La moda come linguaggio espressivo della Maison IRA LANGEVIN.

Nelle leggende del Nord si racconta delle donne-cigno. Creature che vivevano tra la terra e il cielo e che, per assumere sembianze umane, deponevano il loro mantello di piume sulla riva del mare. Finché lo indossavano erano libere. Bastava però che qualcuno lo nascondesse perché perdessero il potere di volare e rimanessero prigioniere di un’identità non scelta. Queste leggende ci portano ad assaggiare per la prima volta l’idea che a volte un abito non sia semplicemente un abito, ma la forma visibile di un modo di vivere senza il quale non saremmo pienamente noi stessi.

Cresciuta tra Mosca e San Pietroburgo, dove sviluppa fin da bambina una sensibilità per l’architettura, la natura e la costruzione della forma, Ira Langevin ha attraversato lo studio di diverse discipline – dalle relazioni internazionali alla drammaturgia, dalle arti visive alla gioielleria – che oggi confluiscono nello stile della Maison fondata nel 2023. La moda con lei si fa pratica spirituale: ogni abito è pensato come uno spazio di ricerca in cui artigianato e forma non cessano mai di dialogare. Questo dialogo ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale, fino alle recenti apparizioni della Maison sul red carpet del Festival di Cannes. È precisamente da una concezione della moda come linguaggio che prende avvio l’intervista che segue.

IRA LANGEVIN si definisce una “House of Contemporary Fashion Art”. In cosa questa definizione cambia il modo di concepire un abito?

    Per me, la definizione di House of Contemporary Fashion Art significa innanzitutto rifiutare una visione della moda come semplice prodotto o oggetto di consumo. Un capo smette di essere soltanto un abito, per quanto realizzato con il massimo livello di maestria artigianale. Diventa uno statement artistico, il custode di un’idea profonda, e si potrebbe anche dire che diventi una forza capace di trasformare la realtà e di generare catarsi. Sono convinta che la moda possa esistere nello stesso spazio culturale del teatro, dell’architettura e delle arti visive. In questo senso, un abito diventa una sorta di testo che continua a dispiegarsi attraverso la persona che lo indossa, la sua esperienza e il suo mondo interiore. Mi ha sempre interessato la bellezza in quanto forma di conoscenza. Ogni creazione di IRA LANGEVIN, quindi, nasce da questa domanda: «A che pro?» Che cosa in particolare vogliamo comprendere, rivelare o mostrare al mondo attraverso questa forma?

    Collezione “Origami” di IRA LANGEVIN. Photo Courtesy of Teresa La Fosca.

    La sua formazione attraversa filosofia, teatro, arti visive e gioielleria. In che modo pensa che queste discipline si compenetrino nel suo lavoro?

    Ma sai, è un proprio come con il corpo umano: non si può studiare o curare un singolo organo separandolo dal resto dell’organismo. Lo stesso vale per l’organismo dell’arte: per comprenderlo davvero è necessario entrare in relazione con tutte le sue parti. Tutto ciò che apprendo dalle altre forme artistiche lo trasporto poi allo stesso modo nella moda, nella gioielleria e nel teatro. Il teatro, ad esempio, mi ha insegnato a comprendere la drammaturgia dell’esistenza umana, e implemento molti dei suoi principi quando lavoro sulle collezioni. Quando creo una collezione, non penso in termini di abiti. Penso in termini di spazio, tempo, significato, conflitti interiori ed esteriori, e di catarsi. Forse è proprio per questo che penso alla moda come a un’arte sintetica, capace di riunire differenti maniere di comprendere il mondo.

    Le silhouettes della Maison sembrano nascere dall’architettura prima ancora che dalla sartoria. Se l’abito dischiude l’architettura di un mondo, come una soglia che si apre su riflessione e sogno, come vengono individuate queste soglie?

    Dal nulla. Sì, credo che le mie soglie emergano dal nulla. Prima di creare qualsiasi opera, ho bisogno di trascorrere del tempo in uno stato di silenzio, oscurità più completa e immobilità. Dopo aver attraversato quello stato, riemergo e cominciano ad affiorare lampi di idee. Mi limito a disegnarli o ad annotarli. Poi inizia il processo della ricerca e della sperimentazione. Soglie come queste non possono essere costruite razionalmente. Nel mio caso nascono dalla contemplazione del vuoto, seguita da una lunga permanenza all’interno dell’idea stessa. A volte questo accade attraverso l’architettura, altre attraverso la natura, altre ancora tramite la memoria o un’immagine letteraria.

    La geometria è uno dei codici più riconoscibili del suo lavoro. Che ruolo ha nel suo linguaggio creativo? È una ricerca estetica, un ragionamento filosofico sulla forma in quanto simulacro e custode del passaggio dalla potenza all’atto, o entrambe le cose?

    Per me la geometria è un elemento fondamentale della creatività. Platone non aveva forse ragione nel pretendere che i suoi allievi conoscessero approfonditamente la matematica, sopra ogni altra cosa? La geometria è infatti uno degli strumenti più potenti per affinare le nostre capacità intellettuali. Ho sempre percepito la geometria come uno dei linguaggi fondamentali dell’universo. In essa risiedono l’idea di ordine, o di armonia, e la possibilità di pensare e ragionare correttamente. Forse è anche per questo che nel mio lavoro ricorrono così spesso strutture che ricordano costruzioni architettoniche, origami, cristalli o sistemi naturali.

