Il duo Navelli-Splendore ci rivela che ogni altrove precede già il suo luogo.
Vi ricordate quando andavate ancora alla scuola materna e all’ora della ricreazione, giocando, sfioravate la corteccia di un albero tanto per sentirla scorrere sotto i polpastrelli, tutta disuguale, e non sapevate più se eravate voi a toccarla, o lei a toccare voi? Similmente a quando, tuffandosi in mare, si diventa una delle tante creature che lo popolano, venendo accolti da un’onda morbida o violenta, che in ogni caso prende e trascina via con sé. Chi siamo noi per la sabbia che ci scorre tra le dita, per una pietra rimasta impigliata come noi sul ciglio del fiume, o per un raggio di luce che ci piove addosso?

Forse anche gli sguardi a volte si incontrano allo stesso modo, quando gli occhi vanno a sbattere in una storia che per metà viene scoperta e per l’altra immaginata e diventa già parte della nostra, come in un antico rito divinatorio. E allora forse l’ultima domanda è malposta. Forse si tratta di decentrarla da “chi siamo noi per”, o “cos’è questo per noi”, a “cosa accade in quel momento?”
Sonia e Mauro, duo fotografico noto con il nome d’arte di Navelli-Splendore, propongono nel loro progetto Atopia la risposta che segue: forse si perdono i confini tra noi e l’altro, come se si schiudesse una possibilità nuova che ci decentra da noi stessi, senza che sia più chiaro chi siamo “noi” e cosa sia “l’altro”.
Atopia, il cui titolo significa «senza luogo, senza centro, senza fissità», è una raccolta di fotografie testimoni di questi incontri. Questi avvengono tra mani rugose e fiori appena sbocciati, tra cavalli selvatici e l’erba che brucano, tra l’acqua e la roccia, tra un corpo e uno specchio d’acqua, tra un albero e il vento. L’antropocentrismo viene smontato di proposito nel suo essere, prima che un ideale, una struttura percettiva che organizza il mondo secondo una gerarchia in cui l’essere umano osserva e attribuisce significato, mentre tutto ciò che è osservato diventa oggetto subordinato al suo sguardo.

L’interesse è quello di «mettere in discussione la necessità stessa di una gerarchia», spiegano. «Un animale non deve assomigliare all’uomo per possedere una presenza. Un albero non deve avere una voce per diventare significativo». In termini metafisici, la sfida si traduce nella rinuncia più profonda alla relazione soggetto-oggetto per porre l’attenzione su ciò che accade in un incontro. Un soggetto non incontra più, perciò, un oggetto: qualcosa accade, di cui entrambi sono partecipi, portandoli in un altrove liminale in cui si confondono tra di loro.
«Le figure sembrano perdersi perché non sono completamente ancorate al luogo in cui le incontriamo», commentano. «È come se appartenessero contemporaneamente a quel luogo e a qualcosa che lo supera. In questo senso l’altrove di Atopia è forse proprio una condizione di sospensione, uno spazio non definito in cui le identità e i confini diventano meno rigidi».


Questo evento è al cuore di quello che gli artisti considerano una nuova possibile modalità di relazione: «Se ci si allontana dall’idea di un centro e di una posizione prestabilita, diventa possibile incontrare l’altro senza doverlo necessariamente ricondurre alle proprie categorie».
Anche il tempo, in Atopia, è vissuto senza mettere al centro la nostra percezione tradizionalmente antropocentrica. Così possiamo contare il suo scorrere in base alle gocce di pioggia che picchiettano la terra, le felci che ci accarezzano le caviglie entrando in acqua, il tempo che il fiume impiega a erodere un crinale. Fermarci, de-centrandoci e tirandoci fuori dall’«accelerazione contemporanea», come la descrive il duo Navelli-Splendore, può quindi permetterci di riscoprirci mentre esploriamo ciò che è inteso tradizionalmente come un «altro» al di fuori di noi, e che forse non è mai stato davvero al di fuori di noi dal momento in cui l’abbiamo incontrato. Non conserviamo forse tutto ciò che abbiamo incontrato come se facesse parte di noi e del nostro sguardo, quando ci imbattiamo in qualcosa di nuovo? Non restiamo impigliati, di tanto in tanto, per mezzo secondo, in un tempo che non sembra davvero appartenerci, ma che piuttosto contiene noi?



Le fotografie in bianco e nero, collocate in un immaginario sospeso tra il documentario e il poetico, ci sono familiari perché raccontano quel lontano modo che conoscevamo, quello che, quando finivamo in qualche vecchia cantina buia, ci spingeva a correre con tutto il fiato che avevamo, come se il buio fosse veloce quanto noi, o ci avesse già inghiottito.
Atopia è un progetto che risveglia quel tipo di intimità a cui siamo stati desensibilizzati da piccoli, quando un giorno non ci è stato più permesso arrampicarci sugli alberi.
Quando ti dondolavi sull’altalena, del resto, non ti sentivi forse vento anche tu? Al vento non importa quanti anni abbiamo. Perché a noi sì?


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