I Romèr presentano il loro album di debutto “L’Extase”, un progetto che incarna il momento prima della rottura.
C’est l’extase langoureuse. Il languore di fine Ottocento, la poesia di Paul Verlaine, le sospensioni impressioniste di Claude Debussy. Sulla carta, una genesi del genere per un progetto elettro-pop contemporaneo potrebbe apparire un azzardo concettuale o una ricercata posa intellettuale. Nella realtà dei Romèr, il duo milanese composto dalla voce di LaGatta e dalle produzioni di Richard Floyd, è la scintilla per raccontare il momento in cui l’amore, timidamente, comincia a svanire.
Con il loro debutto L’Extase, un concept album di sette brani, i Romèr costruiscono un’opera che pare muoversi sul filo di pellicole francesi di un tempo, evocando una bellezza patinata e malinconica a metà strada tra la Nouvelle Vague e la club culture europea. Il focus non è sulla fine di una relazione – ormai cantata e ricantata – ma sulla discesa a rallentatore in quell’interzona dove la passione sfuma e, quasi senza accorgersene, la persona che hai affianco sembra di nuovo un estraneo.
“La scintilla è stata proprio l’ambiguità di quel verso: ‘C’est l’extase langoureuse’”, raccontano i Romèr. “Dentro l’estasi c’è già qualcosa di stanco, come se il piacere contenesse fin dall’inizio la propria fine”, racconta il duo. “Debussy aveva tradotto questa sensazione in una musica sospesa, impalpabile, capace di suggerire più che dichiarare. Noi ci siamo chiesti come trasportare la stessa tensione nel presente, chiaramente in un linguaggio contemporaneo”. Ed è così che con sequenze elettroniche, pulsazioni disco, ed armonie scure sono diventati gli ingredienti perfetti per tradurre in musica la sensazione del non riuscire ad incontrarsi. In che modo migliore si può comunicare l’incomunicabilità se non utilizzando due lingue differenti? Il disco è caratterizzato dal bilinguismo, italiano e francese, il quale diventa un vero e proprio strumento narrativo. “Italiano e francese sembrano provenire da due stanze emotive differenti” – spiegano i Romèr – “è come se i protagonisti non avessero più un linguaggio comune per raggiungersi. A volte l’italiano ci sembrava più diretto, fisico, quasi confessionale; il francese poteva creare un velo, una distanza, ma anche una sensualità particolare.” La scelta nasceva dal suono delle parole, dal ritmo e dal punto di vista emotivo del brano. Da lì è nato il cuore emotivo di “L’Extase”: un disco contemporaneo, ma costruito intorno a una domanda antica, cioè cosa accade all’amore quando l’incanto, a causa di incomprensioni e sconnessioni, comincia a consumarsi.

Ròmer
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Il racconto cinematografico, in un progetto musicale come quello dei Romèr, sembra quasi d’obbligo. E come in ogni grande film, l’attenzione non si focalizza sulla catastrofe, ma sull’attimo prima.
“La rottura è un momento netto: per quanto doloroso, possiede già una forma e un nome”, spiegano. “Ci interessava di più ciò che viene prima, quando l’amore è ancora presente ma qualcosa ha iniziato a spostarsi. I gesti sembrano gli stessi, però cambiano di significato; ci si parla, ma non ci si comprende più. È una fase quasi invisibile e proprio per questo molto cinematografica. Le sette tracce dell’album seguono quel lento cambiamento, dall’attrazione al dubbio fino alla stanchezza, e infine all’accettazione netta della fine. L’esplosione è sempre un momento clamoroso, noi volevamo osservare la lentezza di una crepa mentre si allarga”.
Chiudere gli occhi e visualizzare la musica dei Romèr non è difficile, e anzi, permette di immergersi in un’estetica visiva ben precisa, dove la freddezza della distanza si scontra con il calore del desiderio. Non a caso l’immaginario del disco è polarizzato tra rosso e blu.
“Rosso e blu sono le due polarità emotive del disco, ma non corrispondono a una divisione netta tra un “prima” e un “dopo”. Il rosso è desiderio, presenza, esposizione, la parte dell’amore che brucia e chiede di essere vissuta. Il blu è distanza, silenzio, memoria: uno spazio in cui le emozioni si sedimentano e assumono un significato diverso. Nell’album questi due colori non si contrappongono: dialogano continuamente. Come accade nelle relazioni, passiamo dalla vicinanza al distacco, dalla luce all’ombra, senza accorgercene. Ci piaceva che anche l’immaginario visivo raccontasse questo movimento. Per questo il rosso e il blu non sono semplicemente due colori: sono due modi diversi di abitare la stessa emozione”


