Il sistema moda possiede da sempre un vizio antico: prendere perfino ciò che nasce per disobbedire e ridurlo a formula lustrata. Simon Cracker, invece, resta un caso raro: un brand che non si è separato dalla vita di chi lo ha generato. Per questo, più che interrogarne il lavoro, abbiamo provato a entrare nella sua matrice umana, là dove gli abiti non nascono soltanto come prodotto, ma come traccia.
Simone Botte è il fondatore di Simon Cracker. Ma dirlo così, in maniera pulita, quasi notarile, significa già perdere il punto. Perché Simon Cracker non è semplicemente un brand di moda, è una presenza che porta impressa l’anima di chi l’ha generata. Nel fashion system si è imparato da tempo a separare l’identità dal prodotto, così come la vita dall’immagine, tutto, con una freddezza sempre più perfetta. Incontrare un brand che coincide ancora, ostinatamente, con il suo fondatore ha qualcosa di raro. Possiamo dirlo? Di scandaloso. La sua anomalia sta proprio qui. Non soltanto nel recupero degli scarti, che altrove rischia di ridursi a formuletta di marketing, ma nella capacità di prendere un immaginario logorato dall’abuso e riattivarlo dall’interno. Il suo punk – definito gentile – dice proprio questo. È attraversato da una tensione sottile, a tratti aspra, che però non rinuncia alla tenerezza. Una fragilità esposta che non si vergogna, e che proprio per questo, oggi, può ancora farsi gesto radicale. Scarti, deadstock, superfici graffiate, capi smontati e ricomposti diventano così materia viva, con imperfezioni trattenute fino a farsi carattere. È da qui che abbiamo scelto di partire. Non chiedendo a Simone Botte di raccontare semplicemente il suo brand, ma provando ad avvicinarci alla persona che gli dà voce. A ciò che c’era prima del nome, prima dei vestiti, prima ancora dell’idea di trasformare tutto questo in un linguaggio. Perché nel suo lavoro si avverte qualcosa che viene da lontano: ironia, certo, ma anche memoria, affetto, perfino geografia. E allora la domanda è diventata inevitabile: che cosa c’era all’inizio? Che sguardo sul mondo, sui corpi, sulle persone, prima che tutto questo diventasse Simon Cracker?
Sono cresciuto giocando, rubando idee e vestiti negli armadi di mio nonno Rino e di mia nonna Alba. Dentro quelle ante ho passato tantissimo tempo: sembrava che ogni volta potesse uscire qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevo mai visto prima. Ricordo ancora la sensazione di sentirmi minuscolo davanti a quel mobile enorme, quasi come fosse un palazzo. È lo stesso armadio di allora, ma io l’ho vissuto in tanti modi diversi. Nel corso della mia vita, aneddoti e ricordi differenti me lo fanno tornare in mente in momenti particolari, soprattutto mentre creo. Uno degli esempi più innocenti risale a quando guardavo Cenerentola. Mi affascinava la scena in cui i topini creano il vestito rosa usando gli scarti delle sorellastre. Era un gesto di upcycling spontaneo: prendevano ciò che era stato buttato a terra e lo trasformavano in qualcosa di bello.
Quello era l’abito che amavo di più, persino più di quello azzurro finale, che era couture ed era semplicemente splendido. A me colpiva la trasformazione. Così, con mia nonna, avevo ricreato quella scena usando alcune sue sottovesti rosa pastello. Io le vedevo come abiti eleganti, non come qualcosa da nascondere sotto i vestiti. Oggi il mio rapporto con quell’armadio è diverso. Forse è cambiato insieme alla mia maturità rispetto a questo sistema. Ora guardo quello che un tempo mi sembrava enorme e che oggi appare quasi come un piccolo armadio, essenziale: con dentro solo ciò che serve davvero. Cose buone, fatte bene, che hanno resistito al tempo e che continueranno a essere tramandate per la qualità dei materiali e per tagli intelligenti, pensati per durare quasi all’infinito. È quello che racconto sempre: il concetto del cappotto buono di mia nonna, quello che esiste da sempre, in tre colori diversi, e che lei usa ancora oggi.

Torniamo all’ironia, il tuo linguaggio apparentemente leggero sembra vedersi in filigrana anche ferita e tenerezza. Una cosa che colpisce, perché non sembrano elementi messi per distanza o per posa, ma qualcosa di necessario, come l’urgenza di attraversare ciò che è complesso ma senza irrigidirlo troppo.
