Quando la musica ci tende la mano 

Gli Ehilà Collective si raccontano dal divano di casa di uno dei loro membri, e si capisce subito che per loro ritrovarsi per passare del tempo assieme, anche al di fuori dalla sala prove, è prassi consolidata. La band si compone di cinque membri: Giulio Maria Ferrari alla chitarra e voce, Giulia Ion Fantaguzzi alla voce, Elena Cazzulo alla tastiera e voce, Dario di Tullio alla batteria e Marco Sonzogni al basso. 

Le strade che li hanno portati verso l’attuale formazione sono state diverse e molteplici, di per sé abbastanza usuali per chi familiarizza con l’ambiente musicale: da una parte una formazione presso il Conservatorio di Pavia condivisa da quasi tutti i membri del gruppo, dall’altra le jam session a cui ancora adesso si divertono a partecipare. 

D’altro canto, le intenzioni e l’attitudine che hanno caratterizzato il loro percorso sono certamente inconsuete. Un anno fa usciva l’EP Live in Studio, frutto di un primo periodo in cui l’intenzione non era quella di essere un gruppo a formazione fissa, ma di invitare qui e lì musicisti apprezzati e stimati. Nel giugno del 2025 si consolida la formazione attuale, che nell’arco di un anno si ferra in ben una quarantina di live attraversando qualsiasi tipo di situazione, da matrimoni a feste di paese, fino ad arrivare alla pubblicazione di due singoli: Buoni Amici nel febbraio del 2026, Calling Home appena un mese dopo. 

Lo iato tra 2025 e 2026 si risolve con la matura consapevolezza della band del fatto che «una registrazione live è come una fotografia del momento in cui è accaduta», commenta Giulio. «Quando l’hai fatta, già non ti rappresenta più. Non sei più tu, proprio come con appunto la fotografia – infatti è per questo che mai nessuno assomiglia alla sua foto sulla carta d’identità», aggiunge semiserio. «Vale anche per i singoli appena usciti: sono il frutto di un lungo lavoro, ma continuamente abbiamo nuove esigenze e un sacco di nuova musica che ci frulla per la testa». 

La compattezza della formazione attuale nasce da un’esigenza precisa di crescita. «L’obiettivo di questo gruppo», spiega infatti Giulia, «è crescere, ma proprio per noi, personalmente, artisticamente, musicalmente». «Abbiamo capito che l’esigenza era di essere una band di amici», sorride Giulio. «Questo permette di avere un nucleo fisso capace di autosostenersi, in tutti i sensi». Il clima conviviale di complicità emerge sin dai racconti dei primi incontri dei componenti della band, colmi di autoironia e leggerezza. 

Io e Dario abbiamo studiato insieme ormai otto anni fa. Dario è stata la prima persona con cui ho parlato al mio primo giorno di Conservatorio. Eravamo tutti a fare il test d’ingresso, il corso non era nemmeno iniziato. Nessuno si conosceva, quindi era come quando si è in attesa dal dottore, che tutti si guardano e si immaginano la malattia dell’altro. E Dario è stato il primo a dirmi ciao. Abbiamo iniziato a parlare, siamo diventati amici e abbiamo iniziato a suonare, […] fino a un festival jazz a Genova. Nel pubblico c’era Marco Sonzo. Con lui poi, nella grey room del backstage… È stata forse la prima e unica volta in cui abbiamo avuto la grey room («ma non l’ultima», interrompe Marco), abbiamo fatto amicizia e deciso che almeno per affinità elettive c’era bisogno di suonare insieme. 

Il gruppo Ehilà Collective, photo courtesy of Ehilà Collective

Ma questa compattezza è anche un risultato ottenuto attraverso tutta l’esperienza condivisa nell’ultimo anno, la cura con cui i rapporti d’amicizia tra i membri sono quotidianamente coltivati, e il confronto stabile con amici professionisti, ex insegnanti diventati colleghi, in generale. Una menzione speciale in tal senso va a Filippo Cimatti, produttore, che la band paragona con gratitudine al curatore di un libro per averli aiutati a rendere la loro visione realtà. 

A riprova che la formazione stabile e amichevole del gruppo non è sintomo di chiusura, ma di apertura dalle basi più solide: prima di tutto nei confronti di chiunque entri con loro in un rapporto di reciproco arricchimento umano e musicale, e poi dinnanzi a molteplici generi musicali, cantati in italiano, inglese o portoghese.

