Dall’uncinetto tramandato in famiglia alla conquista della Gen Z: l’intervista a Luba Bakuradze, la designer che trasforma il gesto antico del crochet in una forma di resistenza contro l’iper-produzione
Nel sistema moda, dove spesso tutto accelera e si ripete fino al punto di svuotarsi, la lentezza può diventare una forma di disobbedienza. Luba Bakuradze, fondatrice di Virgo, lavora all’uncinetto come si lavora su qualcosa che non vuole sparire. Piccoli oggetti emotivi, nati da un gesto antico e domestico, tramandato tra donne, che oggi entra nel presente quasi boicottando la nostalgia scegliendo la continuità.
«Ho imparato l’uncinetto da mia madre», racconta Luba. «All’inizio era solo una pratica domestica, poi ho capito che poteva diventare una forma di espressione personale». In un momento storico in cui la moda sembra oscillare tra una nostalgia programmata e un’innovazione algoritmica, Virgo si colloca in una zona liminale, recuperando una tecnica tradizionale ma la proietta dentro l’estetica della Gen Z, dove identità e stile coincidono sempre più con una presa di posizione culturale. Il crochet, tornato ciclicamente sulle passerelle, nel lavoro di Luba diventa scelta produttiva. Ogni capo richiede tempo, attenzione, e relazione con la materia. È una moda che rifiuta la logica dell’iper-produzione e si avvicina piuttosto a una forma di artigianato quasi narrativo. Costruire un brand indipendente in giovane età implica oggi una doppia consapevolezza: creativa e imprenditoriale. Luba appartiene a una generazione che non attende legittimazione, ma la produce autonomamente attraverso micro-comunità digitali e processi produttivi sostenibili. Virgo cresce così, intrecciando manualità e visione, heritage e cultura street. Il progetto di Luba suggerisce una riflessione più ampia sul futuro della moda, forse la vera innovazione non risiede nella tecnologia estrema, ma anche nella capacità di rallentare, restituendo senso al gesto.


Nell’intervista abbiamo cercato di entrare nel vivo e nel canale empatico ed emotivo del suo brand.
Nel tuo lavoro quanto pesa la memoria familiare? Possiamo parlare di un vero e proprio heritage emotivo, oltre che estetico?
Per me la memoria familiare è fondamentale. Ho imparato l’uncinetto da mia mamma, che a sua volta lo ha imparato da sua nonna: è una tradizione che si tramanda da generazioni. Proprio con mia mamma abbiamo deciso di creare questo brand, anche perché è sempre stato il suo sogno. Lavorare insieme per noi è molto naturale: io porto una visione più contemporanea, mentre lei ha tutta la tecnica e l’esperienza. Più che un progetto lavorativo, è qualcosa che ci unisce profondamente, c’è un vero heritage emotivo dietro a quello che facciamo.
Il crochet nel tuo caso è una tendenza o una presa di posizione culturale?
Per noi non nasce come una tendenza, ma come qualcosa che abbiamo sempre fatto. Fa parte del nostro quotidiano e della nostra storia. Vederlo diventare “di moda” è stato sorprendente, è come se il mio gusto si fosse trovato improvvisamente allineato con quello del mercato, ma senza esserne influenzato. Allo stesso tempo è anche una presa di posizione. Scegliere l’uncinetto oggi significa andare contro i ritmi veloci della moda industriale e riportare attenzione sul tempo, sulla manualità e sul valore del fatto a mano.
Lavorare lentamente, produrre meno, creare pezzi unici, è una scelta stilistica o anche politica?
Nasce come una conseguenza naturale della tecnica. L’uncinetto richiede tempo e non può essere accelerato. Però diventa inevitabilmente anche qualcosa di più ampio, in un sistema che spinge verso la produzione veloce e standardizzata, fare meno pezzi ma più curati è anche un modo per prendere posizione. Non è una scelta ideologica, ma lo diventa nel momento in cui dai valore al tempo e al lavoro manuale.


Molti brand parlano di sostenibilità. Come si traduce concretamente nel tuo lavoro?
Per noi la sostenibilità riguarda tutto il processo. Partiamo dai materiali, scegliendo fornitori italiani, e lavoriamo su piccole quantità, spesso su richiesta, evitando sprechi. Ogni pezzo nasce con attenzione. È un approccio che riguarda sia il prodotto che il modo in cui pensiamo il brand. Se devo essere onesta, l’unico punto critico restano le spedizioni, su cui stiamo cercando di migliorare.
Qui spostiamo l’intervista su qualcosa di più concreto, ovvero l’idea del brand al consumo reale e su quanto poi la teoria possa tradursi in pratica.
Il consumatore è davvero pronto ad accettare la lentezza dell’artigianato?
Non completamente. A parole sì, ma nei fatti meno. Mi è capitato che, sentendo il prezzo di un cappellino fatto a mano, qualcuno rispondesse: “allora lo prendo su Shein”. Questo fa capire che il valore del tempo e del lavoro non è ancora del tutto compreso. Però esiste anche una parte di pubblico più consapevole. Forse siamo in una fase di transizione.
Quello che colpisce come elemento di shock narrativo è la balaclava. Un oggetto street che realizzato in crochet assume un significato preciso.
Le balaclava crochet sono diventate un segno distintivo. Come nascono?
Sono nate in modo spontaneo, quasi per caso. Poi abbiamo iniziato a lavorarci sopra per migliorarne forma e vestibilità. Non seguiamo schemi fissi per i colori, ogni pezzo è diverso. Credo che funzionino proprio per questo equilibrio tra estetica e utilità.



La balaclava richiama immaginari di anonimato e controcultura. È qualcosa che ti interessa?
Non è un aspetto che ricerco consapevolmente. Mi interessa di più creare un oggetto unico, che esprima personalità. Però è interessante che ogni persona possa attribuirgli un significato diverso.
Coprire il volto può diventare una nuova forma di identità?
Sì, perché l’identità non scompare, si sposta. Nei nostri balaclava passa attraverso il colore e le combinazioni. È come se l’espressione non fosse più nel volto, ma nell’oggetto. Anche la scelta di usare colori vivaci in inverno va in questa direzione.
In questa parte invece, l’intervista volge sul punto personale della creazione di un brand. Permette al lettore di dare quasi una prospettiva concreta su questi brand emergenti, sperando possano essere il futuro concreto del contesto.
Cosa significa oggi costruire un brand indipendente?
È molto difficile. I costi sono alti, la competizione è forte e spesso si tende a imitare ciò che funziona. Costruire un brand indipendente significa fare il contrario: restare fedeli alla propria visione anche quando è più rischioso. Richiede tempo, pazienza e coerenza.
Nel futuro di Virgo immagini collaborazioni?
Sì, ma solo se hanno senso. Mi interessa il confronto con identità forti, purché non snaturi il progetto. Virgo nasce da qualcosa di molto personale e voglio che questa dimensione resti sempre riconoscibile.
Qual è la sfida più grande oggi?
Restare coerenti. Non cedere alla velocità del sistema, non semplificare troppo. Portare avanti tutto – produzione, comunicazione, vendita – richiede molto. Ma è anche ciò che dà senso al progetto.


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