Dall’habitus familiare al mixed media: come Sami Mckay trasforma materiali di recupero e contrasti materici in una narrazione viscerale del sé.
Si dice spesso che artisti si nasca, ma osservando il percorso di Sami Mckay viene da pensare che, più che altro, artisti si “diventi” per osmosi. Crescere in una casa dove l’arte non è estranea ma uno strumento per rilassarsi, significa interiorizzare quello che il famoso sociologo francese Pierre Bourdieu chiamava habitus: un sistema di gusti e attitudini che si assorbono dall’ambiente che ci circonda. Per lei – cresciuta in una famiglia di pittori, scrittori e musicisti – la creatività non è stata una scoperta, ma qualcosa che è sempre stato di casa: un’eredità immateriale e quotidiana che l’ha spinta ed incoraggiata ad esplorare ogni forma espressiva, dalla pittura, in cui si definiva “terribile”, al disegno digitale, fino a trovare la propria strada grazie al mixed media.


L’ispirazione arriva da tutto ciò che la circonda: musica, paesaggi, ma soprattutto le sue esperienze di vita e riflessioni. Sami è solita raccontare ciò che accade nella sua vita e ciò che prova attraverso l’arte. Un grande esempio ne è l’opera “Absolution” – la sua preferita – che mostra una parte di sé ormai appartenente al passato di cui non è mai stata particolarmente orgogliosa. “È stato bello creare un’opera più leggera che affrontasse quel tema senza negatività, ma con un pizzico di autoironia”, spiega.


La natura, piena di simbolismi e significati, è altrettanto importante per Sami. “C’è un linguaggio che appartiene alla natura che sembra più universale, più radicato rispetto ad altri simboli”, racconta. Ma non tutto dev’essere per forza profondo o simbolico, il resto del suo lavoro nasce da un’ispirazione puramente estetica. In pratica, vede qualcosa che la colpisce per la sua bellezza o per il fatto che sarebbe divertente da realizzare, e si mette all’opera.
Che l’opera sia frutto di ispirazioni e riflessioni più profonde o nate puramente dall’aspetto ludico ed estetico, un messaggio è sempre presente – nonostante all’inizio del lavoro quest’ultimo non sia subito palese. Sami sostiene che il suo processo creativo sia più focalizzato sul “dipingere” che sul “costruire” una narrazione. Per questo motivo, il messaggio dietro le sue opere a volte arriva solo in un secondo momento, quando l’opera ha già preso forma. “La narrazione viene costruita attraverso il naturale dispiegarsi del processo” – spiega la giovane artista – “e non è necessariamente definita del tutto prima di iniziare un’opera o persino di schizzarla”. I colori le balzano all’occhio in modo intuitivo: parte da un’idea generale della palette mentre sta schizzando, ma non è mai del tutto fedele al prodotto finito. “Ho la tendenza ad affidarmi a colori vibranti per sensazioni più ‘aggressive’ o travolgenti, e a toni tenui o terrosi per esperienze che tendono a rimanere sotto la superficie”.


