“Tutto nasce dall’Utopia, contro ogni prolissità del reale”: punto cardine della musica “Katafisica” che rifiuta la velocità imposta dalla società social e promuove il raccoglimento durante l’ascolto
I KĀMA sono una band formatasi agli esordi del periodo pandemico, periodo dove per ovvie ragioni le interazioni sociali – che fanno parte della natura umana – erano ridotte al minimo. La band, non si scoraggia, si forma nel 2020 nei Suonofficina Studios situato nel comune di Roseto degli Abruzzi. “Propaganda” è stato il loro esordio frutto di quattro anni di lavoro artistico. I KĀMA sono una band innovativa, al tal punto che ha deciso di creare il Manifesto della “musica Katafisica”. In questo articolo scopriremo di cosa si tratta attraverso un viaggio nel loro mondo.
Abbiamo intervistato Cristoforo Magi, voce e chitarrista della band, classe 2001. I KĀMA sono composti anche da: Paolo Maggitti, produttore e bassista; Antonio Donadeo alla batteria e alle percussioni e Luigi Maggitti, un altro chitarrista.

L’album di debutto “Propaganda” arriva dopo quattro anni di gestazione artistica. Potete descriverci il percorso creativo che ha portato alla sua realizzazione e cosa ha significato lavorare su questo progetto per un periodo così lungo?
Ancora prima della band nasce il progetto. Nel 2020 portammo dei provini nei Suonofficina studios di Paolo Maggitti, bassista, tastierista e produttore della band. Avevamo iniziato a lavorare su questi provini e, negli anni, attraverso le varie composizioni e collaborazioni, siamo giunti a questa “amalgama sonora”, in cui i diversi background di studio e di conoscenze dei membri e dei collaboratori, sia interni che esterni, si sono assemblati all’interno di questo album. Possono sembrare tanti quattro anni, ma sono stati necessari per la realizzazione di questo album e per permettere una giusta gestazione dei brani che lo compongono. Mi piace chiamarli i nostri “nove piccoli bambini”.
Il vostro sound è descritto come una contaminazione di generi diversi: post-punk, elettronica, jazz e musica contemporanea. Come riuscite a bilanciare queste influenze e a creare un sound che funzioni?
Ottima domanda! Possiamo dire che è stata una naturale conseguenza, avendo tutti passati musicali diversi. Abbiamo deciso di comune accordo di far confluire i vari generi musicali all’interno dei brani. Quindi non fare semplicemente rock, cosa che viene naturale nel mondo d’oggi. A partire dalle influenze, dalle commissioni e anche dall’approccio lavorativo che avevamo in studio, è stato poi naturale arrivare a questo punto. Ci circondavamo di suggestioni musicali, ma non solo: anche suggestioni cinematografiche, letterali e via dicendo. Queste suggestioni poi andavano a confluire all’interno dei brani. Questo apparente caos iniziale è utile nella creazione perché il disordine poi trova il proprio ordine. Le varie suggestioni sono riflessi frattalici che alla fine convergono nei vari brani. Essi, ciascuno con una propria “identità”, trovano nell’album il loro filo conduttore.

Il Manifesto della musica “Katafisica” parla di “Utopia, contro ogni prolissità del reale”. Come speghiereste questo concetto al vostro pubblico?
Si tratta del nostro motto, del nostro manifesto e della nostra dichiarazione d’intenti. È ciò che vogliamo ottenere attraverso la nostra ricerca musicale e i nostri concerti.
Ispirandomi al pensiero di Oscar Wilde, possiamo dire che tracciamo una mappa del mondo dove l’utopia non è prevista e non è degna neppure di uno sguardo. Questo pensiero si allinea alla nostra visione artistico creativa. Da qui poi abbiamo coniato il termine “Katafisico”, che rappresenta ciò a cui puntiamo attraverso le nostre creazioni. Kata (κατά), particella greca, si presta a indicare qualcosa che va incontro al volere del pubblico ma, allo stesso tempo, si scontra per vie sotterranee ed oblique – kata, ad esempio, come nelle catacombe.
Invece, per quanto riguarda il nostro nome, la parola Kama (काम), che significa “desiderio”, proviene dal sanscrito. Kama può essere considerata simile al significato della parola greca Eros perché non è propriamente e solamente l’amore, ma è proprio l’ardore, la passione e il desiderio erotico, per esempio il Kama Sutra, “il libro dell’amore”, deriva da lì. Si tratta di un connubio di passione e piacere che inseguiamo in tutte le sue forme.
L’album vanta fitte collaborazioni, tra cui quella con Fabrizio Bosso. Come sono nate queste collaborazioni e in che modo hanno arricchito il suono di “Propaganda”?
Per noi da subito l’obiettivo riguardante l’album, sia perché fa parte del nostro essere e sia perché effettivamente risulta più interessante, era di realizzarlo in collaborazione con vari musicisti, per stare nell’ottica di non fermarci al semplice rock.
Non fermarci alla semplice produzione rock significa anche, ad esempio, sfociare nelle suggestioni elettroniche, oppure utilizzare quartetti di archi per arricchire un brano. Per quanto riguarda in particolare l’aiuto di Bosso, è stata una collaborazione assai interessante, perché non si è limitato a ricalcare semplicemente il tema del brano da spartito, ma lo ha arricchito attraverso le sue improvvisazioni. Si può notare come con l’intervento di tanti musicisti si ottenga qualcosa di speciale, qualcosa che non poteva essere rappresentato solo da noi. Ma si arriva a qualcosa di più grande e più stimolante.

