Dal fuoco alla plastica, e dalla presenza alla metamorfosi: un confronto sui temi che attraversano la ricerca dell’artista e sul significato che assumono oltre il linguaggio dell’arte contemporanea.
Che cosa accade quando un materiale industriale viene sottratto alla propria funzione e attraversato dal fuoco? Da anni Devid Biscontini indaga questa domanda attraverso una ricerca che si colloca al confine tra pittura e scultura. Al centro del progetto Matrice emergono corpi sospesi, forme instabili e figure che sembrano affiorare dalla materia per poi dissolversi nuovamente. In questa intervista abbiamo provato a entrare nel nucleo della sua ricerca, interrogando il significato di concetti come trasformazione, presenza, memoria e vulnerabilità, sempre più ricorrenti nel linguaggio dell’arte contemporanea.


Nel progetto Matrice la figura femminile viene descritta come una presenza universale, una memoria, quasi un archetipo. Mi sono chiesta però perché sia ancora il corpo della donna a doversi fare carico di questi significati. Cosa ti spinge a tornare continuamente su quella figura e che rapporto hai con il rischio di trasformarla in simbolo anziché in soggetto?
Non mi interessa il corpo femminile come simbolo. Mi interessa come origine. Nelle mie opere la figura della donna non rappresenta un’idea, una categoria o un’identità specifica. È una presenza che emerge dalla materia prima ancora di diventare una persona riconoscibile. Torno continuamente a questa figura perché la considero il luogo in cui la disponibilità al cambiamento e la forza possono esistere contemporaneamente. Non è un soggetto da descrivere ma una presenza da far emergere.
Il rischio di trasformarla in simbolo esiste sempre. Cerco di evitarlo lasciando che sia la materia stessa a generare l’immagine. Quando la figura appare non è la dimostrazione di un concetto, ma il risultato di una trasformazione. È qualcosa che esiste prima delle parole.
Leggendo il dossier ho incontrato spesso parole come trasformazione, vulnerabilità, memoria, presenza. Sono concetti molto forti ma anche molto presenti nel linguaggio dell’arte contemporanea. Qual è il significato che attribuisci loro al di fuori del sistema dell’arte? Ma soprattutto in che modo fanno realmente parte della tua esperienza del mondo?
Per me queste parole non appartengono all’arte prima di appartenere alla vita. La trasformazione è la condizione stessa dell’esistenza. Nulla rimane identico a sé stesso e ogni forma è sempre provvisoria. La disponibilità al cambiamento è ciò che rende possibile ogni trasformazione. Senza questa apertura non potrebbe emergere nulla di nuovo. La memoria non è soltanto il ricordo del passato. È una traccia che continua ad agire nel presente anche quando non è visibile. La presenza è il momento in cui qualcosa acquista realtà e diventa percepibile. Questi concetti fanno parte della mia esperienza del mondo prima ancora che del mio lavoro. Le opere nascono dal tentativo di dare loro una forma visibile.


Scrivi che la plastica, attraverso il fuoco, diventa presenza umana. È un’affermazione affascinante ma anche molto impegnativa. Quando una materia industriale non è più un materiale e diventa davvero qualcosa che parla dell’essere umano? Dove avviene quel passaggio?
Il passaggio non avviene quando la plastica assume l’aspetto di un corpo. Avviene quando smette di essere percepita come un oggetto. Il fuoco non serve a modellare una forma prestabilita. Serve a portare la materia in una condizione di instabilità in cui può accadere qualcosa di inatteso. Quando guardiamo un’opera e non vediamo più soltanto plastica, ma riconosciamo una presenza, una tensione o una fragilità che ci riguarda, allora il materiale ha superato la sua funzione originaria.
È in quel momento che la materia inizia a parlare dell’essere umano.
Le tue opere sembrano muoversi continuamente tra nascita e dissoluzione. Mi sono chiesta se questa tensione riguardi davvero la materia o se sia piuttosto una riflessione sull’essere umano contemporaneo. Di cosa stai parlando quando parli di metamorfosi?
Parlo di entrambe le cose perché non riesco a separarle. La materia che utilizzo attraversa processi di distruzione, deformazione e ricomposizione. Ma ciò che mi interessa non è la materia in sé. Mi interessa ciò che questa trasformazione rende visibile. La trasformazione non coincide con un cambiamento di forma. È il passaggio da una condizione a un’altra. È il momento in cui qualcosa non è più ciò che era ma non è ancora ciò che diventerà. Per questo nelle mie opere nascita e dissoluzione convivono. Non le considero opposti, ma parti dello stesso processo. Credo che questa condizione appartenga profondamente anche all’essere umano. Viviamo continuamente dentro processi di trasformazione che raramente raggiungono una forma definitiva.
Le mie opere abitano proprio questo territorio sospeso, dove una presenza sta emergendo ma non si è ancora compiuta del tutto.

Osservando il tuo lavoro ho avuto la sensazione che il processo sia spesso più presente del risultato finale. Il rischio, però, è che la trasformazione della materia diventi essa stessa il soggetto dell’opera. Cosa accadrebbe ai tuoi lavori se togliessimo il fascino della combustione, della deformazione e dell’effetto visivo? Quale pensiero resterebbe in piedi?
Se togliessimo il fuoco, la deformazione e ogni aspetto legato al processo, ciò che dovrebbe restare sarebbe comunque la presenza. Non lavoro per mostrare una tecnica. Il processo è soltanto uno strumento. Quello che cerco è l’emergere di un’immagine capace di esistere oltre il proprio materiale. Se l’opera dipendesse soltanto dalla trasformazione della plastica o dall’impatto visivo, smetterebbe di esistere nel momento stesso in cui l’osservatore superasse la prima impressione. Ciò che dovrebbe rimanere è una domanda: come può qualcosa emergere da ciò che sembrava inerte?
È questa domanda, più che il processo, il vero nucleo del mio lavoro.


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