Stiamo facendo vestiti per le persone. Sono sempre stato molto autoironico, ho sempre trasformato le cose che mi facevano male in battute, anche attraverso i vestiti. Un mio ex, per esempio, diceva che non avevo talento. Io quella frase ho iniziato a scriverla direttamente sui capi. È il mio modo di esorcizzare le cose. Un po’ come quando graffito tutto quello che mi annoia: mobili, oggetti, vestiti, accessori. È iniziato tutto così, quasi per gioco, e continuo a farlo ancora adesso per rendere diverso ciò che vedo nascere “a stampino”. Non sono una persona che protesta urlando o scalpitando. Penso che serva anche quello, ma non è il mio modo. Io preferisco mettere in scena il mio disappunto: lo faccio con precisione, con elenchi chiari di ciò che non funziona. Anche perché non faccio vestiti per i ricchi. Faccio vestiti per le persone vere, quelle che possono leggere davvero il mio manifesto. Perché parla della realtà che viviamo tutti. Racconto favole, sì, ma non favole irraggiungibili: favole di strada, ispirate alla gente che la strada la vive davvero.
Il tuo linguaggio sembra voler dire cose molto profonde proprio nei momenti in cui sembra tu stia alleggerendo, addirittura giocando. Come se il gioco, non fosse l’opposto della serietà ma una delle sue forme più efficaci.
Ho sempre giocato, e credo che le persone che mi stanno attorno siano un po’ come me. Non ho mai amato molto i videogiochi, perché preferivo toccare tutto quello che mi passava davanti. Mi affascinavano i giocattoli fisici: i colori, le superfici, le texture floccate, gli oggetti che magari avevano anche un profumo. Ho sempre amato quei giochi pastello degli anni ’80, ’90 e 2000. Li colleziono ancora oggi. Forse capisco solo io che effetto mi fanno, ma mi riportano immediatamente in quello stato di curiosità e libertà che avevo da bambino.
Parto spesso proprio dal concetto di gioco per spiegare una cosa: non ho mai smesso di giocare, nemmeno quando gli oggetti attorno a me non erano più giocattoli. A quindici anni, per esempio, durante l’estate lavoravo in un’acciaieria per potermi comprare uno scooter. Era un lavoro noioso e ripetitivo, ma anche lì trovavo il modo di giocare. Ricordo che cadevano a terra dei piccoli pezzi di scarto con un foro al centro. Io li raccoglievo e li mettevo in tasca. Poi, più tardi, ci disegnavo sopra qualcosa per i miei amici, sembravano quasi delle medaglie militari. Anche guardare i materiali di scarto con l’idea di salvarli è per me un gioco automatico, qualcosa che faccio continuamente. Gioco anche con le provocazioni. In fondo io non nasco nella moda: sono un grafico pubblicitario. Per questo mi piace giocare con le parole, scrivere manifesti sui vestiti, creare doppi sensi e piccole frecciatine. Probabilmente sto lanciandone qualcuna anche durante questa intervista. Sono buono e rispettoso ma la mia la dico sempre e difendo con tutto me stesso quello che ho creato con tanta fatica dal 2010.
Un aspetto che ci colpisce molto, è il confine tra persona e personaggio. Nel tuo caso, sembra sempre un confine sottile, da una parte c’è un immaginario molto riconoscibile, dall’altra si avverte che sotto c’è una persona reale, con tutte le sue vulnerabilità. Ti senti visto davvero per quello che sei, oppure senti che a volte il tuo lavoro venga letto solo in superficie?
È come se mi avessi chiesto cosa mi spaventa di più. Ed è proprio l’argomento di cui ho parlato più spesso con la mia psicologa. Io faccio tutto in modo molto istintivo, senza pensare troppo alle conseguenze o a quello che potrebbe provocare una scritta su una maglietta o su una camicia.
Poi però mi capita di restare sveglio la notte a pensarci. Mi chiedo se possa sembrare una trovata studiata solo per far parlare di me, qualcosa costruito apposta per diventare un meme.
Questa cosa mi fa orrore: l’idea di creare qualcosa che abbia una durata così breve e un significato così povero e fragile. Io sono semplicemente io. Chi mi sta intorno lo sa: il modo in cui parlo davanti a un microfono è lo stesso che ho quando sono seduto per terra a mangiare una pizza con la mia crew.
