Il fotografo che sta definendo la nuova era della fotografia, uno scatto alla volta.

“Ripetitivo” e “sempre uguale”, così è stato definito da molti il lavoro del fotografo ungherese Szilveszter Makó. Se siete attivi nell’ambito della moda, della fotografia, o in generale dell’arte, sicuramente vi è capitato di vedere qualcuno dei suoi scatti. Scatole, sedie, casette, assenza di tridimensionalità e soggetti ritratti come all’interno di un vero e proprio dipinto sono solo alcuni degli elementi che popolano le sue ambientazioni minuziose.

Szilveszter nasce nel 1992 a Miskolc, una cittadina industriale nel nord-est dell’Ungheria. Prima ancora di addentrarsi nel mondo degli editoriali e della fotografia, il suo primo contatto con l’estetica avviene da adolescente, quando non è ancora maggiorenne. Lavorava nel salone di bellezza di sua madre, tagliando e tingendo i capelli secondo le mode “emo” di metà anni duemila.

Guadagnando i primi soldi, ha deciso di investirli in un oggetto che gli cambierà la vita: la macchina fotografica. Makò la utilizzava per scattare fotografie dei look che realizzava per le clienti del salone, ma ben presto capì che poteva fare molto di più.

Una volta laureato al MOME di Budapest, Szilveszter decide di trasferirsi a Milano. E proprio in questa città, Makó sviluppa uno stile del tutto personale e riconoscibile, staccandosi totalmente dalla fotografia tradizionalmente pulita e patinata che solitamente domina le copertine dei magazine. Proprio come Stanley Kubrick mentre creava “Barry Lyndon”, anche Szilveszter Makó rifiuta l’uso di complessi impianti di luci artificiali, affidandosi quasi esclusivamente alla luce solare naturale, ispirandosi ai quadri di pittura classica. Inoltre, ogni set è costruito a mano, utilizzando carta, cartone e materiali di scarto.

Nel giro di pochi anni, i suoi lavori hanno iniziato ad apparire sui magazine più importanti in commercio, ritraendo celebrità di spicco come John Galliano, Rihanna, Anya Taylor-Joy, Willem Dafoe e molti altri. Szilveszter, quindi, con la sua fotografia di stampo Surrealista, ha portato con sé qualcosa di nuovo, insomma: una ventata d’aria fresca.

Vale la pena chiedersi allora perché venga criticato. In un mondo sempre più minacciato dall’intelligenza artificiale, ma anche dalla monotonia, non è rinfrescante vedere che qualcuno ci mette cura ed impegno in ciò che fa? Non è soddisfacente notare gli infiniti dettagli dei suoi scatti, sapendo che dietro c’è una mano e una mente umana, che riescono a creare qualcosa di unico?

Ormai si dice così tanto che sembra un cliché, ma lo ripeto: siamo abituati così tanto alla velocità che ci stiamo dimenticando come fermarci ad ammirare qualcosa che si ripete, abbiamo perso la pazienza, abbiamo perso la capacità di meravigliarci.

Immaginate andare da Monet e dirgli che le sue ninfee sono ripetitive, o di accusare Dalì di indulgere troppo nel surrealismo chiedendogli di cambiare, o addirittura additare Lucio Fontana di non riuscire a fare altro se non tagli nella tela. Semplicemente non si può; al contrario, si ammira la capacità di quell’artista di possedere una cifra stilistica così unica da poterla replicare dieci, cento, mille volte.

Ecco perché, invece, Szilveszter merita l’attenzione che sta guadagnando. Gli auguriamo di fare altri mille editoriali, e tanto successo.

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