Asolo, cinque secoli prima di Freya Stark: una regina che aveva perso tutto, tranne il gusto di fare cultura.
Siamo di nuovo ad Asolo… o forse per la prima volta, dipende da dove avete iniziato: da qui, o da Freya Stark. Le mura esterne del castello si incontrano camminando per il centro del borgo, quasi senza preavviso, come se il confine tra la storia e il presente qui non avesse mai deciso dove stare. La Torre dell’Orologio scandisce ancora il tempo del paese, e nell’ala che fu sala del consiglio c’è un teatro intitolato a Eleonora Duse, che ad Asolo tornava sempre. Ma prima della Duse, prima di chiunque altro, queste mura erano di una regina che aveva perso un regno e aveva deciso di costruirci qualcosa d’altro.


Una regina in cambio di un’isola
Caterina Cornaro nasce a Venezia nel 1454, figlia di una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica. A quattordici anni viene promessa in sposa a Giacomo II di Lusignano, re di Cipro, un matrimonio politico che la Repubblica organizza con precisione, adottandola formalmente come “Figlia della Repubblica” per blindare i propri interessi sull’isola. Caterina arriva a Cipro, diventa regina, perde il marito, perde il figlio. Per quindici anni regna sotto la sorveglianza stretta dei consiglieri veneziani, che spodestano progressivamente ogni sua autonomia. Nel 1489 Venezia decide che è il momento di chiudere: suo fratello Giorgio viene inviato a Cipro per convincerla ad abdicare. Caterina firma. In cambio riceve il titolo, un vitalizio e la signoria di un borgo nell’entroterra trevigiano. Le danno Asolo al posto di Cipro.

Il castello che divenne corte
Ad Asolo Caterina non si ritira ma si reinventa. Il castello che le viene assegnato è una fortezza medievale, nata per difendere non per abitare. Lei lo trasforma: sale di rappresentanza, giardini, un teatro ligneo. Intorno a lei inizia a raccogliersi una corte di umanisti, poeti, pittori. Asolo diventa un posto dove si ragiona, si scrive, si discute lontano dai tumulti di Venezia e dalle corti più ingombranti del Nord. Tutto questo non sarebbe esistito senza di lei.
Il mecenatismo come linguaggio
Caterina sapeva che le immagini parlavano quanto le parole, forse di più. Gentile Bellini la ritrae inginocchiata e coronata nel Miracolo della croce a San Lorenzo, a capo delle nobildonne veneziane, non come regina spodestata, ma come figura di autorità intatta. È una scelta precisa: Bellini era il pittore ufficiale della Repubblica, il più celebre ritrattista del suo tempo, e averlo dalla sua parte significava controllare la propria immagine pubblica con la stessa attenzione con cui un tempo aveva gestito le alleanze diplomatiche. Il giovane Giorgione (Giorgio da Castelfranco Veneto) gravitava attorno alla corte di Asolo negli stessi anni: la sua pittura bucolica e sospesa, quei paesaggi dove tutto sembra sul punto di accadere senza che nulla accada davvero, porta dentro l’atmosfera lirica che Caterina aveva costruito attorno a sé. Commissionare un’opera, ospitare un pittore, scegliere come essere ritratta erano decisioni politiche travestite da scelte estetiche. In un’epoca in cui il potere si leggeva anche attraverso le immagini che produceva, Caterina aveva capito che controllarle significava ancora, in qualche misura, governare.


Gli Asolani
Nel 1505 Pietro Bembo pubblica i suoi dialoghi sull’amore e li intitola Gli Asolani non per caso, ma perché è ad Asolo che li ha scritti, nella corte di Caterina, respirando quell’atmosfera. L’opera si apre con la descrizione dei giardini del castello durante i festeggiamenti per il matrimonio di una delle sue dame: Caterina è lì, sullo sfondo, come la cornice che rende possibile tutto. Bembo diventerà uno dei nomi fondativi del petrarchismo volgare, uno dei testi che la letteratura italiana non dimenticherà. Senza quella corte, senza quella regina, quegli Asolani avrebbero avuto un altro nome o probabilmente non sarebbero esistiti affatto.
Il castello di Asolo è ancora lì, con la sua Torre dell’Orologio che scandisce il tempo del borgo. Di quella corte rinascimentale è rimasto poco se non qualche ala e i resti di una Torre. Ma gli Asolani di Bembo si leggono ancora, i ritratti di Bellini si studiano ancora, e il nome di Giorgione porta dentro di sé qualcosa di quella luce sospesa che Caterina aveva saputo creare attorno a sé. Le è stato tolto un regno. Ha lasciato una cultura. Viene da chiedersi quale dei due abbia durato di più, o forse la risposta già ce l’abbiamo?


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