Anja Strugar racconta il rapporto tra tradizione balcanica, lentezza artigianale e design contemporaneo
C’è qualcosa di ferocemente sacro nel gesto di chi cuce davvero. Un gesto che deve quasi farsi spazio con forza attraversando folle di trend e algoritmi, dove anche questo atto è stato spesso svuotato della sua anima. Mentre l’omologazione globale divora volti e storie, riducendo la memoria a un’immagine piatta, Anja Strugar prova a restare, riprendendo in mano il filo. Nata in Montenegro, crea riproponendo i gioielli dalmati dietro un tempo lento che combatte contro una velocità che spesso svuota e sporca con la sua irruenza. L’abbiamo intervistata andando a toccare proprio quel nervo scoperto del tema di appropriazione culturale, cercando di ascoltare la sua umanità che, punto dopo punto, tenta disperatamente di non lasciarsi sbranare dal presente.

Anja, hai imparato l’uncinetto a sette anni guardando tua nonna. Oggi, quando realizzi una borsa o un dettaglio per un corsetto, senti ancora quella connessione fisica con lei? Ti capita mai di provare un senso di protezione verso quei gesti antichi, quasi come se ogni punto servisse a evitare che quella memoria venga dimenticata o svuotata dal mercato globale?
«Credo che quella connessione non sia mai stata solo un ricordo legato all’infanzia, ma qualcosa di molto più profondo e continuo. Quando prendo in mano il filo e inizio a lavorarlo, si attiva una memoria che non è solo mentale, ma anche fisica ed emotiva. È come se quel sapere passasse attraverso il corpo prima ancora che attraverso il pensiero.
Il gesto dell’uncinetto richiede pazienza, attenzione, una certa lentezza che oggi è quasi controcorrente; in questo trovo qualcosa di estremamente intimo. Ogni punto porta con sé una storia, una memoria che non può essere replicata in modo industriale senza perdere significato. Non so se lo definirei un gesto di protezione, ma sicuramente sento il bisogno di preservare l’autenticità di questi gesti. In un sistema in cui tutto tende a essere velocizzato e reso immediatamente consumabile, per me è importante mantenere una dimensione più lenta. È il mio modo di non lasciare che quella memoria si svuoti, ma continuare a praticarla senza tradirne l’essenza.»


Sei passata dalla tranquillità creativa di Podgorica alle luci frenetiche di Milano e dei backstage di grandi marchi internazionali. Ti è mai capitato di sentirti “fuori luogo” portando con te un bagaglio culturale così denso in un mondo che consuma le immagini in un secondo? Come hai protetto la tua identità in quegli anni?
«Sì, il contrasto è stato molto forte. Passare dal Montenegro a Milano, dove tutto si muove velocemente e nulla resta fermo troppo a lungo, può essere destabilizzante. Ma è proprio questa velocità che mi ha affascinata: ti obbliga a rimanere presente, a evolverti. Proteggere la mia identità non è stato tanto resistere al cambiamento, ma trovare un equilibrio tra queste due dimensioni. Ho capito che non dovevo scegliere tra le due cose, ma imparare a farle convivere. Forse è proprio in questo equilibrio tra movimento e radicamento che trovo oggi la mia identità.»
Hai raccontato che per certi pizzi servono mesi o anni di dedizione. In un’epoca che corre verso il ‘tutto e subito’, la tua scelta di lentezza è quasi un atto rivoluzionario. Cosa provi quando vedi la tua cultura “citata” superficialmente da trend passeggeri? Senti il bisogno di restituire dignità e tempo a quelle tradizioni?
«Quando lavori così a lungo su qualcosa, costruisci un legame molto più profondo con il processo. Per questo, quando vedo certi elementi della mia cultura – o di qualsiasi altra – ripresi in modo superficiale per diventare un’estetica da consumare, provo una sensazione ambivalente. Sento che spesso si perde completamente il significato e la storia che c’è dietro a quei gesti. È come vedere qualcosa di molto personale diventare improvvisamente superficiale, quasi svuotato.
Attraverso la lentezza restituisco un certo peso a quelle tradizioni. Non tanto per proteggerle in modo rigido, ma per permettere loro di esistere in modo autentico. La vera dignità di queste tecniche sta proprio nel tempo che richiedono: non puoi velocizzarle senza cambiarne la natura. Dare spazio a qualcosa che non può essere consumato in fretta è un gesto silenzioso, ma molto chiaro.»


Nella nuova collezione ti ispiri ai gioielli della Dalmazia, trasformando la rigidità del metallo nella morbidezza della seta. C’è un senso di timore o di reverenza quando “tocchi” simboli così antichi per portarli nel design moderno?
«C’è sicuramente un rispetto molto profondo. Sai che stai entrando in dialogo con qualcosa che esiste da molto prima di te. Quando osservo quei gioielli, non mi interessa solo la forma, ma il contesto in cui nascevano e il valore simbolico che avevano per la comunità. Il passaggio dal metallo alla seta è nato proprio dall’esigenza di tradurre, non di copiare. Volevo mantenere una certa tensione formale, una memoria della loro struttura, ma renderla fluida, vicina al corpo. Il limite nella reinterpretazione è una sensazione: mi accorgo chiaramente quando sto andando troppo oltre, quando qualcosa smette di avere connessione con l’origine e diventa solo un esercizio estetico. In quel momento sento che devo tornare indietro e ristabilire un equilibrio.»
Dici che la tradizione deve essere una parte viva del presente. Qual è l’emozione che speri di accendere in una persona che indossa un tuo capo senza conoscere nulla dei Balcani? Speri che, in qualche modo, arrivi anche il “calore” della terra da cui provieni?
«La tradizione per me non è qualcosa da spiegare, ma qualcosa che può essere sentito, anche da lontano. Non mi interessa creare qualcosa che funzioni solo a livello estetico. Spero che si percepisca che c’è qualcosa di più di una semplice immagine: una densità, una presenza, qualcosa che non è stato pensato per essere consumato velocemente. Più che parlare di “peso”, parlerei di radicamento. Spero che chi indossa un mio capo ne senta l’autenticità in modo intuitivo; che percepisca che quel capo ha attraversato un processo, che porta con sé un certo tipo di attenzione e di cura. Se arriva anche solo una traccia di quella connessione con la terra da cui provengo, allora sento che il lavoro è riuscito. Non perché venga capito, ma perché viene sentito.»
L’incontro con Anja Strugar ci restituisce la bussola in un momento in cui la moda sembra aver smarrito la strada di casa. Il tema dell’appropriazione culturale è spinoso e delicato; per essere attraversato richiede studio e rispetto, ma soprattutto nei dialoghi come questo che possono aiutare a comprenderne il senso profondo.


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