Un racconto di Christiano Cerasola. Lia: apparizione o fantasma?

Forse, da bambini o più tardi, vi è capitato di leggere la storia di quel re che troppo sfidò la sorte e ricevette delle orecchie d’asino dal dio. Preso da grande vergogna, riuscì a celarle in gran segreto, fino a quando un suo servo non scavò una buca sotto un boschetto di canne proprio per potersi confidare senza colpo ferire. La notizia si incuneò negli steli delle canne, fiorì insieme a loro in primavera e iniziò a spargersi ovunque con l’arrivo del vento. Quello che segue, ad opera di Christiano Cerasola, è la prima parte di un racconto dal nome «Ti chiami Lia.» ed è similmente una storia sparsa nel vento. Arriva fino ai nostri occhi colma di profumi e sapori mentre inevitabilmente sfuma per raggiungere altre orecchie, dunque per vivere di nuovo. Chi sia Lia, la protagonista del racconto, è sempre stato un mistero, ancora prima che il vento ce lo raccontasse. Perché Lia è una ragazza che rideva in un modo che non esiste più, ora che i suoi occhi sono cambiati, ora che è calato su di loro un velo di torti, ora che a volte si perdono in un punto non solo indefinito, ma irraggiungibile. Lia ormai è una voce che arriva dalla Costa Jonica, viva per noi solo attraverso il ricordo. Resta al pubblico decidere se interpretarla come un’apparizione segretamente familiare, o come un fantasma indimenticabile che la memoria fa riemergere nei suoi chiaroscuri.

Christiano Cerasola, autore italo-danese, è nato nel 1968. Ha attraversato il mondo prima per curiosità e poi per mestiere. Oggi vive a Milano ed è autore di romanzi come Ossigeno, Il Musicista, Il Gigantesco Abbaglio, Il canto della megattera, oltre ai racconti Ryuu – Il Custode di Izu, Uova Sbattute e Sistole e diastole. Una produzione che riflette il gusto del racconto di ciò che resta ai margini dello sguardo.

“Ti chiami Lia”, fotografia di Giovan Battista d’Achille (@jefffelix_diaries)

Ti chiami Lia, o almeno così dici. Sei scalza, hai l’aria di chi ha dormito alla stazione ferroviaria e scritto una poesia sul pacchetto di Camel blu. Ne pencola una, mezza consumata, tra l’indice e il medio. Sei ferma lungo la SS106, tra curve che tagliano la costa ionica come ferite. Il sole è basso, arancione, e dipinge sulle nuvole pennellate porpora e indaco.

Inchioda un vecchio sulla settantina, indossa un pullover blu notte, ha la pelle bruciata dal sale e gli occhi di opale. Guida una Panda verde oliva, con l’adesivo sbiadito di Radio Maria sul lunotto e un sacchetto di noccioline americane sul sedile del passeggero. Dice di chiamarsi Evaristo, ma la voce è di chi ha cambiato nome troppe volte.

Parla in dialetto, racconta di un prete che disegna madonne col sangue di gallina, di una donna che cucina solo di notte per non svegliare i morti, di un paese sommerso che riemerge ogni sette anni. Di tutti noi, destinati al grande oblio. Tu ascolti, ma guardi fuori. Scivolano sulle tue iridi nere i campi di papaveri e gli ulivi contorti. Scorrono attraverso le ciglia le case diroccate con le porte spalancate. Attraversate Amendolara in silenzio. Le case basse, intonacate a calce, si susseguono e dissolvono. I balconi sono vuoti, le tende ferme. Un uomo seduto su una sedia di plastica fuma, tiene il braccio appoggiato su un tavolino di ferro battuto. Vi guarda passare senza curiosità.