    Il bianco e il nero rappresentano due poli fondamentali del suo immaginario, come esplicitamente dice anche il comunicato stampa a proposito della collezione Origami. Cosa raccontano quando dialogano tra loro?

    Per me il bianco e il nero non sono mai stati solo dei colori. Sono potenti stati dell’essere, dei quali potrei parlare per ore. Il bianco è lo spazio della possibilità, della manifestazione e della luce. Il nero è memoria, profondità, mistero, ciò che non può mai essere espresso completamente, centinaia di stati racchiusi in uno solo. Quando entrano in dialogo nasce una tensione tra presenza e assenza, tra inizio e compimento, tra il visibile e l’invisibile. Mi sembra che l’intera vita umana avvenga proprio all’interno di questa filosofia della tensione, nello spazio compreso tra questi due poli.

    E il rosso? Essendo un colore dal significato cangiante a seconda della cultura di riferimento, passando dal sacro all’infernale, dalla passione al vincolo matrimoniale, quale significato ha per lei?

    Per me il rosso è forse il colore più complesso e più umano di tutti, la vera essenza della vita. È un colore potente, ardente, che amo in segreto. Sono come quell’uomo che non osa entrare al ristorante con una donna vestita di rosso e che, dopo aver scelto una compagna dagli abiti più sobri, trascorre tutta la serata a guardare la donna in rosso. Percepisco il rosso come il colore della massima intensità dell’esperienza umana. È un colore che non può mai essere usato in modo neutrale. Diventa sempre un evento. In realtà, sto lavorando proprio a un’immagine-evento di questo tipo per la mia nuova collezione.

    In che modo ha scoperto la moda come veicolo espressivo importante? E cosa vuole esprimere con questo canale?

    Sai, credo di non aver mai scelto davvero la moda come professione. Al contrario, ho cercato di allontanarmene. Ho convinto me stessa del fatto che la mia vocazione risiedesse altrove; ho cercato, studiato e sperimentato molte strade. Ma se analizzo la mia vita mi accorgo che appena possibile, soprattutto nei periodi più difficili, sono sempre tornata alla moda. In modo molto graduale, ho capito che è proprio attraverso la moda che cerco, e trovo in un modo per me significativo, una via per parlare di cose inesprimibili a parole. A un certo punto ho compreso che la moda possiede la capacità unica di riunire tutto ciò che avevo cercato di comprendere per anni.

    Le sue creazioni sembrano chiedere tempo e contemplazione, in contrasto con il ritmo dell’industria della moda. È una presa di posizione culturale che apre anche la strada a una riflessione più ampia su tematiche di attualità (fast fashion, danni ambientali, produzione di massa in contrasto con l’artigianato)?

    Assolutamente sì. Credo che una delle più grandi tragedie della modernità sia la perdita della nostra capacità di contemplare. Viviamo in una cultura della velocità, del consumo immediato e della continua sostituzione di un oggetto con un altro. Abbiamo ereditato una realtà di questo tipo. Il mio lavoro è, sotto molti aspetti, un tentativo di resistere di fronte a questa logica. Credo nella creazione lenta, nell’artigianalità, nell’unicità e nella responsabilità dell’artista nei confronti della materia e del tempo, perché ciò che è in gioco è l’onore, la reputazione e, in definitiva, il proprio nome.

    Le apparizioni a Cannes hanno dato grande visibilità internazionale alla Maison. Come si mantiene una ricerca così personale quando il red carpet impone immediatezza e impatto visivo?

    Da drammaturga, guardo il red carpet da una prospettiva un po’ diversa: non come un luogo in cui esibire un abito, ma come un promemoria del fatto che siamo lì per incontrare l’arte, prima di tutto l’arte del cinema, mentre il capo svolge la funzione di promemoria secondario di significato e tradizione. Certo, il red carpet richiede forza visiva e un impatto immediato. Eppure sono convinta che una vera impressione non nasca dal desiderio di stupire, bensì dall’onestà interiore e dalla complessità di un’opera. Mi pongo sempre una domanda: «Che cosa è vero per quest’idea?» E se l’opera rimane fedele alla propria logica interna, troverà la sua risonanza.

    Per alcuni l’estetica, in quanto disciplina filosofica, racconta non “ciò che ci piace”, ma chi siamo noi a seconda della nostra capacità di provare gioia se qualcosa ci piace. Che tipo di pubblico vorrebbe idealmente per la sua Maison? E in questo senso, lei si considera almeno parzialmente pubblico del suo stesso lavoro?

    Condivido pienamente questa visione. Credo che il pubblico di IRA LANGEVIN sia composto da persone dotate di un profondo mondo interiore, persone che hanno imparato a conoscere se stesse e che sanno dove stanno andando, per le quali la bellezza rappresenta un modo per comprendere tanto se stesse quanto il mondo. Sono persone capaci di fermarsi, osservare, sentire e riflettere. Persone che scelgono non le tendenze, ma il significato. Forse è proprio per loro che la nostra Maison esiste: come uno spazio dedicato alla bellezza e alla contemplazione.

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