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L’atmosfera è notturna, velata da una patina voyeuristica che ricorda i capolavori del cinema francese degli anni Sessanta. Se l’album potesse riflettersi in un film, il pensiero porterebbe direttamente a una pietra miliare della Nouvelle Vague: Pierrot le Fou di Jean Luc Godard, un film sull’impossibilità di raggiungere l’altro in cui Godard racconta l’amore come un tentativo continuo di superare una distanza che rimane sempre presente. Tra parole, silenzi e incomprensioni, i protagonisti cercano disperatamente un contatto autentico, ma si scontrano con un limite profondamente umano. Insomma, nessuno può entrare completamente nel mondo interiore di qualcun altro. “Un film sulla solitudine, sul desiderio di libertà e sulla fragilità della comunicazione, ancora oggi incredibilmente attuale. Nel suo cinema il tempo sembra dilatarsi e i gesti si ripetono cambiando ogni volta significato. È una sensazione molto vicina a L’Extase: anche nel disco la storia non procede attraverso grandi svolte, ma per dettagli, assenze e variazioni minime, finché ci si accorge che il rapporto è già diventato altro”.
Come accennavamo prima, questa distanza viene tradotta anche sul piano linguistico, dove il bilinguismo incarna l’espressione formale di un dialogo tra innamorati che hanno perso la chimica. Si tratta di un’ambivalenza che per LaGatta si trasforma in una possibilità di esprimersi doppiamente: “In italiano mi sento completamente esposta, come se ogni parola arrivasse senza filtri”, spiega. “Il francese, invece, mi permette di raccontare le stesse emozioni in modo più velato. Non perché siano meno vere, ma perché è come se ci fosse un sottile strato di poesia che le protegge”. E forse è esattamente nel mezzo, tra il detto e il non detto, che LaGatta si sente più libera di mostrarsi vulnerabile.

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Sul piano sonoro, l’incomprensione tra corpo e mente è affidata al sound di Richard Floyd, che dà vita ad una nu-disco elegante, quasi ipnotica. “Ho cercato di non risolvere mai del tutto il contrasto”, racconta il produttore. “Il basso, la batteria e il groove invitano il corpo a muoversi, mentre le armonie, le ripetizioni e le sequenze elettroniche più acide lasciano una sensazione di inquietudine”. Per Richard il beat rappresenta la superficie della relazione, ciò che continua a funzionare e a mostrarsi; sotto, però, i sintetizzatori e le zone più scure fanno intuire la frattura. “Ho lavorato molto per sottrazione, lasciando spazi e tensioni irrisolte invece di sottolineare ogni emozione” – approfondisce Richard – “La produzione non voleva semplicemente raccontare i testi, ma creare una contraddizione: il corpo continua a ballare mentre una parte di te ha già capito che qualcosa sta finendo”.
Nati dall’unione artistica di due percorsi che avevano già trovato una prima forma come LaGatta & Richard Floyd (genitori del singolo “Settembre”), i Romèr trovano la loro la loro forma più reale e creativa in “L’Extase”. È stato infatti durante la creazione dell’album che il duo ha compreso come voce e produzione non fossero due elementi distinti, ma anzi, stavano dando vita a un linguaggio comune. “Da qui è nata la necessità di creare un’identità che ci permettesse di abitare lo stesso spazio artistico, senza dover più distinguere tra due nomi”, concludono.
Dopo circa 20 minuti d’ascolto, si arriva alla traccia finale, “L’Amour C’est Fini”, lasciandoci pensierosi. “Una risoluzione avrebbe forse reso la storia più ordinata, ma meno vera. Non tutte le relazioni finiscono quando comprendiamo davvero cosa sia accaduto: spesso la fine arriva prima delle spiegazioni.” – continuano – “Fermarci lì significava rispettare il silenzio che segue quella frase, senza riempirlo artificialmente”. Si tratta dunque di un epilogo, ma anche una soglia, ed è proprio in quel momento che la storia non appartiene più ai suoi creatori, ma passa nelle mani di chi ascolta.
Cosa accade, dunque, quando l’innamoramento iniziale comincia a svanire? Cosa rimane dopo l’estasi?
“A livello umano, dopo l’estasi rimane la parte meno idealizzata e più vera di noi: ciò che abbiamo desiderato, ciò che siamo riusciti a dare e quello che non abbiamo saputo dire. Rimane una mancanza, ma anche una forma di conoscenza. A livello artistico, rimane un desiderio molto forte di proseguire questo racconto, di evolverlo in qualcosa di nuovo, anche con uno stile differente. Non vogliamo porci limiti. “L’Extase” non è il racconto di una fine: è il punto da cui vogliamo far cominciare il nostro viaggio”.


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