Rocca Imperiale, la Panda rallenta per evitare una buca. Sul ciglio della strada, un’anziana sistema fichi secchi su una grata di legno, li gira uno a uno con le dita nodose. Indossa un grembiule a fiori, ha le gambe viola e scarpe senza lacci. Lo sguardo è basso, concentrato.  Il paesaggio cambia. I campi si fanno più radi, gli ulivi più storti. I cartelli stradali sono scoloriti, alcuni piegati dal vento. Un cane magro attraversa la carreggiata, Evaristo frena appena, lo lascia passare.              La radio gracchia, poi tace. La spegne con un gesto secco. Ti offre un panino con le acciughe, lo porge senza guardarti. Il pane è duro, il sale punge la lingua. Salite verso Oriolo. Lo sterrato si stringe, le curve si susseguono rapide. I guardrail sono arrugginiti, le cunette piene di foglie secche. Passate accanto a un casolare abbandonato, le finestre murate con mattoni rossi.

Evaristo guida con una mano sola, l’altra poggiata sul cambio. Ogni tanto tamburella con le dita, come per tenere il tempo di qualcosa che non si sente.

Quando la Panda si ferma, siete davanti a un cancello di ferro, piegato al centro. Dietro, la masseria emerge tra le ginestre, con il tetto basso e le imposte chiuse.

Evaristo scende, s’avvicina al cancello. Non dice nulla. Ti fa cenno di passare.

La ruggine non è uniforme: in certi punti sembra più scura, quasi fresca, come se stesse ancora mordendo.

Le cerniere non cigolano, ma sembrano trattenere il suono.

Un filo di ferro penzola dal lato sinistro, attorcigliato su se stesso, con la punta rivolta verso l’alto.

Sulla base, tra l’edera, una macchia nera, lucida, che non è olio e non è terra.

Il vecchio lo apre con una spinta secca, senza guardarlo.

Tu lo attraversi, ma il cancello resta lì, aperto, come se stesse aspettando il ritorno di qualcosa che non ha ancora varcato.

Dietro di voi, il vento cambia direzione.

Davanti, la casa non fa rumore.

Il cancello non si chiude.

Non serve.

La casa è piena di libri senza titoli, quadri vuoti, la radio trasmette solo fruscii. Una mosca cammina lenta sul bordo del bicchiere, sfrega le zampette anteriori con nervosismo. Il pavimento è di cemento grezzo, screpolato. La lampadina nuda pende dal soffitto. Sul tavolo, un cucchiaio annerito dal tempo. Una scarpa da donna, sotto la credenza, macchiata di sangue rappreso. Il ticchettio regolari di un orologio dal vetro screziato. Una foto sbiadita di una giovane sorridente, incollata al muro con nastro adesivo. Odore di metallo. La finestra è chiusa con assi inchiodate, che formano una X.

Ti siedi sulla sedia di vimini. Il volto abbronzato del vecchio emerge dal castano della credenza, mentre porta un bicchiere di vino nero che sa di ferro, e si siede accanto a te. Non chiede nulla. Non dice nulla. Ma quando il sole sparisce dietro le colline, sei ancora lì.

I suoi occhi li senti prima ancora di incrociarli.

Sono un varco, una corrente d’aria che t’attraversa la nuca, precedono il corpo, arrivano prima della voce.

Non hanno luce, solo ombre. Lo sguardo è una traiettoria, una linea tesa che ti raggiunge senza fretta, ma senza possibilità di scampo. Ti fissi sulla sua palpebra inferiore, un’increspatura appena percettibile, un fremito che si ripete con la regolarità di un meccanismo. Non è un tic, non è stanchezza. È un codice.

Un battito d’ali, sì, ma non di mosca: di qualcosa che vive tra le pieghe del tempo, che si nutre di esitazioni.

Quel tremore è un segnale, un alfabeto biologico, inciso nella carne.

Tu lo guardi, e non ti muovi.

Perché sai che ogni gesto è già stato previsto. Che ogni respiro è una replica.  Che ogni incontro è una ripetizione.

E lui sorride.

Ma non a te.

