Intervista al Professor Paolo Valerio.

La salute mentale è un territorio profondo, viscerale, che sfugge alle maglie strette di una semplice dottrina o di una materia da manuale. Parliamo di un labirinto umano che tocca i punti più reconditi dell’animo e del contesto sociale in cui si muove. Già nella seconda metà del Novecento, il filosofo e sociologo francese Michel Foucault aveva sferrato una delle critiche più radicali alla psichiatria istituzionale, dimostrando come la “follia” non fosse un dato biologico immutabile ma un autentico prodotto storico e culturale. Per lui anche strutture come il manicomio erano volte al solo scopo di esercitare un controllo sociale, disciplinando i corpi considerati irragionevoli e sottomettendoli all’autorità medica attraverso giudizi morali e distinzioni di classe. Uno strappo teorico che ha saputo viaggiare nel tempo, uscendo dai confini scientifici per farsi carne e arte. L’attore e regista italiano Carmelo Bene è stato capace di tradurre la critica foucaultiana in una radicale e dirompente pratica teatrale di vita.

Per il drammaturgo, la follia diventa condizione di libertà assoluta, una fiera opposizione a quella – da lui considerata – polizia scientifica che normalizza il diverso e ha un’idea di cura che coincide, di fatto, con il conformismo sociale. Oggi stiamo assistendo a un nuovo cambio di rotta, il tema della salute mentale si sta finalmente sdoganando. Si cerca di normalizzare il ricorso allo specialista come interprete delle nostre percezioni emotive, e lo stesso linguaggio sociale si sta rimodellando, prestando un’attenzione meticolosa a parole, concetti e toni. Un lavoro prezioso che, se condotto con lucidità, ha il potenziale di ribaltare i paradigmi disfunzionali degli ultimi anni. Tuttavia, per permettere una reale metamorfosi, serve una vera e propria metodologia anarchica del pensiero che consenta di uscire dalla segmentazione dei singoli saperi e far fluidificare i concetti, facendoli poi confluire in un’unica direzione. Immaginare una cura che vada oltre il parere strettamente medico è possibile solo se accogliamo pratiche trasversali. Tentativi già in atto, ma che rischiano di trasformarsi in un boomerang se privi di un pensiero comune e di una visione d’insieme. Di questa complessa architettura psicosociale abbiamo discusso con chi, su questo concetto, ha costruito e continua a costruire la propria intera identità, fondendo studio, attivismo e arte. 

Il professor Paolo Valerio si inserisce perfettamente in questo solco concettuale, avendo dedicato la sua intera carriera alla de-patologizzazione delle identità non conformi al genere assegnato alla nascita (delle varie forme con cui si possono manifestare i transgenderismi), al contrasto dello stigma e alla de-stigmatizzazione della salute mentale.

S. Professore, lei unisce la pratica clinica all’attività di eco-scultore, raccogliendo legni e materiali restituiti dalle onde per dar loro una nuova vita e una nuova narrazione. Nel mio quartiere vive Salvatore, un bravissimo idraulico che, dopo l’esperienza traumatica di un TSO, è stato letteralmente isolato dalla società. Guardando le sue opere si ha quasi la sensazione che ciò che viene espulso continui comunque a chiedere di essere visto. C’è un legame profondo tra ciò che si arena sulla spiaggia e le esistenze umane che il sistema decide di non vedere più? Come si restituisce dignità, parola e “diritto di cittadinanza” a un essere umano che la collettività ha catalogato come un rifiuto non più performante?

