Fotografie abbandonate, materia, errore e sabotaggio. Dentro il progetto anarco-dadaista che ferisce le immagini per provare a trasformare ciò che rappresentano.
Viviamo sommersi dalle immagini, ma forse non ne abbiamo mai realmente compreso la natura. La fotografia in fondo, è una sorta di bugia strutturale a cui abbiamo deciso di credere collettivamente. L’errore logico più diffuso consiste proprio nel fatto di considerare lo scatto come una testimonianza oggettiva, una sorta di prova notarile dei fatti, non lo è affatto. Ogni immagine, per il solo fatto di isolare un istante, opera una scelta parziale che altera la realtà nel momento stesso in cui pretende di immortalarla. Il pubblico, distratto e ipnotizzato dal soggetto ritratto, scambia sistematicamente l’apparenza per sostanza. Marshall McLuhan aveva identificato questo processo, spiegando che l’impatto profondo di una tecnologia non risiede mai nei contenuti che veicola, ma nel modo in cui il mezzo stesso riprogramma la nostra percezione delle cose.

Arte a Morte converte questa consapevolezza in un’azione diretta sul supporto fisico. Se l’immagine cartacea funziona come un diaframma mistificatorio, una delle possibili strade per rintracciare la verità è aggredirne la struttura. L’operazione esclude qualsiasi concessione al decorativismo e procede esclusivamente per via di sottrazione. Attraverso l’uso di lame, scarificazioni profonde e combustioni, l’atto artistico interrompe la continuità fisica della carta. Non siamo di fronte a un vandalismo cieco, ma ad un vero e proprio sabotaggio metodico che mutua la folle ebbrezza di chi deturpa i volti sulle copertine delle riviste per svelarne tutta la finzione. Squarciare la superficie lucida serve a costringere lo sguardo, ma soprattutto ad impattare con la fragilità della materia sottostante, trasformando la finta normalità del quotidiano in una ferita aperta.
Un approccio che si sviluppa in aperta polemica con le dinamiche di un mercato culturale che riduce l’opera a effimero gingillo d’arredo o – se non peggio – a merce standardizzata per i circuiti commerciali. Ferire il supporto diventa così un modo per sottrarre l’oggetto alla catena di montaggio estetica, preservandone così l’intera funzione provocatoria. Ed è proprio attraverso questa transizione, che vecchie fotografie dimenticate e scarti stradali diventano corpi riattivatisegnando l’inizio di un percorso, dove il significato e il significante coincidono nel punto esatto della lacerazione.
Nel momento in cui abbiamo deciso di impattare con il reale, abbiamo dato la parola ad Arte a Morte:
In dialogo con ArteAMorte
Nel tuo manifesto citi Marshall McLuhan per smontare l’illusione della fotografia come documento oggettivo, spostando così l’attenzione dal soggetto al supporto fisico. Se il medium è davvero il messaggio, e il vostro medium è una fotografia scarnificata, bruciata e sottratta alla sua funzione originale, dove si colloca dunque il destinatario di questo messaggio?
Ad essere sincero, Arte a morte non lo penso nato per uno specifico destinatario, è più un atto individualista in senso stirneriano, cioè un bisogno e una responsabilità. Dunque, il primo destinatario delle mie azioni sono, in primis, io, poiché rappresentano la forma del mio dolore, dei miei bisogni, delle mie paure. Io vivo attraverso questo moto d’azione. D’altro canto la linea teorica tracciata da McLhuan mi porta ad individuare i destinatari del medium Arte a morte nell’altro fuori da me. Il mio intento è quello di muovere la lama del dubbio nelle nostre ferite sociali per indurre il collasso di valori e ideali accettati per convenzione. Voglio mettere in difficoltà e ferire coloro che non riconoscono il celato terrore dell’ordinario, sconvolgere la realtà di chi non si accorge degli orrori occultati in un quotidiano che definiscono normale e di cui riproducono le brutali dinamiche inconsapevolmente, crogiolandosi in un benessere illusorio; e chi, invece, consapevole di tutto, ne trae profitto spietatamente. Ma l’intento di Arte a morte è anche quello di comunicare con chi possiede già questa ferita sociale, con chi è riuscito a sbirciare oltre il velo e possiede la conseguente consapevolezza che si può essere felici solo se lo siamo tutti, e con loro muovere un vero e proprio rituale mistico carico di effetto sacrale. Forse l’ultimo destinatario, che li comprende tutti, è rintracciabile nelle energie invisibili che muovono le cose. Arte a morte agisce sempre secondo rituali. Gli interventi materici sulle fotografie, referenti del reale, colla e vernici sui muri, sono azioni che muovono le forze universali e ad esse offro sacrifici affinché agiscano sul cambiamento.

