Problemidifase e INARIA ci raccontano l’odio verso la loro staticità e l’alienazione che ne consegue attraverso “Spine”, il loro ultimo singolo.
Quando stiamo male, ci fermiamo, contemplando tutto quello che ci passa per la testa. Come se il nostro corpo avesse bisogno di riavviarsi, perché tutto quello che è appena successo diventa troppo. Dopo tutto ciò, occorre ripartire, anche se restare prigionieri dei propri pensieri significa, inevitabilmente, restare fermi. I nostri sentimenti, le nostre riflessioni e i nostri sogni restano congelati nel passato, lasciandoci vuoti e senza uno scopo, dove tutto diventa scomodo.
Problemidifase e INARIA lo cantano con malinconia e stanchezza, ma anche energia e odio, quasi fossero due facce della stessa medaglia. Nel singolo “Spine“, raccontano e urlano il dolore che si prova nel lasciare qualcosa indietro, e allo stesso tempo, costringere sé stessi ad andare avanti con la propria vita. Una tristezza che sfiora la disperazione viene sbattuta in faccia all’ascoltatore, senza usare filtri o costumi. Il lato più nero emerge quando tutto si fa buio e l’idea del domani, anziché dare speranza, genera solo un profondo senso di angoscia.


I testi si alternano tra messaggi retorici e frasi crude e dirette, probabilmente accentuate dagli stili dei due artisti: estremamente diversi ma incredibilmente compatibili. Una frase più di tutte balza all’orecchio di chi ascolta questo urlo di liberazione: “io mi detesto quando fisso il vuoto”. Queste parole dicono molto di più di ciò che appare, lasciando spazio a una riflessione profonda sui sentimenti che incidono in questi istanti. Un odio verso sé stessi e sulla propria staticità, e sul non riuscire a superare qualcosa quando anche nel nostro letto, si affoga in un letto di spine. Perché non è quando si è tristi che bisogna davvero preoccuparsi, ma quando si è apatici, spenti, svogliati e senza stimoli. Nel brano il suono segue le voci, con delle trombe lunghe che fanno da passerella per gli artisti, accompagnandoli e sostenendoli nel loro canto di dolore. Una batteria nel ritornello tiene il ritmo coi tamburi, il basso accentua il tono malinconico e la chitarra, con una melodia passionale, cuce tutto su misura per regalare il suono migliore, ed impreziosire i timbri dei cantanti.
La metafora del letto di spine è calzante perché interpretabile in modi diversi. In un brano dove tutto sembra andare male, il primo passo verso la guarigione è l’espressione, il parlarne, accettando che il peso che si sta portando, forse, è troppo grande per una persona sola.


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