Martina Corona rilascia il suo EP di debutto “Where the sun doesn’t set”. Un EP intimo e personale che accompagna l’artista da una sensazione di smarrimento alla liberazione.
A volte, per ritrovare sé stessi bisogna staccarsi da tutto e partire. Questa è stata la decisione di Martina Corona, artista e cantante indipendente che ha pubblicato il suo nuovo EP “Where the sun doesn’t set”. Ispirato ad Oslo e al suo freddo – solo meteorologico, poi capirete perché. Martina è riuscita a dar vita a un progetto molto personale e a dir poco terapeutico. Da quell’esperienza in solitaria, fatta di passeggiate sull’Opera House e lunghe giornate illuminate dal sole del nord, è nato un progetto dal sound internazionale, sospeso tra l’indie-folk e il country-pop alla Noah Kahan e Fleetwood Mac. In questa chiacchierata, l’artista ci racconta la sua storia, pezzo dopo pezzo, passando dallo smarrimento alla successiva liberazione, portandoci da Milano dritti verso il nord Europa.
Ciao Martina, che piacere conoscerti! So che sei stata ad Oslo, che è un posto molto interessante. Ti sei trasferita lì stabilmente?
No, in realtà dopo una rottura e vari cambiamenti nella mia vita, ho deciso di fare un viaggio da sola. All’inizio è stato un viaggio di quattro giorni. Sono partita per Oslo da sola ad ottobre, due anni fa quasi ormai. Mi è piaciuto così tanto – sia l’esperienza di stare da sola con me stessa, sia la città in sé – che ci sono ritornata a maggio dell’anno scorso. Quella volta ci sono rimasta per un mese, sempre da sola, e ho passato il tempo a scrivere e studiare per gli esami dell’università.
Tipico, ne so qualcosa! È comunque una storia interessantissima. Sei partita completamente da sola, un atto di coraggio non da tutti. Quello è stato il momento in cui hai capito di dover mollare tutto. È lì che hai scritto l’album, giusto?
Lì ho scritto due canzoni: ne ho finita una e ho scritto l’ultima, che è “Now I Breathe”. Parla proprio di Oslo e delle mie passeggiate sull’Opera House.
Il titolo dell’EP è Where the Sun Doesn’t Set. Vorrei chiederti se sia stata proprio la città di Oslo ad ispirare l’inizio di questo progetto, cosa ti ha fatto scegliere quel titolo e se ci sia qualcosa nella tua vita che, come il sole del nord, non tramonterà mai
Sì, fondamentalmente l’ispirazione è partita da lì. La prima volta che ci sono stata, ad ottobre, non ho visto il sole che non tramonta. Quando sono tornata a maggio invece, nonostante non me lo aspettassi, dato che Oslo è abbastanza a sud, ho trovato un sole che restava in alto fino alle undici e mezza di sera. Per me era una cosa folle! Però mi permetteva di avere giornate che sembravano non finire mai, dandomi il tempo di fare quelle passeggiate meravigliose e tranquille, a contatto con me stessa.
E comunque sì, in quei giorni ho avuto dentro di me la forza di dire: “Okay, faccio questo EP”. È stato un percorso complesso, anche perché l’ho realizzato da indipendente, il che richiede tempo, denaro e un grande investimento sotto ogni punto di vista.
Il titolo era già deciso, ancora prima che io decidessi quali canzoni inserire. All’inizio avrei voluto chiamarlo semplicemente “Oslo” o qualcosa del genere, ma poi ho pensato che servisse qualcosa di più profondo, e così è nata l’idea del sole che non tramonta.
Per rispondere alla tua seconda domanda, ciò che non tramonterà mai nella mia vita è la passione per la musica. Non è un percorso sempre lineare – ho avuto un paio d’anni in cui non ho più fatto nulla – ma [la musica] è qualcosa ritorna sempre


Il nome dell’EP è bellissimo. Trovo fantastico il modo in cui sei riuscita a girare intorno al nome “Oslo” con una formula così descrittiva; direi che ci hai azzeccato. Cambiando un attimo scenario: tu in Italia dove vivi? Sei a Milano, giusto?
A Milano, esatto.
Ecco, volevo chiederti se ad Oslo hai percepito un’atmosfera o un suono specifico che ti ha fatto pensare: “Cavolo, qui è tutta un’altra cosa rispetto a Milano”. Quali sono state le differenze più grandi che ti hanno colpito, anche dal punto di vista musicale? Hai avvertito qualche influenza particolare?