P.V. Quando raccolgo un frammento sulla spiaggia del litorale flegreo, non sto semplicemente recuperando un oggetto, sto ascoltando una storia. Quel legno, quella plastica, quelle reti hanno attraversato tempeste, subito urti, vissuto abbandoni. Sono stati espulsi da un sistema che decide cosa è utile e cosa non lo è più. Nella mia pratica clinica incontro spesso la stessa dinamica, persone che, dopo un trauma o un’esperienza psichiatrica coercitiva, vengono percepite come non più performanti, come se la loro esistenza avesse perso valore sociale. Il punto è che nessun essere umano è un rifiuto. È la collettività che, per difendersi dalla propria angoscia, costruisce categorie di esclusione. La psicoanalisi ci insegna che ciò che viene espulso e non riconosciuto ritorna sempre, molto spesso sotto forma di sofferenza. Restituire dignità significa allora riaprire uno spazio di parola, e permettere alla persona di raccontarsi senza essere ridotta alla diagnosi o all’evento traumatico, ma soprattutto riconoscere che la sua storia non è finita, che c’è ancora un movimento possibile.

Nelle mie eco-sculture il gesto artistico è anche un gesto clinico. Raccolgo ciò che è stato scartato e lo rimetto in circolo. Offro ai materiali raccolti sulla spiaggia — visti dagli altri solo come “munnezza” da buttare — una nuova forma, una nuova possibilità di essere guardati. Con gli esseri umani accade qualcosa di analogo, la dignità si restituisce attraverso la relazione, attraverso uno sguardo che non giudica ma accoglie, che non cataloga ma ascolta. Salvatore non ha bisogno di essere aggiustato, ha bisogno di essere riconosciuto e di essere reinserito in una trama di legami, ritrovando un luogo dove la sua parola non sia sospesa ma presa sul serio. Il diritto di cittadinanza, dunque, non è un atto burocratico, è un atto simbolico, offrendo la possibilità di tornare a esistere nello sguardo dell’altro. In fondo, sia nella clinica sia nell’arte, io faccio la stessa cosa: testimonio che ciò che è stato ferito può ancora generare senso, che ciò che è stato scartato può tornare a vivere, che nessuna vita è mai definitivamente perduta.

S. Lei è da decenni un punto di riferimento per i diritti civili, lo studio della varianza di genere e il contrasto allo stigma. Ha dedicato la vita a difendere la complessità dei corpi e delle identità dalle gabbie in cui la società tenta di rinchiuderli. Oggi però assistiamo a un nuovo paradosso: l’era digitale ci chiede di essere costantemente visibili, ma solo a patto di performare una perfezione credibile. Chi non riesce a sostenere questa pressione spesso pratica il masking, nascondendo il proprio crollo per paura di essere giudicato o escluso. Dal suo osservatorio, come si combatte questa nuova forma di violenza sociale che ci impone di essere normati, performanti e conformi?

P.V. Prima di tutto desidero ringraziarla per questo riconoscimento che mi riempie di orgoglio. Dal mio osservatorio clinico e sociale vedo una nuova forma di violenza simbolica, che non urla e non colpisce apertamente, ma erode lentamente la possibilità di esistere nella propria verità. Producendo solitudine, vergogna e auto-censura. E soprattutto produce l’idea che la fragilità o la diversità siano espressione di un fallimento. In realtà la fragilità è una condizione umana universale e la diversità è una risorsa, non un ostacolo. Ciò che viene nascosto non scompare, semmai si sposta e talvolta si traveste, ritornando sotto forma di sintomo. Per questo il primo gesto necessario è restituire legittimità alla complessità. Dire con chiarezza che nessuno è tenuto a performare una felicità continua, una forza senza incrinature o un’identità conforme alle aspettative sociali.