Sono un sempliciotto. Ma forse, in questo fashion system pieno di grandi concetti e parole complicate, c’è bisogno anche di parole leggere, comprensibili, in cui le persone possano riconoscersi davvero.
Oggi Simon Cracker ti somiglia davvero o lo senti qualcosa che vive oltre te?
Ho provato ad allontanarmi da Simon Cracker. Per qualche anno ho quasi mollato la presa, cercando di capire se potesse vivere da solo, senza le mie cose dentro, senza le mie passioni, senza quello che vivo ogni giorno come sensazioni, senza la mia famiglia.
Ma sono stato molto male.
Vedevo tante mani su qualcosa che avevo costruito con fatica. In molti mi dicevano che stava diventando cool, che funzionava, ma io sentivo che non c’ero più davvero dentro. A un certo punto ho mollato la presa. Mi sono arreso per un po’ all’idea di lasciarlo navigare anche nelle mani di altri. Non ha funzionato. Perché anche se in quella direzione le cose andavano bene, io stavo iniziando a stare male sul serio. Stavo perdendo una parte di me, proprio mentre Simon Cracker stava perdendo una parte importante di me: quella che tiene i piedi per terra. La realtà che vivo ogni volta che torno in Romagna. Le storie che mi raccontano. Le persone che incontro ogni giorno. Sono tutti ingredienti fondamentali. Sono quelli che rendono Cracker quella cosa cruda, simpatica e leggera che intrattiene, diverte e riesce a strappare un sorriso nel sistema più serio del mondo: la moda.
Dici che le persone sono ingredienti fondamentali, e infatti nel tuo lavoro, le persone che orbitano intorno non sono di contorno al progetto, ci sono dentro. Entriamo nel tema dei legami. Amicizia, affetti, fiducia, che ruolo hanno nella tua vita e nel tuo lavoro?
La Cracker Crew è Simon Cracker, un insieme di persone di tutte le età che hanno qualcosa da dire. Quando creo mi ispiro molto ai miei amici, alle loro storie e a quello che vivono ogni giorno. Ognuno poi aiuta come può, nel proprio modo, ed è fondamentale. Per questo non mi sento mai solo nel mio urlo, anche quando è un urlo debole: sento che stiamo uscendo tutti insieme a fare un po’ di casino, ma per una buona causa. Ci crediamo tutti e ci crediamo davvero tanto. Non lo facciamo per tornaconto personale o per egocentrismo, ma perché ci aiutiamo a vicenda. Siamo tutti creativi, anche se in campi diversi, e proprio per questo riusciamo a fonderci, a sostenerci e a supportarci. La crew non è mai stata così forte come lo è adesso. È un nutrimento continuo che può solo far bene, ed è forse per questo che sempre più persone chiedono di farne parte.
C’è una differenza, secondo te, tra chi collabora e chi invece resta?
Il mio è un discorso che va oltre la creazione di vestiti. Tutto nasce da un mio grande fastidio, ma è un fastidio che condividono anche tante altre persone. Fastidio e rabbia diventano un buon carburante per creare. Se avessi la possibilità non mi fermerei solo ai vestiti, ma allo stesso tempo sono contento e grato dello spazio che ci è stato ritagliato dentro una fashion week fatta da stilisti che creano vestiti, mentre noi spesso partiamo proprio dal distruggerli per ricrearli. Cracker ha fatto molte collaborazioni e proprio lì si è capito chi crede davvero nel progetto, nel progetto in sé e non in quello che potrebbe restituire in termini di ritorno. Cracker non è una forza economica: è povero, ma con la cazzimma, senza bisogno di essere aggressivi. Le etichette di punk o outsider me le danno sempre gli altri, ma in realtà io continuo semplicemente a cercare di fare le cose fatte bene e come la gente vorrebbe, solo che lo faccio a modo mio.
Prima ancora che di abiti, poi, a me piace pensare ai vestiti come a qualcosa che ha a che fare con il corpo. Un modo in cui ci si espone certo, ma anche di proteggersi o difendersi. Nel tuo caso che rapporto c’è tra abito e vulnerabilità?
È tutta una questione di corazza, per me.
