Viene rilasciato il film-sequel “Il diavolo veste Prada 2”: non solo un film, ma una testimonianza delle crisi che sta vivendo il mondo del fashion.
Il 29 aprile 2026 segna l’uscita di uno dei sequel più attesi di sempre, si tratta di pura nostalgia? Non si sa, ma le poltrone dei cinema tornano a riempirsi con l’uscita de “Il diavolo veste Prada 2”. Il sequel de “Il Diavolo veste Prada” è, più di un film, una vero e proprio campo da analizzare su ciò che resta di vero dell’arte in un mondo in continua evoluzione. Una volta accese le luci in sala, la domanda sorge spontanea: siamo davanti a un nuovo cult o a un lussuoso commercial lungo due ore?
Come founder di un magazine emergente, la prima cosa che ho notato è che il film centra il punto più doloroso della nostra contemporaneità: la morte dei media fisici e la svalutazione dell’occhio artistico. Quando Nigel sospira amaramente: “Metto in piedi servizi fotografici che la gente scorre mentre è in bagno”, si percepisce un grido d’aiuto. La nostra soglia dell’attenzione si riduce sempre di più ed il rischio di “instagrammatizzazione” dell’arte è qui, tangibile. Tutto è veloce, tutto è volatile, tutto è swipe. Sempre meno viene richiesta più intenzione, cura, profondità. Spesso qualcosa si fa perché porta engagement, non tanto perché si ha una vera visione artistica.
Miranda Priestly si ritrova a combattere contro un nemico decisamente più potente di una Emily Blunt vendicativa: l’irrilevanza digitale. Il film ci sbatte in faccia un “numero di settembre” così sottile da poter essere usato come filo interdentale. Questo perché la crisi dei magazine cartacei non è solo economica, ma anche contenutistica. Se l’arte diventa solo un contenuto da consumare in meno di tre minuti, che senso ha la ricerca della perfezione? O, nel caso dei magazine, che senso ha stampare un libricino che per due terzi è composto da pubblicità?
Il colpo di scena è stato, senza dubbio, opera di Emily. Vedere la ex-assistente nei panni della “villain” che vuole trasformare Runway in un covo di algoritmi e AI grazie all’aiuto di un miliardario è stato inaspettato. Qui, il dissing di Miranda è già storico: “Tu non sei una visionaria, sei una vendor” (ouch!). Tuttavia, si apre una riflessione più profonda: può l’arte essere gestita o, nel caso di Runway, salvata dai miliardari? Prima il “cattivo” che vuole automatizzare il gusto, poi la “salvatrice” appassionata d’arte che stacca l’assegno. Ma mi viene spontaneo chiedermi: il problema di Runway è davvero risolto? Se non ci fosse stata la ricchissima Sasha Bames a salvare Runway, che fine avrebbe fatto Miranda e tutta la sua visione? La sopravvivenza della bellezza dipende esclusivamente dalla volontà – e disponibilità economica – di un magnate? Perché allora la moda non è più portavoce dei movimenti culturali che interessano alla società, ma è solo un palloncino che, prima o poi, si sgonfierà fino ad arrivare ad un nuovo punto di crisi. È solo questione di tempo.
Se gli attori si confermano monumentali – con una Meryl Streep capace di ammorbidire Miranda senza toglierle quell’aura irraggiungibile e un Stanley Tucci elegantissimo il cui personaggio riceve finalmente il riconoscimento che meritava – è la “cornice” a lasciare un sorriso dolce amaro.
Il cinema di oggi sembra aver perso la “fame” di un tempo. Nel primo film, i brand temevano quasi di apparire, soprattutto a causa di Anna Wintour (ma questa è un’altra lunga storia!). Oggi, il film sembra un gigantesco product placement. La fotografia stessa ne risente: riprese chirurgiche, blande, anonime. Manca quel colore sporco e vibrante che rendeva la New York di Andy Sachs un posto in cui valeva la pena perdersi.
E a proposito di Andy, non si può non menzionare la sua sottotrama amorosa. È davvero necessario che una donna in carriera come Andy debba trovare un fidanzato nel tempo record di un cambio d’outfit? La relazione con l’agente immobiliare appare frettolosa e forzata. In un film che parla di potere, crisi del giornalismo e sopravvivenza culturale, il bisogno di normalizzare la vita di Andy con un happy ending romantico sembra alquanto superfluo, no? Almeno, nel primo film, il tanto odiato storico ex di Andy un ruolo importante nello svolgimento della trama ce l’aveva.
Ad ogni modo, Il Diavolo veste Prada 2 ci ha riportati al cinema, ci ha fatto sognare e ci ha fatto discutere. È un film che, nonostante tutto, è stato davvero piacevole vedere. Con una carezza, ci ha fatto sentire come se anche noi avessimo, dopo 20 anni, fatto un salto nel passato. Ciò che più di positivo posso dire è che un film è buono quando, uscendo dalla sala, ti lascia un quesito: c’è ancora spazio per la visione di un singolo, ostinato individuo? Runway è rimasto in trincea: salvo, per ora. Ma anche in trincea, prima o poi, arrivano i proiettili.
That’s all.


Lascia un commento