Il lavoro clinico consiste proprio in questo, creare uno spazio dove la persona possa togliere la maschera senza temere di essere punita, e dove si possa dare un nome alle proprie fragilità senza sentirsi distrutti, accettando anche i propri piedi di argilla senza vivere continuamente dentro l’alternativa onnipotenza o impotenza. Ma esiste anche un piano collettivo. La lotta allo stigma nei confronti delle persone transgender e gender diverse, che porto avanti da decenni attraverso l’ONIG (Osservatorio Nazionale Identità di Genere) ci ricorda infatti, che la libertà individuale non esiste senza una vera e propria trasformazione culturale. Per combattere questa nuova normatività digitale dobbiamo costruire comunità che non chiedano performance, ma presenza. Comunità che non premiano la perfezione, ma riconoscano la possibilità di essere imperfetti, diversi, fragili, senza essere esclusi. In fondo la domanda è sempre la stessa: in che tipo di società vogliamo vivere? In una società che tollera solo ciò che è levigato o in una società capace di accogliere anche ciò che appare incrinato, perché non corrisponde ai canoni che la società ha artificialmente costruito? Per anni l’omosessualità e le identità di genere non conformi al sesso assegnato alla nascita sono state considerate espressioni di malattia mentale sulla base di pregiudizi patriarcali, sessisti ed eteronormativi. Oggi tutto questo ci appare inaccettabile, ma quelle persone hanno subito persecuzioni, violenze e solitudine. Per questo continuo a credere nella seconda possibilità, ovvero una società che riconosca dignità alle crepe, alle differenze e alla verità dei corpi.

S. Nel suo lavoro teorico sulla trasformazione delle pratiche organizzative, lei sostiene che le istituzioni debbano cambiare dall’interno. Spesso pensiamo che la gestione del disagio sia un compito da delegare esclusivamente a specialisti, psichiatri o farmaci. Io credo invece che la comprensione del dolore debba diventare una pratica quotidiana che attraversa ogni spazio pubblico, dalle maestre dell’asilo fino alle aule universitarie. Come si insegna davvero una cultura della cura e della differenza a chi gestisce i luoghi del potere, del lavoro e della quotidianità strutturata?

P.V. Fa bene a non parlare soltanto di cultura della cura, ma a introdurre il concetto di cultura della differenza. Una cultura , cioè che non consideri la diversità come un ostacolo da abbattere, ma come una possibilità da valorizzare. Per promuovere questi modelli non possiamo limitarci a tecniche o protocolli, dobbiamo fare riferimento a una postura che è prima di tutto etica. La cura non è un compito da delegare agli specialisti, ma una responsabilità diffusa che riguarda ogni luogo in cui esistono relazioni umane. Il problema è che molte istituzioni — scuole, università, aziende, servizi — sono ancora costruite su modelli organizzativi che premiano efficienza, prestazione e conformità. In questi contesti il dolore diventa un disturbo del funzionamento e la differenza viene facilmente stigmatizzata. Le istituzioni però, cambiano davvero quando a cambiare sono gli sguardi di chi le abita e di chi le guida. Non basta introdurre linee guida, serve una trasformazione simbolica profonda. Una trasformazione che inizia da un gesto semplice ma difficilissimo, quello di riconoscere che ogni persona porta con sé una storia, una fragilità e un desiderio di essere vista. Insegnare la cultura della cura e della differenza significa allora insegnare l’ascolto. Non un ascolto tecnico, ma umano, la capacità di sospendere il giudizio, tollerare la complessità e accogliere ciò che non comprendiamo subito Perché il potere, se non viene attraversato dalla responsabilità verso l’altro, può trasformarsi facilmente in violenza. È un lavoro lento, ma è l’unico possibile, perché la cura non è un lusso: è la condizione stessa della convivenza umana.

Paolo Valerio fotografato da Nicola Gallo. Photo Courtesy of Paolo Valerio

S. Oggi social e ambienti accademici sono saturi di termini come body positivity, vulnerabilità, salute mentale e attivismo digitale. Ma tutta questa disponibilità di linguaggio non rischia di nascondere un enorme analfabetismo emotivo reale? Non stiamo forse diventando incapaci di tollerare il dolore vero quando smette di essere estetico, ordinato e raccontabile?