In realtà sì, tantissime. Milano, per quanto sia una città piena di eventi musicali e di possibilità, per me – in quanto musicista donna, indipendente e che canta in inglese – è sempre stato complesso, soprattutto entrare in una comunità musicale. Ad Oslo invece camminavo per strada ed era pieno di bar che organizzavano open mic e palchi di musica dal vivo. Tra l’altro ho beccato l’Oslo Music Fest, un festival in cui ogni quartiere della città aveva il proprio palco dedicato a un genere musicale diverso. Per me è stato incredibile. Sono cose che poi in realtà trovi anche a Milano, però diciamo che Milano, non lo so, ha un’aria differente.
Questo è molto interessante. C’è quindi un giro culturale in una città che, di primo acchito, uno potrebbe pensare vuota o fredda. Invece, a quanto pare, c’è un movimento in cui hai fatto persino meno fatica a ritrovarti, giusto?
Si, ed è una cosa che mi ha molto sorpresa, non me lo aspettavo. Spesso si sente dire che i norvegesi sono distanti o freddi, ma in realtà ho trovato un senso di comunità e di condivisione musicale fortissimo.
Passando invece al sound del tuo EP, è evidente che sia ispirato a influenze più inglesi e americane, sonorità che qui in Italia vanno un po’ meno, come il country pop e il pop rock. Non hai paura che muoverti in questo territorio in Italia possa limitarti? Temi che il pubblico italiano possa fare fatica a capire la tua direzione musicale?
All’inizio sì, tantissimo. Infatti, è proprio per questo che ci ho messo tanto a partire con questo progetto. Prima ho voluto sperimentare diverse strade: ho scritto canzoni in italiano e ho provato un po’ di tutto, seguendo i consigli delle persone che avevo conosciuto a Milano. Poi, però, tornava sempre quel mio desiderio di fare questo genere di musica e scrivere in inglese. Alla fine, mi sono detta: “Vabeh, mi butto e ci provo”.
Poi ho notato che per quanto riguarda le classifiche o chi lavora nel settore, tendono subito a scoraggiarti dicendoti: “No, se non fai questo genere non funzioni” – il che all’inizio spaventa. In realtà, ci sono tantissime persone che ascoltano questo tipo di musica. Nell’ultimo periodo ho conosciuto molte ragazze che mi hanno detto: “Io ascolto tantissimo questo genere, non sapevo ci fosse qualcuno in Italia che lo facesse”.
E grazie a TikTok, pubblicando i miei contenuti lì, mi sono resa conto che le persone a cui piace la mia stessa musica esistono. Magari è un po’ più difficile intercettarle muovendomi da sola, ma quel pubblico c’è, è una fetta di pubblico che probabilmente è stata un po’ messa da parte.
Nel tuo lavoro noto chiaramente l’influenza di artisti come i Fleetwood Mac, Noah Kahan, ma anche Gracie Abrams e, in un certo senso, Olivia Rodrigo. Che impatto hanno avuto questi artisti su di te, da quanto tempo ti accompagnano e quanto ti hanno aiutato a plasmare il sound che hai creato?
Non c’è stata una scelta a tavolino. È stato un processo spontaneo. All’inizio mi ispiravo a sound totalmente diversi, come Ariana Grande, e quel tipo di pop puro. Poi, crescendo, ho iniziato a scoprire il mondo dell’indie folk e del country pop.
Dei Fleetwood Mac, ad esempio, me ne sono innamorata. Mi piace il loro modo di scrivere. Ascolto anche Noah Kahan, che ha dei testi meravigliosi, e Gracie Abrams. Questi artisti, inconsapevolmente, mi hanno indirizzata verso la musica che voglio fare davvero.
So che suoni il basso, e a questo proposito volevo chiederti come nascono i tuoi brani. Nasce prima il testo, la linea di basso o la melodia?
Dipende, ogni canzone nasce a modo suo. Solitamente scrivo partendo da un mix: magari ho in mente una melodia e qualche parola del ritornello, mentre per la strofa non so ancora bene quale direzione prendere, quindi lavoro su questa intuizione iniziale.
Altre volte mi capita di partire da una singola parola e dire: “Voglio scrivere un pezzo su questo concetto”. In genere, comunque, c’è un mix spontaneo tra musica e testo: tiro fuori un jingle abbozzando le prime parole e da lì sviluppo tutto. “Whisky Bar” è stata un’eccezione: è partita esattamente dal ritornello in cui ripeto “Whisky Bar”. Sono andata dal mio produttore e gli ho detto di partire dalla linea di basso, perché ne volevo una importante. È stata forse la traccia più divertente da registrare, anche perché ci ho lavorato con un mio amico che fa il chitarrista, senza limite né di minutaggio né di genere.

Rallentando un attimo il ritmo, qual è invece la canzone più personale o difficile da pubblicare di questo EP?