I vestiti sono il messaggio che scegliamo di dare in un giorno preciso, la coperta che ci scalda quando ne abbiamo più bisogno e lo scudo robusto che impedisce agli altri di colpirci. Non riesco a pensare ai vestiti in modo diverso: ognuno ha il suo bozzolo in cui si avvolge, fatto di piccoli amuleti che funzionano perché su quella persona sono giusti per un motivo preciso. Colori, texture che significano qualcosa quando le sfiori, volumi che risaltano o nascondono a seconda di come ci sentiamo. Io ho attraversato ogni tipo di disagio, combattendo contro il mio corpo per una vita intera, passando da una magrezza esagerata al suo opposto. Ora accetto il mio corpo per quello che è, nei momenti in cui è ciò che vuole essere. Ho iniziato ad averne il controllo proprio attraverso i vestiti. Per me l’oversize è da sempre una vera e propria capanna protettiva: fin da quando, a dodici anni, rubavo le giacche di mio nonno – quelle che usava quando faceva la maschera al cinema – e poi, da grande, ho iniziato io stesso a crearle enormi, per potermici nascondere dentro.
I tuoi vestiti spesso non sembrano voler imporre un’identità, ma far emergere una presenza. Come se non volessero realmente vestire – o travestire – qualcuno, ma restituirlo a sé stesso in modo più nitido e più coraggioso, quindi anche più libero. Ti riconosci in questa idea?
Come dico sempre, i miei vestiti sono volutamente incompleti.
Quello che manca per trasmettere davvero qualcosa deve arrivare dalla persona che li indossa: da chi li sceglie per un motivo personale, da chi li adotta perché se ne innamora. È l’ingrediente finale, quello che non posso dare io e che, in fondo, non può dare nessun altro stilista. Tutti noi sogniamo di vedere i nostri vestiti su personalità capaci di farli vivere. Per questo non sempre possiamo “finire” un abito nel modo più definitivo possibile: la magia accade davvero solo quando incontra un’anima adatta. È anche per questo che non mi interessa fare prodotti facili, pensati per lo shopping bulimico. Anche quando realizzo capi che costano poco – perché non voglio che siano irraggiungibili per chi ha uno stipendio normale – cerco comunque di renderli unici, strani, destinati a chi riesce a vedere qualcosa in più. Sono vestiti lontani dalla compulsività e da chi non vuole costruire un armadio, ma semplicemente farcirlo fino a scoppiare.
Più che chiederti cosa pensi del sistema moda in astratto, ci interessa capire cosa non riesci più a tollerare personalmente. Cosa ti annoia davvero, cosa ti sembra svuotato, cosa senti ormai lontanissimo da te. E al contrario, quali sono le cose che continuano ancora a emozionarti sinceramente.
Comincio da quello che mi emoziona.
Mi emoziona ancora moltissimo vedere l’espressione dei designer che dentro le collezioni mettono tutto. Riconosco quella faccia: è la stessa che ho io quando esco alla fine di una presentazione. Dentro mi sento in mille pezzi, frantumato da troppe emozioni, come se avessi detto tutto. Sto male e sto bene allo stesso tempo: mi sento esposto, nudo davanti a tutti, mortificato, imbarazzato e insieme fiero.
Mi emoziona riconoscere quello sguardo negli altri. Mi emoziona anche quando vedo chi non asseconda la paura dei tempi che stiamo vivendo, ma prova a illuminare queste tenebre della moda con la creatività, senza pensare troppo alle conseguenze. Non mi piace invece quello che accennavo prima: la farcitura del guardaroba. Comprare compulsivamente solo per avere cose, non perché le si desideri davvero. Quel bisogno continuo di dire devo comprarlo, devo averlo, quando in realtà non lo si vuole davvero – o non lo si vuole al punto da meritare l’attesa o il sacrificio. Io faccio sudare l’attesa anche a chi potrebbe permettersi di comprare tutto subito. Anche a chi avrebbe soldi da spendere. Puoi avere anche ventimila euro da spendere per un vestito: Simon Cracker non costa così tanto, ma comunque dovrai aspettare. Dovrai attendere, desiderare, finché non arriva qualcosa di simile a quello che immagini. Il “tutto e subito” lo trovi su Amazon Prime, non da me.
Da me devi aspettare, guardare il sito, seguire Instagram, vedere quando arriva il pezzo giusto per te. E poi scrivere un messaggio. Non mi interessa piacere un pochino a tante persone. Preferisco essere desiderato da pochi, ma profondamente.
