L’amore per il sapere ed essere donna all’epoca di Isabella non erano due cose conciliabili. “Isabella e Lorenzo” è la storia di una ragazza vissuta nel 1300 che riuscì a sconvolgere ogni equilibrio, infrangendo regole e cuori.

di Francesca Bonazzi


Capitolo 8

Ricordi


Oscurità, tempesta, tumulto di emozioni così era la mia vita da qualche mese. Isabella e Lorenzo erano la stessa persona. Ed ero legato indissolubilmente ad entrambe le maschere di questa persona. Odiavo che mi avesse mentito e odiavo il fatto che non potessi fare a meno di pensare a lei. Il mio cuore era in tempesta, anche perché mio padre, il rettore era indagato per l’omicidio del signor Giovanni Chierico, il suo fidato segretario. Questo faceva di lui un essere spregevole, chiunque commetta un reato del genere lo è. 
Avevo perso qualsiasi figura di riferimento, stavo cadendo nel baratro. Il padre che tanto avevo osannato era una persona da ripudiare, non avevo un vero amico su cui contare e non avevo una donna da amare. Per anestetizzare questo mio dolore, che mi lacerava come una spada di un cavaliere oscuro che mi colpiva diritto al cuore, ero solito a bere insieme a Carlo, insomma il livello più basso dove potessi arrivare. Si si, lo so, lo frequentavo anche prima di questi accaduti. Ma la sua presenza passava in secondo piano grazie alla bellezza soffocante di Isabella e l’atmosfera rincuorante della locanda, ma ormai quei tempi erano finiti. Ora eravamo io, Carlo, una vecchia scrivania, due sedie che chiedevano pietà e una bottiglia. Non mi rimaneva altro. Andare alla locanda non aveva più senso e mi avrebbe fatto troppo male, lei se n’era andata. Ero solo. Perso in un mare di desolazione. 

Isabella, o per meglio dire Lorenzo, era stata costretta a lasciare l’Università. Il professor Orsini era rimasto ferito, quasi quanto me, dalla rivelazione che Lorenzo non esistesse veramente e ci avesse mentito tutto questo tempo. Però aveva deciso di non segnalarlo al nuovo rettore che sostituiva mio padre mentre era sotto accusa, e di far promettere ad Isabella di lasciare l’Università.

Lei senza fiatare se n’era andata. Così, da un giorno all’altro, lasciandomi solo con miei pensieri e le mie preoccupazioni, incapace di affrontare la vita senza di lei. Non sapevo più come si facesse. Mi mancava sia Isabella, il mio grande amore, e Lorenzo, il mio grande amico. Lei era tutto per me. Era la donna che avrei voluto in sposa: bella e delicata come un fiore, ma allo stesso tempo pungente come una spina. Era dotata di un’intelligenza ed una profondità intellettuale incomparabile. E io la amavo per questo. Lei lottava per quello che voleva, lottava per la sua sete di conoscenza. E quando se n’era andata senza battere ciglio, in un certo senso mi aveva deluso, avrei voluto vederla combattere per rimanere. Mi ha privato della mia anima gemella. Mia ha privato anche del mio confidente, quell’amico che c’è sempre se hai bisogno, anche solo per parlare e strapparti un sorriso. Lei capiva sempre come io stessi, sia in veste dell’accomodante Lorenzo, sia nei panni della dolce Isabella. Dov’era lei ora? Come stava? Con chi stava ? Che faceva?

Mi trovavo sdraiato sul letto, dopo l’ennesima nottata passata con Carlo. Dovevo alzarmi e prepararmi per andare a lezione. Andavo avanti per inerzia. Ogni mattina un gran mal di testa, un po’ di acqua fresca in viso. Schivavo gli studenti che ogni giorno decidevano di ricordarmi che mio padre era un condannato, andavo ad assimilare passivamente qualche concetto tra una lezione e l’altra e la sera, la sera… non c’è bisogno neanche che lo spieghi. 

– “Leonardo?”, esordì una timida voce fuori dal palazzo nascosta in un angolo.
Il palazzo dell’Università si imponeva con il suo grigiore e le sue finestre decorate color ebano. Sui lati si arrampicava un’edera smeraldo che donava al palazzo quel tocco di colore che gli serviva. Fin da quando ero solo un bambino ero abituato a scorrazzare per l’immenso giardino dove si ergeva la struttura. 