Anche se non si direbbe, perché è un pezzo molto upbeat e divertente, penso che la scelta cada su “Lost”. Nonostante parli in terza persona di una ragazza – “she” – in realtà sto parlando di me stessa. Su TikTok c’è stato anche un momento in cui le persone pensavano fosse una canzone d’amore dedicata a una ragazza; per me ognuno è libero di interpretarla come vuole, ma che in realtà l’ho scritta guardando a me stessa dall’esterno. È stato un po’ difficile perché ha segnato il momento in cui ho ammesso di sentirmi totalmente persa, anche con il mio rapporto con la musica. Scriverlo è stato come dire a me stessa “adesso torno a fare ciò che voglio davvero e ci provo”. Quindi, per quanto il mood possa sembrare felice, scriverla e pubblicarla è stato un passo difficile.
Tra l’altro è la prima traccia dell’EP, una partenza col botto! È stata una scelta intenzionale quella di metterla in apertura o è stato un caso?
Sì, è stata una scelta voluta perché nella mia testa l’EP andrebbe ascoltato dall’inizio alla fine in sequenza. Ascoltando le canzoni di fila si coglie un nesso logico tra i testi. Magari non è super evidente, però racconta la mia storia da quando ho scritto “Lost” a quando ho fatto tutti i miei viaggi, fino al mio ritorno a casa.
Quindi chi ascolta attentamente i testi capisce un po’ la tua storia.
Sì, perché in “Lost” racconto la parte in cui mi sento persa, mentre l’EP si chiude con “Now I Breathe” dove c’è una frase che dice “Non ho tutto quello che voglio, ma respiro”. C’è proprio una sorta di storia.
Un’escalation di liberazione, bellissimo. Questo EP è nato per rimettere insieme un po’ di pezzi e per ritrovarsi dopo un momento di smarrimento. Raccontami quali sono stati i tasselli più importanti di questa storia e, soprattutto, se oggi ti senti un po’ più a “posto” e completa dopo l’uscita di questo album. Chi è Martina oggi?
In realtà non ho ancora metabolizzato del tutto il fatto di aver pubblicato questo EP. Ci sono stata dietro per quasi due anni, quindi vederle finalmente fuori mi sembra surreale, non riesco ancora a capacitarmi del tutto.
Per quanto riguarda il sentirmi cambiata, a volte ho l’impressione di essere sempre la stessa; poi, però, quando ricanto “Lost” o riguardo i vecchi video che pubblico sui social, mi rendo conto di essere una persona totalmente diversa rispetto a quando mi sono persa la prima volta. Questo progetto mi ha aiutato a lasciare andare una serie di esperienze un po’ traumatiche che si erano accumulate nel giro di pochi mesi, circa due anni fa, prima che scrivessi il brano. Non posso dire di averle rimesse a posto totalmente tutte, perché le sto ancora metabolizzando, però mi rendo conto che più canto, più suono – anche quando ci sono tre persone che mi ascoltano – più qualcosa, ogni tanto, si rimette a posto. In quei momenti capisco che questa cosa mi fa stare bene, e c’è un senso per quello che faccio.

Non so se conosci l’artista RAYE. Lei ripete spesso che la musica è una medicina (“music is medicine”). Mi è venuta in mente lei perché dice sempre che la musica, in qualche modo, ci cura: più dai voce a certe parole e più ti rimetti in sesto. Fa davvero piacere sentire questa testimonianza da te, perché quando lo dice una grande celebrity può sembrare una frase fatta; invece, tu dimostri che la musica aiuta concretamente. Ora che i pezzi dell’EP sono finalmente fuori, qual è il tuo prossimo passo? Possiamo aspettarci un piccolo tour o hai intenzione di far uscire con calma nuovi brani?
Quello che sto cercando di fare ora è di mettere insieme un po’ di date. Mi sto muovendo per contattare i locali e chiedere ad altri artisti – magari un attimino più affermati – se c’è la possibilità di aprire i loro concerti, che è sempre un’ottima esperienza e un grande aiuto. Il mio obiettivo sarebbe riuscire a fare qualche data fuori dall’Italia: su TikTok ci sono tantissime persone che mi scrivono chiedendomi di fare un concerto dalle loro parti. Io rispondo sempre di sì, che vorrei tantissimo, ma che mi serve il tempo di capire come organizzare il tutto. Per adesso questa è la mia priorità assoluta. Anche perché, a essere sincera, non ho ancora vissuto abbastanza cose nuove da sentire il bisogno di scrivere un altro disco; sono ancora nel pieno di questo. E poi ho scoperto che cantare dal vivo mi diverte tantissimo.
È stato davvero un grande piacere conoscerti ed approfondire la tua storia.
Anche per me! Ti ringrazio ancora tantissimo per avermi dato questa opportunità.


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