Artista e designer napoletano, Biancullo lavora tra tessuto, performance, ritualità queer e memoria popolare. Il suo non è un uso della città, ma un attraversamento che restituisce a Napoli la sua materia più viva.

Dimenticate il solito pezzo sull’artista napoletano che “ce l’ha fatta”, e dimenticate anche l’immagine di Napoli che viene chiamata come sfondo pronto a farsi abitare dalla moda per il tempo di una stagione e poi lasciato lì, svuotato, disponibile al prossimo sguardo. Qui non si tratta di raccontarla infatti, ma di starci dentro abbastanza a lungo da sentirne il peso, da riconoscere dove si incrina, cosa trattiene e cosa continua a vivere anche quando sembra che tutto sia già stato detto e consumato. 

Napoli è un amore tossico, e forse è proprio per questo che non si riesce mai a lasciarla davvero. La si rifiuta quando espone, quando costringe a fare i conti con una vergogna che non è mai solo individuale, quando si lascia guardare come una caricatura già pronta, quando si piega fino a diventare terribilmente superficiale. Eppure, la si ama. La si ama quando mostra la sua banale bellezza, come quando la si riconosce nei suoi punti più difficili, quando non chiede scusa, quando resta sporca, contraddittoria, indecente, e perfino quando rifiuta qualsiasi forma di ordine. Napoli in fondo non ha alcun bisogno di essere salvata né tantomeno di essere messa in ordine.

Dario Biancullo tutto questo lo conosce, ma non nel senso di chi osserva o interpreta. Lo conosce perché ci è dentro da sempre, muovendosi in quella stessa materia senza mai cercare di renderla leggibile, sa bene che ogni tentativo di chiarire rischia solo di impoverire.

Lavora tra moda, arte e performance, ma queste parole non bastano a contenere ciò che accade nel suo lavoro. Quello che costruisce non è mai un oggetto isolato, è un sistema che si attiva nel momento in cui entra in relazione con altri corpi, altri spazi, altre vite.

I suoi abiti non restano abiti, così come le sue opere non restano opere. Passano da un corpo all’altro, da uno spazio all’altro, attraversando teatro, strada, club, casa, galleria, senza fissarsi mai davvero. Non cercano una forma definitiva, ma una continuità di passaggi. Più che oggetti, i suoi lavori sembrano reali presenze in movimento. 

C’è in questo modo di fare qualcosa che riguarda l’appartenenza, ma non quella in forma rassicurante. Piuttosto una linea irregolare, fatta di vite cresciute nello scarto e nell’attrito, dentro una distanza continua tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. È dentro questa linea che si colloca anche la sua esperienza queer, come condizione che attraversa tutto: i gesti, i materiali, le relazioni, il modo stesso di stare nei luoghi. Nel suo lavoro questa materia non viene mai semplificata, resta lì in tutta la sua densità. Sudore, vergogna, sesso, devozione convivono con cultura, arte, religione, senza che si crei una vera separazione. Il sacro non è distante dal quotidiano, ma lo attraversa, come accade in certi contesti in cui la sopravvivenza e il rito finiscono per coincidere perfettamente.

Nel lavoro di Dario si avverte una ferita che non è mai esibita ma che, anche quando resta coperta, continua a pulsare. Ha a che fare con l’infanzia, con una possibilità negata – quella dell’istruzione artistica – che non si traduce semplicemente in mancanza, ma apre uno scarto. Ed è dentro quello scarto che costruisce un modo diverso di apprendere, di produrre e soprattutto di stare. Lì dove non esiste un percorso lineare e non c’è una legittimazione immediata, si impara altrove, costruendo anche senza un modello chiaro, provando ad abitare l’errore come unico spazio possibile. L’errore diventa metodo, una condizione che permette di sottrarsi a una traiettoria già scritta, e ad un’idea di produzione ordinata, pulita, riconoscibile. Anche gli oggetti, allora, non restano mai solo oggetti. I tessuti che utilizza, infatti, arrivano da altre vite, da altre case, spesso raccolti, donati e custoditi come si custodiscono cose che non hanno solo un valore materiale. Portano segni, odori, memorie che non vengono mai completamente neutralizzati. Nel tempo si accumulano, si intrecciano, e quello che nasce non è mai del tutto finito, somigliando sempre più a una comunità, che a un’opera fine a se stessa. 

Il suo lavoro incontra il folklore, ma non quello decorativo, né quello che si presta a essere estratto e ripulito. Il suo è un folklore vissuto, neomelodico, fatto di corpi, di relazioni, di storie che non sono mai state pensate per essere raccontate fuori da quel contesto. Un linguaggio che nasce dentro e che, proprio per questo, non può essere completamente tradotto.

Negli ultimi anni Napoli è diventata sempre più presente, attraversata da sguardi che la cercano e la utilizzano. Moda, campagne, narrazioni che ne prendono anche piccoli frammenti e li riorganizzano. Un luogo ridotto a segno, che anche quando viene trattato con attenzione e rispetto apparente resta sempre e solo un segno. Il lavoro di Dario Biancullo si muove altrove, in una zona forse meno immediata e meno disponibile, che non offre una versione edulcorata della città e dei suoi contesti, ma resta dentro la sua complessità. E forse è proprio in questo suo restare che si riconosce una forma di rispetto oggi sempre più rara, che non celebra forse ma che sicuramente non consuma. 

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