L’azione di tagliare, graffiare e bruciare la carta fotografica viene da voi definita un’operazione anarco-dadaista per via di levare. C’è un legame evidente con la tradizione del sabotaggio. Tuttavia, la sottrazione e la distruzione oggi sono anche dinamiche tipiche del mercato finanziario, che – se necessario – smantella e talvolta cancella per generare nuovo valore dal nulla. In che modo il vostro gesto si differenzia da questa logica?
Per operazione anarco dadaista non mi riferisco strettamente al metodo di intervento sulle fotografie, ma all’approccio di Arte a morte alla sua intera produzione, che va oltre la manipolazione materica della carta fotografica, diventando azione anarco-dadaista totalizzante. La tradizione del sabotaggio politico consiste in questo, mi riferisco, ad esempio, all’attacchinaggio delle mie opere in giro per le città, all’utilizzo della parola sui muri o alla restituzione delle fotografie alle strade, dopo la manipolazione. Atti che spesso si muovono ai confini del territorio dell’illegalità. Il messaggio che viene veicolato diventa, così, il corpo stesso da cui esso parte e in cui si muove. Di conseguenza il levare non è un gesto che mira alla distruzione come punto d’arrivo, consiste, piuttosto, in uno svelamento, un tentativo disperato di squarciare il velo di maya, o anche solo di poterlo sollevare per vedere, anche per un istante, la luce. Il moto di distruzione non resta fine a sé stesso ma è lo slancio alla rinascita che richiama alla pratica della fenice, creatura in grado di tornare in vita dalle sue stesse ceneri. Se il mercato distrugge e crea nuovo valore dal nulla, l’azione alchemica di Arte a morte, che trasforma e non distrugge, non produce nuovi prodotti, ma ne modifica il contenuto e le restituisce al mondo nella sua stessa forma, la fotografia resta fotografia: il medium resta invariato, cambia il messaggio. In questi termini non viene azionata alcuna dinamica di mercato. Arte a morte non crea nuovi prodotti di mercato, ma manipola il reale attraverso l’atto magico dell’azione.


