ES NOVA è il nome di una band che va oltre il piano musicale, interfacciandosi con un’estetica visiva

Gli ES NOVA sono un collettivo di artisti formatasi nel 2015. Il gruppo è un trio composto da Nicola Rosti, Alice Drudi ed Erica Agostini alla voce. Gli Es Nova presentano un progetto artistico innovativo che durante le performance concilia la dimensione uditiva con quella visiva, donando al pubblico un’esperienza senza eguali. Abbiamo intervistato Nicola ed Alice per entrare nel vivo dell’essenza di questo gruppo peculiare.

Qual è il significato del nome “ES NOVA”? E in che modo questo concetto si riflette nella vostra musica e nella vostra estetica visiva?

Inizialmente ci siamo concentrati di più sulla sonorità del nome. Poi abbiamo riflettuto su i vari collegamenti possibili. “Es” è inteso in senso freudiano e rimanda al nostro modo di fare musica, di concepirla. È inteso quindi come libertà, gioco e come elemento pulsionale. “Es Nova” è anche in assonanza con “esperienza nuova”, significa per noi un cambiamento dalla dimensione musicale legata ai generi e strutturata, a una dimensione più legata alla performance. Ciò ha comportato un cambiamento, infatti, il primo disco si intitola “Hyperestasy”, sottolineando quest’idea di partecipazione, visione ed immersione. “Es Nova” significa anche “Estasi Nuova”. È in sintesi una costellazione di significati.

Il vostro progetto artistico unisce musica, visual art ed elettronica. Come definireste l’essenza degli  “ES NOVA” e quale ruolo gioca ciascuno dei tre membri in questa fusione interdisciplinare?

Il nostro collettivo è essenzialmente musicale, però lo abbiamo sempre definito anche un “hub multidisciplinare” poiché fin dall’inizio abbiamo interagito e collaborato con performers, visualartists, scultori, pittori e anche attori. Quindi “l’hub” – partendo dalla nostra triade musicale – si è aperto a svariate contaminazioni. I primi progetti sono stati dedicati alle collaborazioni con diversi artisti cercando di integrare diversi linguaggi, non soltanto giustapponendo le varie discipline, ma fondendole attraverso dei concetti e delle tracce comuni sviluppate poi ognuna a suo modo. Nel gruppo, ognuno di noi ha il suo ruolo e le proprie caratteristiche. Ciascuno dona qualcosa di unico e specifico. Ad esempio, il mio ruolo principale (Nicola) è quello di concettualizzare i progetti, indicare possibili scenari iniziali e occuparmi di tutta la parte della produzione. Alice suona il pianoforte e le tastiere conferendo ai lavori un sound specifico e il mood delle produzioni. Erica si occupa della parte vocale portando in scena un modo molto particolare di usare il linguaggio. In quest’ultimo lavoro (“NOI”) si è occupata anche della parte fotografica. Queste sono le tre specificità principali.

Quali artisti, sia nel campo musicale che in quello visivo, considerate i vostri punti di riferimento o le maggiori influenze?

Dal punto di vista musicale, le nostre influenze spaziano tra diversi ambiti: dalla musica classica alla contemporanea, fino al jazz e oltre. Tra i riferimenti principali ci sono John Zorn, compositore e sassofonista statunitense, Frank Zappa, figura poliedrica di compositore, chitarrista, cantante e polistrumentista, John Cage, il tedesco Karlheinz Stockhausen, il francese Pierre Henry e Arvo Pärt.
Una fonte di ispirazione fondamentale sono stati i Pink Floyd, che consideriamo un punto di riferimento per le atmosfere, le sonorità e le tessiture sonore.
Sul piano visivo, ci sentiamo vicini all’immaginario di Jacques Tati, celebre attore, regista e sceneggiatore francese, e a Marcel Duchamp. In ambito cinematografico, pensiamo a registi come Stanley Kubrick, David Lynch e Federico Fellini.
I primi sperimentatori ai quali abbiamo dedicato i lavori di capsula cinematica sono Hans Richter, Marcel L’Herbier ancora Duchamp e, ultimi ma non per importanza, i fratelli Lumière.
Infine, spostandoci verso gli “artisti del linguaggio”, troviamo ispirazione negli scritti di Rainer Maria Rilke, Friedrich Nietzsche e Jacques Lacan. In particolare, di Nietzsche ci affascina il concetto di dualismo apollineo e dionisiaco, che in musica si traduce nel costante equilibrio tra la libertà caotica dell’espressione e la necessità di dare forma e struttura. Ovviamente ci sono molti altri artisti a quali ci ispiriamo, ma i principali sono questi.

In un’epoca dominata dal digitale, quanto è importante per voi creare eventi fisici e spazi in cui il pubblico possa vivere la vostra musica? 