Sorride a ciò che sta per accadere. O forse a ciò che è già accaduto mille volte, in mille stanze, con mille nomi.

E tu, che ti chiami Lia, o almeno così dici, resti lì.

Nel punto esatto in cui il tempo si piega.

Nel battito cieco di una palpebra che non smette di tremare. Evaristo si alza, prende la foto consunta e la deposita accanto al bicchiere, la osserva a lungo, poi volge lo sguardo verso di te, gli angoli degli occhi volgono all’insù, come se avesse già vissuto questo momento.      

Dentro, la sedia scricchiola.

Fuori, il crepuscolo si piega sulle colline.

Il pullover blu notte fa da sfondo alle mani rugose, tra le quali brilla un coltello.                                                                                                             

Ti chiami Lia, o almeno così dici.

La lampadina si spegne da sola, come se avesse finito di raccontare, nel buio senti il pulsare lento di qualcosa che non è il cuore.

Evaristo apre una finestra che non c’era. Fuori, il cielo è capovolto: le stelle camminano sull’erba, e la luna è una pozza d’acqua.

Un gatto bianco vagola tra le ginestre, con gli occhi cuciti da un filo d’oro.

La radiolina improvvisamente aggancia una banda, frigge un po’ e sputa frasi orizzontali che escono in uno deteriorato falsetto:

“Ho visto un uomo che camminava all’indietro, 

con le tasche piene di sabbia e di nomi. 

Diceva che il tempo è un animale stanco, 

che dorme sotto le scale dei sogni. 

Una donna cuciva il vento con ago d’argento.”

Dice piano: “Seguimi.”

Vi avviate in silenzio verso la porta, lui dietro e tu davanti, con le braccia attorno al tuo zainetto.

Ogni passo affonda leggermente, come se la terra fosse fatta di pane.

Cammina davanti a te, il passo lento e deciso, come chi sa dove andare anche se non lo ha mai scelto.

Ogni tanto si ferma, piega il busto e raccoglie qualcosa dal terreno: una foglia secca, un ramo spezzato. Li osserva, li rigira tra le dita, poi li lascia andare.

Con la destra, continua a giocherellare con qualcosa nella tasca del pullover, le dita si muovono come se stessero lucidando un pensiero affilato.

Quando il vento gli spettina i capelli, non li sistema: si limita a inclinare il capo, come per offrire il collo.

Passa accanto a un tronco scavato, ci appoggia la mano, poi la ritrae con un taglio sottile sull’indice. Non fa una smorfia, ma lo guarda a lungo, come se cercasse qualcosa.

Quando la radura si apre, si ferma.

Fa un gesto breve, preciso, con il polso: un movimento che non appartiene al camminare.

Poi si volta verso di te, e nel suo sguardo c’è la sospensione inqueta di chi ha già inciso il finale.

Arrivate presso un bosco dove crescono alberi senza foglie, ma pieni di fotografie appese ai rami.

Volti che ti somigliano, ma non sono tuoi.

Una bambina con le mani sporche di inchiostro.

Un uomo che dorme in piedi.

Una donna sdentata che ride.

Evaristo prende una pietra piatta, la poggia sul tuo palmo, “Se la tieni abbastanza a lungo,” dice, “ti dirà chi sei.”

Il sasso è caldo, pulsa piano.

Tu lo stringi, ma non dice nulla.

Il gatto si avvicina, ha l’affanno e il respiro profondo, sa di mandorla e di pioggia.

Ti guarda, poi si dissolve, lasciando solo un ciuffo di pelo sul terreno.

Evaristo lo raccoglie, lo intreccia con lo spago rosso, e l’attorciglia attorno ai tuoi polsi.

“Adesso puoi restare,” dice.

Tu non rispondi.

Ma il tuo nome comincia a svanire, per riapparire nella fotografia attaccata al ramo più basso.

Ti chiami Lia, o almeno così avresti detto.

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