Berlino, per una notte, è diventata la capitale globale della nostalgia pop. Alla Uber Eats Music Hall, tra giacche di pelle e guanti glitter, la première mondiale di Michael ha avuto il tono di un rito collettivo più che di una semplice proiezione. Il biopic diretto da Antoine Fuqua non è solo un film: è il tentativo di riportare Michael Jackson nel presente, tra memoria familiare e immaginario globale.

Per capire davvero il senso di questo film, bisogna tornare all’inizio. Prima del mito solitario, prima dei record e delle trasformazioni, c’erano i Jackson Five: una band familiare che negli anni Sessanta e Settanta ha rivoluzionato il pop con un’energia nuova, fatta di soul, coreografie sincronizzate e carisma precoce. Michael, bambino prodigio, era già il centro magnetico del gruppo. Canzoni come I Want You Back o ABC non erano solo successi: erano il laboratorio di quello stile che avrebbe poi conquistato il mondo. Il film sceglie infatti di concentrarsi proprio su questo arco narrativo, dagli esordi fino al Bad Tour del 1988, quando Michael si emancipa definitivamente dalla dimensione familiare.

Eppure, ironicamente, è proprio la famiglia a tornare protagonista oggi: sul red carpet berlinese c’erano Prince e Bigi, insieme agli zii Jackie, Jermaine e Marlon. A incarnare Michael è Jaafar Jackson, nipote diretto dell’artista. La sua performance è stata il punto più lodato dalla critica: non una semplice imitazione, ma un lavoro fisico e psicologico costruito con disciplina quasi ossessiva.

Ed è proprio qui che il film funziona: nella ricostruzione delle performance, nei dettagli corporei, nella restituzione dell’energia scenica. Quando Jaafar balla, il tempo sembra sospeso tra passato e presente. Ma Michael è anche un film che divide. La scelta di fermarsi al 1993 ed evitare completamente le accuse legate al caso Jordan Chandler ha alimentato critiche di superficialità. Lo script di John Logan costruisce un racconto lineare, quasi celebrativo, che privilegia il mito rispetto alla complessità dell’uomo.

Il risultato è un’opera visivamente potente ma emotivamente controllata, che sembra più interessata a proteggere un’eredità che a interrogarla. Eppure, al di là del film, Michael Jackson non è mai davvero scomparso. Oggi il suo ritorno passa attraverso linguaggi completamente diversi. La moda, per esempio. Il brand Zara – protagonista di una vera “rinascita” nel 2026 – ha cavalcato negli ultimi anni un’ondata di nostalgia pop, riportando in auge estetiche anni ’80 e ’90 che richiamano direttamente l’iconografia jacksoniana: giacche militari, pelle nera, dettagli metallici.

Non si tratta solo di merchandising esplicito, ma di una rielaborazione diffusa di uno stile che Michael aveva reso universale. Parallelamente, il suo impatto è esploso sui social. Su piattaforme come TikTok e Instagram, le coreografie di Billie Jean, Thriller o Smooth Criminal sono diventate trend virali, reinterpretate da nuove generazioni che spesso non hanno vissuto direttamente l’epoca del Re del Pop. Il moonwalk, un tempo gesto rivoluzionario, è oggi un linguaggio condiviso, replicato, remixato. Questo doppio movimento – moda e social – crea un paradosso affascinante: Michael Jackson è contemporaneamente una figura storica e un fenomeno attuale.

Alla fine della proiezione a Berlino, Jermaine Jackson si commuove: «È diventato davvero Michael». Una frase che sintetizza perfettamente l’ambizione del film – e forse anche il suo limite. Perché Michael non è un’indagine, ma un atto di resurrezione simbolica. Un tentativo di riportare in vita un’icona che, in realtà, non ha mai smesso di esistere: nei vestiti che indossiamo, nei video che scorriamo, nei passi di danza che continuiamo a imitare. Il cinema lo celebra. La cultura pop lo riattiva. E tra Berlino, Zara e TikTok, il Re del Pop continua a camminare — ancora, ostinatamente — all’indietro sulla linea.

Jaafar Jackson as Michael Jackson in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate

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