Amo la sincerità, in tutto.
Lentezza, tempo. Tempo per capire, per sbagliare, per restare fedeli a qualcosa, per crescere senza farsi assorbire del tutto da certe logiche. Quanto conta per te la lentezza? E quanto è stato difficile difenderla in un sistema che chiede continuamente velocità, chiarezza immediata, riconoscibilità rapida?
Mi piace essere lento, capire e contemplare. E poi, una volta che ho afferrato davvero quello che sto cercando, posso anche velocizzarmi. È tutta una questione di tempi. Ogni volta che mi sono affiancato a qualcuno, quello che mi bloccava era sempre una differenza di ritmo: veloce, lento, veloce, lento. Nessuno dovrebbe cambiare il proprio tempo per gli altri, perché quel ritmo è il motore di quello che fai, qualunque cosa sia.
Io, per esempio, appena mi sveglio la mattina non perdo un secondo nel letto. Mi alzo, mi lavo, esco di casa e vado a fare colazione. Quando ho messo il carburante giusto, allora posso rallentare e riflettere: se incontro qualcosa che mi interessa lo annoto sul mio quaderno, non nelle note digitali, che il mio cervello semplicemente non riconosce allo stesso modo.
Poi, quando ho capito come fare le cose, torno veloce: posso smontare, rompere quasi sistematicamente, per ricostruire.
Amo i tempi, avere delle scadenze mi dà ordine. Il tempo è prezioso, è un regalo che ci facciamo, e io non lo do mai per scontato. Le domande che mi hai fatto hanno richiesto tempo, e mi sento davvero onorato di questo.
Penso al tempo che mi dedicano i ragazzi della crew, e che cerco di restituire come posso e quando posso, anche solo passando un pomeriggio insieme a non fare nulla. Il tempo insegna. C’è il tempo passato con la famiglia, e poi c’è il tempo che passa: quello che comincia a portarmi un po’ di nostalgia. Ma anche quella provo a trasformarla, come faccio con tutto, in qualcosa di leggero – in ricordi buffi, come le zie che ripetono la stessa frase dieci volte.
Hai mai avuto la sensazione che andare piano venisse percepito come debolezza? Ci interessa questo aspetto, perché nel tuo lavoro la lentezza non sembra esitazione, ma una vera e propria scelta.
Nel lavoro di Simon Cracker, andare lenti e invitare chi guarda una sfilata a osservare e valutare con attenzione è una scelta precisa. È una richiesta rivolta al pubblico: prendersi il tempo necessario per capire, per farsi domande, per non afferrare tutto in modo superficiale e immediato. Le persone a cui questo lavoro si rivolge sono così: curiose, intelligenti, capaci di soffermarsi. Agli occhi di chi misura tutto solo in termini economici, questa lentezza può sembrare inutile, come se non portasse da nessuna parte. In effetti Simon Cracker è oggi sempre più conosciuto, ma economicamente rimane quasi nella stessa condizione degli inizi, quando i primi capi venivano cuciti nel garage di casa. Eppure nulla viene dato per scontato. Il percorso fatto è motivo di soddisfazione, così come il fatto che sempre più persone scelgano di seguire questo ritmo lento, condividendo un modo diverso di guardare, capire e vivere la moda.
Arriviamo alla tua ultima sfilata: “Slow – Capitolo Finale: Zie”. Guardandola, ho avuto la sensazione che tu non stessi soltanto portando in scena dei vestiti, ma delle presenze. Memorie fatte di modi di parlare e di stare al mondo, si percepiva quanto quelle presenze, non appartenevano solo alla tua storia personale, ma anche al tuo linguaggio creativo.
Dopo la sfilata mi sono sentito bene e male allo stesso tempo. Ho mostrato a tutti dei tesori molto intimi: cose di famiglia, dettagli che per anni ho notato solo io, nelle camere da letto delle mie zie. Può sembrare semplice, ma quando il lavoro in cui erano cucite tutte quelle cose è stato mostrato sulla passerella è stato un colpo. Mi sono sentito svuotato e anche un po’ imbarazzato. Dal mio punto di vista avevo preso quei colori, quelle forme, quei ricordi così personali, e all’improvviso tutto si muoveva davanti agli occhi di tutti. È una sensazione che provo ogni volta dopo una sfilata, ma questa volta ancora di più.
