Tra distanze affettive, identità in costruzione e nuove traiettorie sonore, SindroMe si racconta in un’intervista che è già confessione.

C’è un momento preciso in cui la musica smette di essere solo espressione e diventa necessità. Nel caso di SindroMe, quel momento coincide con una frattura: geografica, sentimentale, identitaria. Blue Rooms, il suo nuovo lavoro, nasce da lì – da una distanza emotiva mai davvero colmata tra ciò che è stato e ciò che si è diventati.

L’abbiamo incontrata per parlare di questo disco che attraversa stanze interiori, loop mentali e paesaggi sonori in continua mutazione.

Il tuo nuovo album ruota attorno a una distanza emotiva tra passato e presente: da quale esperienza nasce questa urgenza narrativa?

Nasce da una relazione finita, da una convivenza che avevo costruito in Trentino e che poi ho lasciato per trasferirmi a Bologna. All’inizio sembrava tutto nuovo, stimolante, ma col tempo quella nuova vita è diventata una routine vuota. Lavoravo, facevo le mie cose, ma mi ero completamente allontanata dalla musica. Ho accumulato tanto, senza rendermene conto. Poi, quando ho iniziato a scrivere – soprattutto il primo pezzo, Blu Mondi – ho capito che ero intrappolata in un loop. Non avevo mai davvero elaborato il passato, stavo solo evitando di pensarci.

Nei brani affronti disconnessione, identità e relazioni fragili: quanto c’è di autobiografico e quanto invece di osservazione esterna?

Questa volta è tutto autobiografico. In passato scrivevo in modo più narrativo, osservavo fuori. Qui invece, anche grazie al lavoro fatto con Zibba, ho dovuto guardarmi dentro davvero. È stato quasi troppo, a tratti. Mi sono chiesta: “Ma alla gente interesserà tutto questo?”. Però è la cosa più vera che abbia mai fatto.

Definisci le tue canzoni come “stanze emotive”: Blue Rooms è più un rifugio o un luogo di confronto con te stessa?

Direi più un luogo scomodo. Non è un rifugio, anzi. Sono stanze in cui resti bloccata. Pensieri ricorrenti, sempre gli stessi, senza uscita. Il “blue” è la malinconia che le attraversa. Le ho vissute così: come spazi chiusi, da cui non riuscivo a uscire.

Il progetto fonde soul, elettronica, drum & bass e reggae: come si è sviluppata questa ricerca sonora?

Dalla voglia di sperimentare. Ho voluto partire spesso dalla musica, dagli arrangiamenti, per vedere dove mi portavano. Cambiando suono, cambiava anche il modo di scrivere. Mi ha aiutato a uscire dai miei schemi, dalle solite metafore in cui tendevo a incastrarmi.

La collaborazione con Zibba segna una svolta più introspettiva: in che modo ha influenzato il risultato finale?

È stato fondamentale. Non ha mai imposto nulla, ma mi ha fatto tante domande. Mi chiedeva cosa stessi davvero dicendo, cosa avessi vissuto. Mi ha spinto ad andare più a fondo, senza darmi scorciatoie. È stato più un percorso di scoperta che di produzione.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti, cosa cambia nel tuo approccio alla scrittura e alla produzione?

Cambia lo scopo. Prima scrivevo anche per il gusto di farlo, magari con un’idea più “leggera”. Qui invece c’era un’urgenza. Dovevo raccontare qualcosa, capire cosa stessi vivendo. Non è più narrazione: è presa di coscienza.

“Due” apre l’album con il tema della fragilità condivisa: è un punto di partenza o una condizione in cui ti riconosci ancora?

In parte sì. Non più nella dipendenza totale dall’altro, ma nella possibilità di essere in due, di accogliere e lasciarsi accudire. Quella dimensione la sento ancora mia, ma in modo più sano.

In “Blue Monday” racconti la fine di una relazione attraverso un loop emotivo: come hai tradotto questa ripetizione in struttura musicale?

Con un loop vero e proprio. La struttura non cambia, il giro è volutamente ridondante. Volevo che si sentisse quella chiusura, quell’impossibilità di uscire dal ciclo.

“Notte”, in collaborazione con Daria, introduce sonorità reggae e il tema dell’insonnia: come nasce questo incontro artistico?

Dalla voglia di sperimentare il reggae. Zibba conosceva Daria, ci siamo incontrate e c’è stata subito sintonia. Lei ha scritto la sua parte in inglese, senza adattarsi, ed è stata una cosa bellissima, molto autentica. Il pezzo è doppio: da un lato l’insonnia e i pensieri ossessivi, dall’altro un ritmo quasi accettante, come dire “ok, ci sto dentro”.

“Voglia” restituisce il peso del tempo e la necessità di ricominciare: è una sensazione personale o generazionale?

Direi entrambe, ma molto generazionale. È quel momento dopo gli studi in cui hai mille possibilità e non sai chi sei davvero. Ti accorgi che i ruoli sono costruzioni e scegliere diventa difficile.

“Troppo lontani” amplia lo sguardo verso una dimensione collettiva: che ruolo ha oggi la distanza nelle relazioni contemporanee?

È paradossale. Siamo sempre connessi, quindi la distanza sembra annullata. Ma in realtà siamo tutti presi dalle nostre vite. Anche vedere un amico diventa complicato. Questo pezzo nasce proprio da una perdita di riferimenti, dopo essermi trasferita in una città nuova.

Il nome SindroMe richiama una coesistenza di stati emotivi: questo album rappresenta un’evoluzione di questa identità?

Sì, credo di aver trovato una direzione più mia. Più consapevole.

Le tue canzoni partono spesso da contraddizioni e pensieri ricorrenti: la scrittura è un processo di chiarificazione o di accettazione?

Entrambe. Prima chiarisci, perché spesso non sei consapevole di quello che stai vivendo. Poi arriva l’accettazione. E da lì puoi scegliere chi essere.

Foto promozionale di SindroMe, scatti di Valeria Testa. Photo Courtesy of BellaPress

Che tipo di ascolto immagini per Blue Rooms e a quale pubblico pensi possa parlare maggiormente?

Forse a un pubblico un po’ introspettivo, che ama perdersi nei pensieri. Magari chi viene dall’indie, ma cerca qualcosa di diverso, più stratificato.

Dopo un lavoro così intimo, quale direzione immagini per il futuro?

Multidimensionale. Non voglio chiudermi in una sola cosa. La musica sì, ma anche altro, come la psicologia. Voglio continuare ad aprire porte, non restare chiusa in una stanza.

Blue Rooms non è un rifugio: è un luogo da attraversare. E SindroMe lo fa senza filtri, accettando il rischio più grande – quello di essere vista davvero.

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