P.V. Sì, credo che oggi viviamo un paradosso molto evidente: abbiamo un’enorme disponibilità di parole, ma una capacità sempre più ridotta di stare davvero davanti al dolore dell’altro. È come se il linguaggio si fosse emancipato, mentre gli affetti fossero rimasti analfabeti. La psicoanalisi ci insegna infatti, che quando un’esperienza viene troppo nominata, spiegata o concettualizzata, rischia di perdere il suo corpo. Ma il dolore vero — quello che “puzza”, che genera disordine, che non è condivisibile su Instagram — resta lì, intatto, e continua a spaventarci. Parliamo moltissimo di fragilità, ma non sappiamo più cosa farne quando quella fragilità si siede accanto a noi in metropolitana, negli uffici o in una classe. Abbiamo parole raffinate, ma non abbiamo più la forza di reggere la presenza dell’altro quando è ferito, incoerente, diverso o non performante. La sofferenza in realtà non è un concetto, ma un incontro che in quanto tale richiede disponibilità, tempo, tolleranza dell’ambivalenza. Ma soprattutto richiede di lasciarsi toccare, e di rinunciare al controllo, anche accettando che l’altro non sia come noi vorremmo che fosse.

La vera sfida è tornare a tollerare il reale. Quel concreto del corpo che trema, della voce che si spezza, dell’odore che disturba, e della storia che non si lascia semplificare. Proprio qui si gioca la cittadinanza emotiva, nella capacità di restare presenti quando l’altro non è bello, non è ordinato, non è facile. Nella mia esperienza clinica e nella mia vita di attivista ho imparato che la cura nasce quando smettiamo di difenderci dal dolore dell’altro e accettiamo di lasciarci interrogare.  Non serve un lessico più sofisticato, serve una disponibilità più umana.

S. Lei ha iniziato il suo percorso negli anni Settanta, in piena rottura con la vecchia psichiatria manicomiale. Chi vede da vicino un TSO o un ASO oggi sa che non c’è nulla di romantico: ci sono contenzione, sedazione e una profonda solitudine. Lei crede che sia ancora possibile immaginare una salute collettiva e comunitaria che parta dal basso e si prenda cura delle fragilità fuori dalle logiche del profitto e del controllo?

P.V. Quando ho iniziato a lavorare negli anni Settanta, la psichiatria italiana stava vivendo una rivoluzione che sembrava impossibile: la chiusura dei manicomi, la fine della segregazione, l’idea che la cura potesse avvenire nella comunità e con la comunità. Non era un’utopia romantica, ma un lavoro quotidiano, faticoso, fatto di conflitti, errori e tentativi. Ma era soprattutto un lavoro che nasceva dal basso, da operatori, pazienti, famiglie e attivisti che credevano che la dignità non fosse negoziabile. Oggi, quando assistiamo a un TSO o a un ASO, vediamo che quella promessa non è stata pienamente mantenuta. La contenzione, la sedazione e la solitudine non appartengono soltanto al passato, e questo ci ricorda che la trasformazione non è mai definitiva.

Ogni generazione deve tornare a chiedersi che cosa significhi davvero curare. Io credo che una salute collettiva sia possibile solo se nasce da una responsabilità condivisa. Non possiamo delegare tutto agli specialisti né pensare che il benessere sia un prodotto da acquistare o un protocollo da applicare. La cura è un bene comune e una salute comunitaria non significa gestire le persone, ma accompagnarle, anche costruendo reti di prossimità, luoghi di ascolto e relazioni non strumentali. Per questo continuo a credere che la cura non sia un servizio, ma una pratica politica, perché senza comunità nessuna cura è davvero possibile.

S. Ritornando alla sua attività artistica: lei raccoglie plastica fusa, ferro arrugginito, bambole e materiali corrosi dalla salsedine per trasformarli in eco-sculture. La società attuale sembra fare lo stesso con le persone: produce identità standardizzate e scarti umani con la stessa logica di mercato. Le chiedo un atto di onestà intellettuale: la sua arte e la sua pratica clinica sono un modo per rendere tollerabile l’orrore contemporaneo o un tentativo di sabotare la macchina che continua a produrre esclusi?

