Un viaggio autentico tra dolore, ascolto e trasformazione
C’è un momento, nella crescita artistica, in cui non basta più “dire”. Bisogna capire come farlo. Per Benedetta Scandale, quel momento coincide con la nascita di in silenzio, il progetto che segue e completa il percorso iniziato con resta, pubblicato a gennaio 2025. Due dischi-concept, due movimenti della stessa ricerca: prima restare dentro il dolore, poi imparare a dialogarci.
«Siamo tutti bravi a dire “resta nelle difficoltà”», racconta. «Ma poi, concretamente, come si fa?». È da questa domanda che prende forma in silenzio: non una fuga, ma un approfondimento. Se resta invitava ad attraversare il dolore, il nuovo lavoro si interroga sugli strumenti per farlo davvero. E la risposta, sorprendentemente, non è il rumore ma il suo contrario.
Nel linguaggio comune, il silenzio è spesso percepito come vuoto, assenza, distanza. Benedetta ribalta questa prospettiva: il silenzio è comunicazione, e a volte è la più autentica. Il disco nasce proprio da questa ambivalenza: quando il silenzio è chiusura e quando, invece, diventa spazio fertile? Quando protegge e quando ferisce? In un’epoca dominata dall’iper-esposizione, in cui ogni emozione sembra dover essere condivisa e narrata, scegliere il silenzio diventa quasi un atto controcorrente. «Comunichiamo troppo», osserva. «E spesso lo facciamo in modo forzato, soprattutto sui social. Questo rende difficile capire cosa sia davvero autentico».


Uno degli aspetti più affascinanti del processo creativo di Benedetta è il rapporto con l’inconscio. La continuità estetica tra i suoi lavori – evidente anche nella scelta stilistica del minuscolo – non è sempre pianificata: spesso emerge a posteriori. «A volte mi accorgo dei collegamenti solo dopo aver fatto le cose», confessa. «Ho una mente che va a 130 km all’ora, e ho imparato a fidarmi dell’istinto». Un istinto che non è caos, ma una forma di conoscenza profonda: una bussola che guida anche quando la razionalità fatica a tenere il passo.
Se resta era un lavoro fortemente introspettivo – «un diario segreto diventato pubblico» – in silenzio segna uno spostamento. Non un abbandono dell’io, ma un’apertura. La scrittura si allarga, accoglie storie, conversazioni, punti di vista. «Mi sono quasi imposta di spostare il focus da me agli altri», spiega. Un passaggio che arricchisce la narrazione e restituisce complessità: perché riconoscersi negli altri, o scontrarsi con visioni opposte, diventa un modo per scoprire parti inesplorate di sé.

C’è però un principio che resta invariato: l’onestà. Benedetta è categorica: non scriverebbe mai qualcosa che non sente profondamente. «L’ascoltatore se ne accorge», dice. «Quando qualcosa è costruito a tavolino, si percepisce». Lasua musica nasce da un’urgenza reale, dalla necessità di mettere ordine nel caos emotivo. Ed è proprio questa autenticità a trasformare il personale in universale.
Scrivere, per lei, è sempre un atto doppio: doloroso e liberatorio. Attraversare certi temi significa inevitabilmente riaprire ferite, ma anche iniziare a guarirle. Oggi, quando canta i brani di resta, lo fa con uno sguardo diverso: «Li canto quasi con nostalgia. Molte di quelle cose non mi appartengono più». È il segno di un percorso compiuto, o almeno attraversato.
In controtendenza rispetto a una certa narrativa contemporanea, Benedetta difende con forza lo studio della tecnica vocale. Non come limite, ma come strumento di libertà. «Se conosco il mio strumento, posso decidere come usarlo», afferma. Nei suoi dischi la voce non è mai esibizione fine a se stessa, ma scelta consapevole. In resta viene volutamente contenuta per lasciare spazio al testo; in in silenzio si apre di più, seguendo l’evoluzione del progetto.


Il percorso di Benedetta è segnato da trasformazioni evidenti, anche a costo di spiazzare chi la ascolta. Ma per lei il cambiamento non è strategia: è esigenza. «Un artista che non cambia è un artista che non cresce». Un’affermazione netta, che rivendica il diritto all’evoluzione anche di fronte alle critiche. Il pubblico può essere ascoltato, certo, ma senza tradire ciò che si è.
Nel suo racconto emerge chiaramente un punto di svolta: l’incontro con Zibba. Un momento quasi “destinato”, come lo definisce lei.
Arriva in un periodo di crisi, subito dopo la laurea, quando la domanda è una sola: scegliere una strada “sicura” o inseguire davvero la musica?
«Lì ho capito che la vita mi stava dicendo di provarci sul serio».
Un incontro che non solo le restituisce fiducia nella scrittura, ma la aiuta a riconoscersi come cantautrice, non solo come voce.

E se in silenzio fosse un’immagine? Sarebbe quella della sua copertina: una piazza – Piazza Cavalli, a Piacenza – con lei immobile al centro e il mondo che scorre intorno, sfocato. Un contrasto potente: immobilità e caos, presenza e assenza, voce e silenzio.
Forse è proprio lì che si trova il senso del suo percorso: imparare a restare fermi, ad ascoltarsi, mentre tutto intorno continua a scorrere.
E scoprire che, a volte, è proprio nel silenzio che si dicono le cose più importanti.

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