Evocate l’immagine potente della bambina che vandalizza i volti sulle copertine delle riviste, parlando di errore e caso come punti di partenza e d’arrivo. Nell’atto infantile, però, c’è anche un’inconsapevolezza pura, ovvero la totale assenza di sovrastrutture. Voi, al contrario, agite con una chiarissima consapevolezza teorica e metodologica. Come si concilia il rigore quasi scientifico della vostra critica sociale con la rivendicazione dell’errore incontrollato?
Quando definisco Arte a morte come “una tensione sabotatrice” non mi riferisco alla bambina in quanto tale, né alla possibilità che io possa ritornare all’infanzia, nello specifico evoco “quella folle ebbrezza” che la muove nell’atto vandalico. La figurazione più esatta prende la forma, piuttosto, di una possessione in cui lo spirito ludico dell’infante coesiste, nel mio corpo, con la presenza della mia persona. Questa consapevolezza teorica e metodologica, che emerge dallo sguardo esterno, è in realtà generata da parti frammentate e sconnesse tra loro cui a forza è stato dato un senso. Arte a morte non possiede un’esatta metodologia, è stata l’azione a determinare la tecnica, una teorizzazione è stata possibile solo nel momento in cui il numero delle produzioni è diventato tale da permettermi di individuare una linea di fondo che le univa tutte. Allo stesso modo, anche quello che nella domanda viene definito “rigore quasi scientifico” della mia critica sociale non è altro che la somma dei miei moti d’animo rispetto alle cose che succedono nel mondo, che conservano una coerenza innata e, quindi, tracciarne una metodologia della critica è possibile soltanto a posteriori. Quando parlo di errore non mi riferisco solo all’accezione astratta del termine, ma alla dimensione pratica dello sbaglio. Poiché le tecniche che utilizzo non sono del tutto controllabili (la bruciatura o la scarificazione comportano degli errori irreversibili, posso bruciare più carta o tirare via troppa pellicola con la lama), così come nella composizione, dove l’istinto ha la meglio sulla razionalità. Il che si configura in frasi storte, lettere non leggibili, spazi mal gestiti dal punto di vista della bellezza formale. Spesso il supporto stesso su cui lavoro è già rotto o viene compromesso nelle varie manipolazioni, e non le aggiusto, anche quando potrei. Accettare l’errore sta nel fatto di considerarlo già parte dell’opera. Un esempio è la creazione “Afasia” che ha incarnato il suo significato proprio in un errore. Nell’opera è raffigurato il primo piano di una donna con la bocca cucita per mezzo di un intervento con ago e filo ma, alla fine della cucitura, ho dimenticato di tagliare il filo con tanto di ago. Me ne sono reso conto solo tempo dopo, quando l’ho ripresa per completarla, non avevo ancora individuato la chiave di lettura. Quando mi sono accorto dell’errore, ovvero l’ago penzolante che la giusta luce aveva fatto emergere ai miei occhi, è stato in quel momento che l’ho ritenuta completa con il suo significato.
Storicamente, il mercato è sempre riuscito ad assimilare e monetizzare proprio i movimenti che nascevano per distruggerlo. Se una galleria o un grande mercante d’arte decidesse di accogliere e finanziare Arte a Morte, l’opera manterrebbe la sua “tensione sabotatrice” o la decapitazione del medium diventerebbe l’ennesimo brand di lusso per consumatori sofisticati? In che modo ci si difende dall’abbraccio soffocante del sistema che contestate?
Il mercato divora ogni cosa rendendo tutto merce e non esiste formula per evitarlo, a meno che non sia una soluzione collettiva che utilizza l’immaginazione per creare un sistema alternativo a quello che ci viene presentato come unico possibile. Il grande mercante d’arte lo escludo a priori dal discorso poiché incarna una delle teste di idra che voglio decapitare, ovvero la mercificazione dell’arte, quindi sì, Arte a morte morirebbe se venisse finanziato da un mercante d’arte. Per quanto riguarda la possibilità di un sostegno o di una collaborazione artistica da parte di gallerie, associazioni o spazi altri, può coesistere con Arte a morte se le suddette si muovono sulle stesse direzioni sociali e umane senza corromperne la natura rivoluzionaria. Nonostante mi auguri di poter campare con quella che faccio, le mie comfort zone rimangono quella dell’autonomia e del DIY. L’unica possibilità in cui Arte a morte possa restare tale, accettando il finanziamento di un capitalista dell’arte, sarebbe quella di montare una grande truffa in cui i soldi, investiti dal suddetto per produrre un’opera, vengano usati per finanziare la lotta armata! (A tutte le F.D.O. : sto palesemente scherzando!)


Raccogliere fotografie abbandonate e scarti stradali significa lavorare su relitti della civiltà di massa, e quindi su biografie dimenticate che la società ha già deciso di scartare. Tuparli di attivare un “pensiero magico” e di “soffiare amore in corpi morti” attraverso il trauma dell’incisione. Questa formula solleva anche un dubbio politico e filosofico cruciale: l’arte ha davvero il potere terapeutico di riabilitare e risarcire ciò che la realtà ha distrutto, o l’atto di ferire ulteriormente quel supporto è l’ammissione finale che non c’è alcuna redenzione possibile per lo scarto, se non l’esibizione della sua stessa fine?
Questa domanda mi fa sentire come il cane del quadro “Perro enterrado en arena” di Francisco Goya, perché non possiedo la risposta assoluta. Penso, quindi, che il concetto di scarto appartenga alle leggi del mercato, esso è una sovrastruttura strettamente legata al concetto di utilità e inutilità. Il mio sguardo sul potere dell’arte si muove in uno spazio altro, che definirei spazio naturale, perché nel ciclo della natura non esiste l’idea di scarto, i cadaveri degli animali, ad esempio, diventano nutrimento per la terra in un infinito rigenerarsi. La realtà non è materia fissa ma in costante mutamento. L’arte può, quindi, facendosi simbolo, influenzare la percezione del reale e modellare la realtà stessa. Il compito dell’arte non è risarcire né riabilitare il reale, ma è quello di generare la sua metamorfosi. L’arte nasce dal dolore, che non è quello di un trauma ma quello che porta in sé ogni trasformazione. Quindi, gli artisti non fanno arte per comunicare o per restituire qualcosa, ma perché non potrebbero fare altrimenti, come una sorta di maledizione, sono agenti del cambiamento.


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