Un’esploratrice inglese, un borgo veneto e il Medio Oriente nei suoi libri
A venti minuti da casa mia viveva una donna che attraversava il Medio Oriente da sola. Si chiamava Freya Stark. La conosco attraverso i vicoli di Asolo (TV), la sua villa, quel giardino e i libri che ha lasciato dietro di sé.
Villa Freya
La villa di Freya Stark ad Asolo è ancora lì, costruita tra il XVIII e il XIX secolo lungo il confine delle antiche mura medievali. Un posto tranquillo, con quel giardino e la fontana ottagonale al centro l’acqua che si muove, i rami degli alberi che fanno da cornice. Freya ci arriva da bambina, durante la prima guerra mondiale, con la madre e la sorella. Poi torna, e la abita fino al 1966. Ogni volta che passo da Asolo, mi fermo a guardare. C’è qualcosa in quel posto che racconta già chi era: una donna che aveva scelto un borgo piccolo e silenzioso come base, e da lì si lanciava verso il mondo.



L’incidente
A dodici anni un incidente la tiene lontana dal mondo per mesi. Mentre visitava una fabbrica di tappeti, i suoi capelli rimasero impigliati in un macchinario. L’incidente le strappò parte del cuoio capelluto, la palpebra e l’orecchio destro . Fu costretta a fermarsi, a guardare il mondo da una finestra invece di viverlo. Per molti sarebbe stata una perdita di tempo. Per Freya diventa il contrario: è nella convalescenza che scopre i libri, le mappe, i luoghi che non ha ancora visto. Inizia a studiare le lingue con una disciplina che ha poco di scolastico, l’arabo per sette anni, poi il persiano. Non lo fa per cultura generale, lo fa perché ha già in testa un posto dove vuole arrivare, e sa che per arrivarci davvero deve capire quello che la gente dice, non solo le parole ma i pensieri che le formano. Quella bambina immobile stava già pianificando tutto. Stava solo aspettando di potersi alzare.

La partenza
Nel 1927 Freya Stark ha trentaquattro anni e sale su un cargo del Lloyd Triestino diretta a Beirut. Da sola. Non c’è un marito, non c’è una scorta, non c’è nessuno che l’accompagni o la aspetti dall’altra parte. È il 1927 le donne in Gran Bretagna avevano ottenuto il diritto di voto solo nove anni prima. Eppure Freya parte, con la sua macchina fotografica Leica, i suoi taccuini e quelle lingue studiate per anni che ora le aprono porte che agli altri restano chiuse. Non è un viaggio di piacere, non è un’avventura romantica. È una scelta precisa, consapevole, quasi metodica. Il Medio Oriente che raggiunge non è quello delle cartoline, è un territorio complesso, politicamente instabile, fatto di tribù, deserti e città che pochissimi occidentali avevano mai visto. E lei non si limita a guardare. Scrive tutto.
La scrittrice
Quello che distingue Freya Stark dai viaggiatori del suo tempo non è solo dove andava, ma come lo raccontava. I suoi libri non sono diari di viaggio nel senso tradizionale ma sono qualcosa di più difficile da classificare. Reportage, saggio storico, narrativa, memorie. Tutto insieme, con una prosa che sa essere precisa e evocativa allo stesso tempo. Il primo libro, The Valleys of Assassins, esce nel 1934 e la rende celebre nel mondo anglosassone: racconta la sua spedizione nella Valle degli Assassini in Iran, dove era stata la prima donna europea ad arrivare. Seguiranno circa trenta libri, tradotti in tutto il mondo. Non si limita a descrivere i paesaggi, fotografa, disegna mappe, documenta architetture islamiche e rovine classiche. Capisce che un luogo non si racconta solo con gli occhi, ma con le orecchie, con la lingua, con la pazienza di chi sa aspettare che la gente si fidi. Prima che esistesse una categoria per quello che faceva, lei lo stava già facendo.
La libertà come scelta
Freya Stark non ha mai rivendicato la sua libertà a gran voce. Non ne aveva bisogno, la viveva, punto. In un’epoca in cui per una donna il confine del mondo riconosciuto finiva poco oltre le mura di casa, lei attraversava deserti, mappava territori sconosciuti, stringeva rapporti diplomatici con il Foreign Office britannico durante la seconda guerra mondiale e frequentava Churchill, Lawrence d’Arabia, la Regina Madre. Non come eccezione tollerata ma come interlocutrice rispettata. Eppure non si è mai definita una femminista, non ha scritto manifesti. Ha semplicemente fatto quello che voleva fare, con una determinazione tranquilla che forse è la forma di libertà più radicale che esista. Si sposerà una volta sola, tardi, e il matrimonio durerà poco. Tornerà sempre in quella villa, in quel giardino coltivato da piante che le ricordano i profumi dei suoi viaggi. Come se il mondo intero fosse il posto dove lavorava, e Asolo il posto dove era se stessa.


Asolo, ancora
Quella villa l’ho visitata. Ho camminato in quel giardino, ho visto la fontana ottagonale, le stanze con le fotografie in bianco e nero sugli scaffali, la Leica. È un posto che ti resta addosso, non per la grandezza, ma per quello che racconta. Una donna che ha attraversato il Medio Oriente da sola, che ha scritto libri, che ha mappato territori dove nessuna donna occidentale era mai arrivata, e che alla fine tornava sempre lì, in un borgo veneto di poche migliaia di abitanti. Nominata Dame (il corrispondente Cavaliere al maschile) dalla regina Elisabetta II nel 1972. È morta a cent’anni nel 1993, sepolta a pochi passi dalla tomba di Eleonora Duse (magari ve ne parlerò in un’altra occasione). Quello che mi colpisce di Freya Stark non è il coraggio nel senso eroico del termine, è qualcosa di più sottile. È il fatto che non abbia mai chiesto il permesso di essere libera. Non lo ha rivendicato, non lo ha spiegato, non lo ha giustificato. Lo ha semplicemente vissuto, in un’epoca in cui per una donna la libertà era ancora qualcosa da conquistare ogni giorno. E forse è proprio questo il lascito più importante che ci ha lasciato: l’idea che la libertà non si chiede. Si abita.


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