Proprio perché viviamo in un’epoca dominata dal digitale, è di vitale importanza recuperare una dimensione sensoriale, corporea e partecipativa. È importante offrire allo spettatore la possibilità di rallentare e  uscire da questa continua stimolazione visiva digitale, trovare il tempo per elaborare e riconnettersi con le impressioni visive e sonore, ricostruendo dentro di sé un’immagine. Qualche anno fa, giocando con il linguaggio, abbiamo coniato il termine “spett-attore”. Il termine sta ad indicare uno spettatore che è “costretto” ad avere un ruolo, che non partecipa passivamente a qualcosa di finito, ma viene stimolato attraverso vari elementi che tendono a ricreare qualcosa di unitario dentro di sé. Da una fruizione passiva si arriva a una dimensione attiva.

Il periodo del covid, per esempio, ha significato un momento di reclusione ma nel contempo può essere stato un periodo di recupero della propria dimensione interiore.  Chiaramente è stato un momento particolarmente drammatico, anche perché immediato e inaspettato, ma allo stesso tempo ha dato a noi musicisti la possibilità di fermarci e vedere le cose più in prospettiva. Il Covid ci ha allontanati da certi automatismi attraverso un’interruzione forzata. È stata l’occasione per rivedere e ristrutturare delle cose che magari potevano essere migliorate o elaborate in un altro modo.

Parlateci della mostra immersiva “NOI”. Qual era l’obiettivo principale nel trasformare la vostra musica in un’esperienza multisensoriale e com’è stata accolta dal pubblico?

“NOI” è il progetto artistico che abbiamo realizzato quest’anno, in sinergia con Etery Studio di Erica Agostini. Il progetto unisce fotografia e musica in un’unica esperienza sensoriale. Il gesto artistico, in un movimento continuo, cerca di mettere in mostra le polarità opposte che abitano in ciascuno di noi: luce e buio, bianco e nero, assenza e presenza, somma e sottrazione.

L’obiettivo è quello di mostrare, attraverso queste due arti, alcune delle dimensioni principali del proprio mondo interiore. Si parla di una riconnessione con il proprio mondo personale con le parti invisibili come il buio della propria ombra, in cui ritroviamo i nostri dialoghi interiori e le nostre maschere. Attraverso ciò, percepiamo la nostra molteplicità e allo stesso tempo la nostra unità. Abbiamo avuto il piacere di ricevere apprezzamenti da parte dei visitatori che hanno partecipato in modo attivo, rifacendoci a quanto spiegato precedentemente. 

Come affrontate tecnicamente l’integrazione tra suono (pianoforte, synth, elettronica) e visual art durante le vostre performance dal vivo?

Tecnicamente possiamo parlare di allestimento, ossia la posizione delle opere visive e delle attrezzature audio nello spazio. La gestione spaziale è pensata per offrire al visitatore più modalità di diffusione dell’ascolto e di osservazione. 

Riguardo alla scrittura dei testi, quali temi o storie vi preme raccontare e come si evolvono nel tempo?

Non ci sono dei testi in senso ordinario, ma abbiamo dei temi che scegliamo e  traduciamo all’interno della dimensione sonora. Il linguaggio non viene scelto per il suo significato, ma per il suo suono e le vocazioni che il suono stesso trasmette.

“Capsula Cinematica”, progetto che dialoga con la storia cinematografica: da dove nasce e come si evolove?

“Capsula Cinematica” è un progetto che dialoga con il cinema, dal quale abbiamo creato il live che omaggia i fratelli Lumière: “Lumière Zone”. Nel 2018 insieme a Pier Paolo Coro abbiamo iniziato a cercare immagini filmiche, da conciliare con il nostro modo di fare musica. Lumière Zone è un omaggio, una visione estatica, nostalgica della realtà senza filtri e post-produzione. L’idea è quella di unire i fotogrammi, attraverso sovrapposizioni di immagini e trasparenze. Questo allude proprio al desiderio di eterno presente in cui l’opera accade nell’istante unico e stesso.

Guardando avanti, quali nuove sperimentazioni sonore o visive state pianificando per i vostri prossimi progetti?

Sicuramente porteremo il progetto “NOI” in altri luoghi. Uscirà a breve un nuovo lavoro, sia visivo che sonoro. Infine con la collaborazione della nostra curatrice Katiuscia Tomei, che ci teniamo a ringraziare, stiamo lavorando a riproporre il nostro progetto “PRIV/ATO” nelle sale cinematografiche.

Un consiglio ai giovani che si interfacciano con il mondo della musica?

Fate la vostra musica! Attingete da quante più fonti possibili ed elaboratele, avvicinatevi sempre di più ad una vostra estetica, facendo attenzione a distinguere la musica dall’industria discografica, indirizzando in maniera quanto più congruente possibile gli sforzi verso una direzione chiara e che sia il più possibile vicina a quello che è il vostro sentire.

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