Avete citato una vasta gamma di influenze, da I Radiohead a Franco Battiato e molti altri. Qual è l’influenza in particolare che sentite abbia contaminato maggiormente il vostro prodotto musicale?
Sicuramente sono stato particolarmente influenzato da Battiato, sia a livello di scrittura che per quanto riguarda la composizione. Anche lo stesso Battiato era molto aperto alla contaminazione completa di generi. In alcuni brani si possono trovare dei ritmi tribali, o addirittura techno, associati poi ad un’orchestra. Inoltre, ho avuto l’enorme fortuna di conoscerlo, in quanto amico di famiglia, e ho potuto assorbire direttamente la sua influenza.
Per quanto riguarda il background di Luigi, che è il più giovane della band, è appassionato dei Radiohead anche dal punto di vista tecnico ed effettistico. Paolo, invece, che è il nostro produttore ed il membro più attempato, viene da un passato prog (rock progressivo) e ha lavorato per la tribute band di Zappa. Ha, inoltre, lavorato ad un progetto sonoro per Sleeping Concert, quindi nel mondo dell’elettronica ambient. Ognuno ha le proprie figure di riferimento, ma troviamo sempre un punto d’incontro.
Il Manifesto rifiuta la frettolosità dei social media e degli algoritmi. Che conseguenze ha questa scelta?
Al giorno d’oggi è impossibile estraniarsi completamente dalle dinamiche dei social e degli algoritmi, ne siamo tutti quanti permeati. La comunicazione umana si è spostata verso questa modalità: come ci insegna Marshall McLuhan, il medium è il messaggio. Gli strumenti tecnologici che usiamo diventano delle nostre protesi, quindi non possiamo ignorarli completamente.
Possiamo, per esempio, prendere le distanze da determinati meccanismi che reputiamo negativi e che influenzano troppo la musica. Oggi c’è una musica veloce, iper-semplificata, sempre uguale che potrebbe essere generata dall’intelligenza artificiale. Bisogna fuggire da tutto ciò. Però, al tempo stesso, non rifiutiamo completamente la tecnologia o un utilizzo moderato dei social network, la cosa importante è prendere le distanze dai suoi lati più negativi. Si può definire un utilizzo consapevole della tecnologia e non lasciarsi trascinare dall’alienazione che ne può conseguire.
Siete stati notati per i vostri videoclip d’autore. Qual è il ruolo dell’elemento visivo nella vostra arte e come si integra con la musica?
I videoclip rientrano in una direzione di promozione per far conoscere la band. In questo procedimento filmico, le immagini possono contenere suoni e i suoni possono dipingere immagini. È importante e utile giocare con le immagini, ci non significa vanità o superficialità. Ce l’ha insegnato David Bowie che le immagini possono affiancare perfettamente la musica. La musica si sviluppa anche con il teatro, quindi essa stessa porta una dimensione visiva. Noi spesso ci siamo affiancati a un fotografo sardo, Fabio Costantino Maccis, che ha realizzato due videoclip. Per il primo videoclip, invece, ci siamo affidati a Roberto Romani che gestisce un’agenzia pubblicitaria per cui io ho lavorato. Il nostro ultimo videoclip è interessante da menzionare perché è stato girato in un piccolo teatro d’epoca, incarnando perfettamente una dimensione artistica totale che ci piacerebbe anche sviluppare maggiormente in futuro.
Quali sono i vostri obiettivi futuri come band?
Intensificare ancora di più l’aspetto delle collaborazioni. Inoltre, abbiamo in programma un progetto attraverso un contatto all’estero e speriamo si concretizzi.
Ovviamente continueremo sempre a fare ricerca musicale e ad evolverci, non limitandoci ad un solo modus operandi creativo. Continueremo anche a sperimentare con il suono.
Cristoforo, come i tuoi studi in Scienze della Comunicazione influenzano il suo approccio alla musica?
Sicuramente hanno influenzato, non sono mai stato un musicista ossessionato sull’aspetto tecnico. Mi è sempre piaciuta la contaminazione, ho sempre riutilizzato ampiamente ciò che studiavo o visitavo. Gli studi sono stati utili perché la musica stessa può essere oggetto di studio per quanto riguarda sociologia della comunicazione. La musica deve riflettere ciò che ci circonda.
Descrivi con una parola a testa gli altri componenti
Paolo sicuramente è l’organizzatore, e Luigi potrebbe essere i colori. Antonio il cuore ritmico.
Un consiglio, condiviso da tutti voi, per chi vuole approcciarsi al mondo della musica?
Non fatevi abbattere dal periodo storico in cui operate. Perseguite sempre il bello e provate ad individuare effettivamente cos’è che nel profondo desiderate. Bisogna anche discernere i desideri che ci vengono instillati dall’esterno e trovare la nostra vera passione, oltre pazientare, perché le cose belle richiedono tempo.
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