P.V. Quando raccolgo plastica bruciata, ferro arrugginito o legni corrosi dal mare non sto semplicemente recuperando materiali, sto entrando in relazione con ciò che la società ha espulso. Ogni frammento che trovo è un corpo che ha resistito. E sì, la società attuale produce identità standardizzate e scarti umani con la stessa logica con cui produce rifiuti. Tollera soltanto ciò che è performante, levigato, conforme, tutto il resto viene rigettato. Lei mi chiede se la mia arte e la mia pratica clinica servano a rendere tollerabile questo orrore o a sabotarlo. La verità è che sono entrambe le cose, ma non nel senso di un adattamento estetico. La clinica e l’arte, per me, sono due forme di resistenza. Se la clinica resiste all’idea che il dolore debba essere silenziato o normalizzato, l’arte resiste all’idea che ciò che è ferito debba essere nascosto. Così, quando trasformo un rifiuto in eco-scultura non sto provando ad abbellire l’orrore, ma sto rendendo visibile ciò che il sistema vorrebbe invisibile. Anche nella clinica facevo lo stesso, raccoglievo ciò che era stato rigettato e provavo a rimetterlo in circolo. La cura, in fondo, è un sabotaggio gentile, perché interrompe la logica del profitto, del controllo e della prestazione restituendo tempo, parola e presenza. Tuttavia, non credo che l’arte o la clinica possano fermare da sole la macchina che produce esclusi, credo però che possano incepparla, aprendo fessure, creando spazi di umanità dove sembrava impossibile.

S. Professore, lei viene vissuto da generazioni di studenti, attivisti e pazienti come un punto di riferimento umano prima ancora che accademico. In un mondo sempre più cinico, individualista e sordo al dolore degli ultimi, dove trova la forza — come clinico, artista e persona — per continuare a cercare bellezza proprio nei luoghi che la società tende ad abbandonare? C’è una “piantina rosa”, per usare una metafora a me molto cara, che continua a curare per il futuro di tutti noi?

P.V. Tornando alla sua domanda, la verità è che non ho mai creduto che il mondo fosse un luogo naturalmente giusto. Ho imparato presto, nella clinica come nella vita, che la sofferenza non è un incidente, è una parte della condizione umana. Eppure, proprio per questo, ho sempre sentito che il mio compito fosse cercare ostinatamente la bellezza nei luoghi dove nessuno vuole guardare. Non una bellezza estetica, ma etica. La bellezza di un gesto di cura, di una parola che apre, di un corpo che trova finalmente uno spazio per esistere. La forza non viene dall’illusione che tutto andrà bene, ma viene dall’incontro con le persone. Sono proprio gli studenti che mi interrogano, gli attivisti che resistono e i pazienti che trovano il coraggio di raccontarsi a ricordarmi ogni giorno che la speranza non è un sentimento, è una pratica.

Come artista eco-sostenibile ho imparato dal mare una lezione fondamentale: ciò che viene scartato può tornare a vivere. Lei mi chiede se esiste una “piantina rosa” che continuo a curare. Sì, esiste. È la fiducia nelle relazioni umane e nella possibilità che la cura possa ancora trasformare il mondo, è la convinzione che ogni generazione meriti adulti che non si arrendano al cinismo e che non smettano di credere nella possibilità di un futuro più giusto. Quella piantina rosa, per me, è la comunità, ed è la speranza che, nonostante tutto, possiamo ancora costruire luoghi dove la fragilità non sia motivo di esclusione, ma occasione di incontro. E finché quella piantina continuerà a crescere — anche lentamente — io continuerò a prendermene cura.


Paolo Valerio 

Professore Onorario Psicologia Clinica Università Federico II di Napoli

Presidente Onorario Centro di Ateneo Sinapsi Università Federico II di Napoli

Presidente Fondazione Genere Identità e Cultura ETS

Presidente Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere – ONIG

Artista eco sostenibile

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