Le loro influenze vanno da Pino Daniele, alle generazioni del cantautorato italiano, al blues, funk, pop… Il gruppo ha due radici comuni. La prima è il jazz, che se per alcuni è stato formazione accademica, per altri, ad esempio Giulia, è sempre stata una storia d’ascolto e di testi e melodie canticchiati a memoria sin dall’infanzia. La seconda, come indica proprio Giulia, è la passione, e io dopo averli sentiti parlare aggiungo l’attitudine: il loro è un vero e proprio artigianato musicale, con tutti i pezzi nati live, tra registrazioni, ascolti, riascolti, take imperfette anche dal telefono per ricercare una maggiore autenticità, sound design e in generale tanta, tantissima ricerca del suono. 

La sicurezza raggiunta dagli Ehilà Collective, anche senza sapere niente della loro storia, si percepisce dai nuovi singoli usciti, che si lanciano su temi interpersonali o strutturalmente sociali. 

Giulio ci racconta la storia dietro il brano Buoni Amici, il cui titolo ricorda il dolce ma rassegnato verso “buoni amici come noi” della Rimmel di De Gregori: 

Buoni Amici è quando si è il terzo incomodo, nel senso che magari si ha un bellissimo rapporto con una persona che è già impegnata, e a quel punto tu non vieni scelto, o scelta. Questa persona però per salvare le apparenze, non volendo sfigurare da nessuna parte, ti chiede di rimanere “almeno amici”. La nostra posizione è che questo non abbia senso, che non sia rispettoso nei propri confronti, né di quelli dell’altra persona. 

Da quest’esperienza che accomuna tante persone, ma che non per questo perde di complessità, la band trae un messaggio di amor proprio: «Serve un atto di self-love e renderci conto che una situazione non ci fa bene», chiarisce Giulia. «A volte un rapporto semplicemente non funziona, e invece si insiste nel provare ad aggiustarlo. Quello che si vorrebbe fare è ovviamente restare nel rapporto, ma se questo implica superare dei limiti che vanno contro di noi, e contro il rapporto stesso, è meglio abbandonarlo e prendere le distanze dalla situazione». 

Il brano traveste con un’atmosfera scanzonata, dall’incalzante groove funk e armonie leggere a più voci, questa forte espressione di rispetto nei confronti di se stessi e degli altri che si traduce nell’azione concreta di porre dei limiti, sottrarsi per preservarsi. 

Saper dire di no, a livello più strutturalmente sociale, è un tema che ricorre anche in Calling Home. Il tema, delicatissimo, è quello dell’alcolismo, che può essere interpretato anche generalizzandolo a modi in cui la persona oggi ricorre a soluzioni a livello individuale per ritrovarsi più capace di affrontare e gestire situazioni sociali. La sfida è quello di restare nelle nostre emozioni anche quando si tramutano in zone d’ombra o sentimenti di debolezza, quali stanchezza o scarsa socialità. Questo perché la sfida più grande in realtà è la non-sfida: ritrovare nello stare nel mondo e nello stare con gli altri non uno sforzo performativo di gestione o controllo di sé o del rapporto, ma un incontro sincero, genuino, che ci permetta di sentirci a fuoco su chi siamo e cosa vogliamo, ma anche di tendere una mano, per portare aiuto ove serva, ma soprattutto anche chiederlo. In un gioco quasi di specchi, dietro l’atmosfera più blues e rock di questo brano – marchiata a fuoco da Giulia, che nella strofa quasi rappa con una voce di petto densa di energia, arrivando quasi a graffiarla nel bridge– si nasconde in realtà un grande desiderio di vulnerabilità, di imperfezione. 

Questi due brani ci fanno compagnia, ci fanno sorridere e pensare che ci possono essere alternative, che non siamo soli nel cercarle. La sensazione è quella di rendersi conto, mentre magari si sta affondando da soli, che naturalmente il nostro corpo cerca già di risalire, o perlomeno di guarda attorno, speranzoso di trovare un raggio di luce, una mano amica, le bolle che solletichino in superficie. 

Se mai avrete voglia di nuotare un pochino insieme a questo gruppo – a me certamente ne è venuta l’intenzione – potete seguirli per ricevere aggiornamenti sulle loro date estive. 

Nel frattempo, li trovate quasi di certo il martedì sera alla Jam Session Jazz del Caffè Teatro di Pavia, dove si alternano o suonano assieme a chiunque voglia salire sul palco, perché in fondo si sa, “tutti quanti voglion fare jazz”… e non solo. 

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