Come accennato all’inizio, il suo modo di fare arte gira attorno al concetto di “mixed media”, ossia la capacità di combinare mezzi espressivi differenti, come pittura, disegno, collage ed oggetti o materiali fisici in un’unica opera. Infatti, le sue opere sono caratterizzate dall’uso di materiali molto diversi ed inaspettati da cui l’artista si lascia ispirare. “Molti dei materiali che uso sono oggetti trovati” – racconta – “quindi spesso mi lascio ispirare dalla sensazione che relaziono a quel materiale”. Quando Sami utilizza un materiale rispetto ad un altro, a volte è perché quest’ultimo parla da sé. “Per esempio, se uso uno specchio, c’è già molto simbolismo legato all’identità e al sé associato ad esso”, spiega. L’artista, inoltre, contrappone i materiali, unendo con grande abilità materiali contrastanti, come peluche e chiodi; oppure cerca di raffigurare qualcosa di duro con materiali morbidi. Senza giri di parole, i materiali e la tattilità per Sami Mckay sono fondamentali: “Credo che [la matericità] aiuti gli spettatori a chiarire la propria risposta emotiva, perché i materiali si relazionano al tatto in una modalità legata al ‘sentire’”.
Dando uno sguardo più da vicino, una delle opere che più colpiscono si intitola “Faint of Heart” (Debole di Cuore), del 2024. Il pezzo è stato descritto da Sami come una sorta di “rivelazione”. Secondo lei, la vita non è per i “deboli di cuore” e abbiamo bisogno di coraggio per attraversare le nostre esperienze. “L’opera è ispirata al tema sempre presente nella mia vita secondo cui il coraggio mi è necessario per fare le cose che voglio fare”, aggiunge l’artista. Sami voleva che l’opera sembrasse cruda, vulnerabile, “come se fossimo messi a nudo” in quanto sostiene che le esperienze più importanti che l’essere umano possa vivere, siano rese possibili da questo tipo di vulnerabilità. L’opera presenta, oltre a questo lato più aggressivo, anche un effetto etereo e delicato, possibile grazie all’utilizzo di lini naturali, pizzo e l’utilizzo di colori più spenti (ad eccezione del rosso vivo, ovviamente!). “Ho usato anche dello stucco per le nuvole” – ci spiega Sami – utile per dare uno strato aggiuntivo a questi dettagli più chiari e sottili.

Anche “We’re gonna make it out of here, right?” è un’opera che merita attenzione: il quadro vuole dar voce alla sensazione claustrofobia, attraverso elementi come trappole o limitazioni. Il pesce nel sacchetto, la rete e la venere acchiappamosche ci riportano ad una sensazione di “smarrimento ingabbiato”, che ci porta ad essere fuori controllo. “Ho aggiunto anche la lattina di sardine e le lische di pesce per esprimere la disperazione che sorge quando immaginiamo la nostra fine”, spiega Sami.

Ogni dipinto richiede, in media, 20 ore. Alcuni sono stati completati in meno di 10, ma altri hanno richiesto più di 36 ore di duro lavoro ed ingegno. Si può affermare con certezza che i suoi lavori siano complessi, massimalisti ed estremamente laboriosi, soprattutto quando Sami utilizza la tecnica del cucito. Tuttavia, l’opera più complessa è stata “Hello, Farewell I’m Sorry”, dove l’artista ha dovuto intagliare il cavallo della giostra con un seghetto a mano. “Rendere quella forma il più organica possibile è stato complicato”, conclude.

Giungendo al termine della nostra intervista, abbiamo chiesto a Sami di dare un consiglio a tutti coloro che sentono un richiamo verso il mondo artistico e che vogliono dedicarci la loro vita. Molto dolcemente, Sami ricorda di essere pazienti e curiosi, poiché: “la sperimentazione può essere frustrante, ma anche incredibilmente divertente”. Ci invita a giocare con il mondo che ci circonda e seguire le idee più assurde. Sì, spesso alcune cose non funzioneranno, ma il suo consiglio più forte è di essere persistenti. “Mantieni una visione abbastanza salda da continuare, ma abbastanza flessibile da permettere ai materiali di giocare la loro parte”, conclude – invitandoci a non perdere di vista la visione, ma senza precluderci la possibilità di aprirsi verso la sperimentazione.
I quadri di Sami Mckay sono il perfetto esempio della complessità dell’essere umano e del simbolismo che costantemente esso attribuisce agli oggetti o alle esperienze vissute. I suoi quadri sono così complessi e dettagliati che rendono difficile distogliere lo sguardo: ti catturano e ti intrappolano tra i materiali per ore. Ad ogni sguardo c’è sempre qualcosa di nuovo da notare. Per un giorno, sarebbe fantastico poter chiudere gli occhi e trovarsi dentro una sua opera.

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