Un pomeriggio mentre aspettavo che uscisse mio padre dal suo ufficio, mi trovavo davanti alla carrozza che stringevo la mano esile di mia madre. Fu uno dell’ultimi momenti dei quali ho memoria passati insieme a lei. La peste se la portò via l’anno successivo. 

– “Leò, Leò stai tranquillo tesoro mio tra poco arriva il tuo babbo. Tra poco andiamo a cena.”  Disse mia madre con la sua voce delicata.
Mia mamma Iolande era nata a Rocamadour un paesino rurale  nella regione dell’ Occitania a sud-ovest della Francia. Aveva dunque mantenuto un lieve accento francofono che le donava quel tocco in più di eleganza rispetto alle sue coetanee. Mia madre aveva dei capelli biondo cenere, un volto pallido segnato dal tempo, occhi grigi e un nasino minuscolo che sembrava appena disegnato sul viso. Era esile ed aggraziata come una libellula. Profumava sempre di lavanda. Ogni tanto mi aggrappavo al suo ricordo fingendo che in qualche modo potesse proteggermi ancora.

Da quando se ne era andata Isabella e mio padre era stato arrestato. Più che mai avrei avuto bisogno di un conforto materno.
Mi voltai a cercare da chi provenisse la voce misteriosa e notai una figura incappucciata, indossava una lunga veste grigia coperta da un mantello nero. Era straordinariamente intonata al palazzo. 

– “Chi mi cerca?” Dissi quasi infastidito 
– “Mi perdoni Signorino Leonardo, sono Teresa, vengo qui per parlarle di Isabella”

All’udire il suono di quel nome un brivido si divampò nel mio corpo, ma poi uscì solo collera.

– “Vada via, non voglio saperne nulla” risposi cercando di mostrare disinteresse con scarsi risultati
– “Mi scusi se l’ho disturbata, pensavo che le interessasse sapere in che situazione si trova, ma evidentemente è meglio che io me ne va-.”
– “In quale situazione mai si può trovare?”, la interruppi.
– “Vede da quando è tornata…forse non dovrei dirlo…
– “Tornata dove? Al monastero? Mi dica, per favore”, la incitai.
– “Ecco, non è propriamente in pericolo…ma…”
– “Vada avanti!”, tuonai.
– “É stata rinchiusa in una stanza, non può mai uscire, solo la Madre Superiora ha accesso e sa dov’è la chiave. Ho provato ad accedervi di nascosto ma nulla, non so dove sia la chiave e non ho tempo di cercarla, sono sempre osservata dalle altre monache che fanno da sentinelle. La sento urlare giorno e notte. E una volta avvicinatomi alla porta, durante l’unico minuto di pace che ho destinato ad andare a rinfrescarmi, mi sono accostata invece alla porta di Isabella, perché la sentivo piangere, e…sniff”
– “Teresa su, non faccia così, si contenga, mi può spiegare cos’è successo ad Isabella?”

Si asciugò il viso con quello che sembrava essere uno straccio da cucina e disse: “mi perdoni Signorino sono troppo emotiva sa, come dicevo mi sono avvicinata alla porta e dopo averle bussato tre volte per farmi riconoscere, lo facevo anche quando era solo una bambina per portarle le caramelle di nascosto, appena ha capito che ero io mi ha subito detto di venirla a cercare e di insistere e mi aveva avvertito che lei avrebbe opposto resistenza, ma…sniff sniff…non abbiamo alternative, vogliono condannarla, la zia non vuole saperne più nulla, hanno scoperto il segreto di Lorenzo, così la chiama Isabella, non so a cosa si riferisca ma credo sia in pericolo”

– “Se le cose stanno così Teresa, non c’è tempo da perdere, presto mi conduca al Monastero”

Teresa ed io viaggiammo separati non dovevano scoprire che avevamo un piano in mente, anche se un piano vero e proprio non c’era. C’ero io e i miei soliti guai. Ma cosa mi restava? Mia madre era morta molti anni prima ed allora il rapporto con mio padre si era sempre di più incrinato, fino al giorno della condanna dove avevo smesso di ricercare la sua tanto desiderata approvazione. Ora era lui nel torto. Era lui che doveva farsi perdonare. Isabella aveva sbagliato certo, ma la sua infondo era una nobile causa e non potevo permettere che le accadesse nulla di male. Dovevo salvarla. Tutti meritano di essere salvati quando chiedono aiuto. Così salii in sella ad un cavallo e corsi da lei.