fino in fondo. Sono dinamiche che riconosciamo ancora oggi: qualcuno che dà tutto, e qualcuno che prende, tradisce, e lascia a chi resta solo l’illusione di essere indispensabile. A cambiare, forse, non è la dinamica in sé, ma quanto tempo impieghiamo oggi a riconoscerla — e se, una volta riconosciuta, restiamo comunque. Ed Eleonora alla fine non rimase.

Le tre Donne di Asolo

A poca distanza da quella tomba, nello stesso cimitero di Sant’Anna, riposa anche Freya Stark, la donna che aveva attraversato il Medio Oriente da sola, e che a questo borgo tornava sempre, come se il resto del mondo fosse ciò che attraversava, e Asolo il luogo dove restava. Caterina Cornaro, invece, non è qui: riposa a Venezia, nella chiesa di San Salvador. Lei che ad Asolo aveva regnato, che vi aveva costruito una corte dal nulla di un regno perduto, non vi è tornata nemmeno da morta.

Restano dunque Eleonora e Freya, non lontane l’una dall’altra, come se il piccolo borgo in provincia di Treviso che le aveva accolte in vita continuasse a custodirle anche adesso, immortali, nel loro rifugio e loro custodi di un tempo che non c’è più.

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