La figura della donna nella mia vita è fondamentale. Le donne della mia vita non mi hanno mai preso in giro. Hanno sempre creduto in me senza chiedere nulla in cambio. Parlo delle mie zie, ma anche delle donne che mi circondano oggi e che mi aiutano nel mio lavoro: persone che credono in quello che faccio e vogliono supportarlo senza pretendere nulla.
Forse sono state proprio le donne a credere davvero in Simon Cracker. Per questo per me è importante partecipare anche alla fashion week donna. Non è una questione di genere, ma di discorsi che voglio fare io alle donne: alla loro forza e alle lotte continue che tutti siamo costretti a sostenere per difenderle in un momento storico in cui spesso sembra che si torni indietro invece di andare avanti.
Sono sempre stato bene tra le donne. Tra le zie, a parlare davanti al caminetto, a spettegolare. Mi ci sono rifugiato anche quando, da ragazzino, sono scappato di casa e sono stato accolto da una di loro. Complici, furbe, intelligenti, amorevoli, affettuose e generose: ecco cosa penso delle donne che mi circondano. E vorrei che proprio queste caratteristiche diventassero gli ingredienti delle mie future collezioni donna.
Della tua sfilata, il momento iniziale, quei messaggi vocali delle tue zie sono arrivati in maniera molto diretta. Prima ancora dei vestiti, prima ancora del ritmo della sfilata, sono entrate delle voci. E con quelle voci è entrata una forma di intimità che ha cambiato subito il registro di tutto quello che sarebbe venuto dopo. Mi piacerebbe capire perché hai sentito il bisogno di iniziare proprio da lì.
Gli audio delle mie prozie e di mia nonna, che a volte si commuovevano fino a non riuscire nemmeno a finire la frase, mi emozionavano ogni volta che li riascoltavo. Durante la preparazione dello show erano un modo per farmi forza: momenti di tensione che si addolcivano grazie a un loro messaggio o a una videochiamata. Capitava mentre ero lì, da solo, a fare lo styling o il fitting con modelli e amici che per l’occasione diventavano assistenti. Anche le collaboratrici dell’ufficio stile di Simon Cracker hanno fatto parte di questo processo. Simon Cracker è esattamente così come lo vedete: non finge di essere altro e non pretende di conoscere cose solo per sembrare migliore di quello che è.
Quel gesto non sembrava nostalgia, ma qualcosa in grado di tenere vivo un filo, e a ricordare che dietro ogni costruzione estetica esiste prima di tutto una costellazione di rapporti e memorie che continueranno sempre a parlare. Oggi, senti che il tuo lavoro serva a inventare qualcosa di nuovo oppure a non perdere certe presenze?
Serve a ricordare a tutti che il valore delle cose lo conosciamo bene e non è dato dal prezzo, ma dalla sostanza e dalle emozioni che riescono a trasmettere. Quello che faccio è creare capi costruiti con pezzi di vite differenti che si incontrano e si uniscono. Credo che una collezione debba portare in scena non solo vestiti, ma tutto l’immaginario che c’è dietro: come è nato tutto, da dove arrivano i colori, le pieghe e persino gli strappi.
Raccontare e inscenare qualcosa è importante quanto i vestiti stessi: è la cornice che permette di capirli davvero. Ogni stagione è come se fossi il regista di un film nuovo. La cosa più importante, però, è che tutto sia vero e reale. È l’unico modo in cui riesco davvero a raccontare qualcosa: quando la storia la conosco, quando fa parte della mia vita e non la sto inventando, allora riesco a dirla senza sforzo.
Siamo alla fine della nostra conversazione, e più che chiederti dove stai andando, ci viene da chiederti cosa stai cercando di salvare.
Oltre a salvare dallo spreco ciò che vedo ovunque, sto cercando di salvare anche i valori e le storie che mi vengono raccontate ogni giorno. Le persone meravigliose con cui condivido la mia vita fanno parte di tutto questo. Mi piacerebbe creare, negli anni futuri, una bolla riconoscibile e chiara, fatta di punkindness, di modi di fare diversi e di vestiti capaci di far sognare le persone, magari facendole sentire speciali.
Favole per tutti.
Il mio obiettivo, anche se spesso mi sento piccolissimo dentro un mondo pieno di scarti e sprechi, è trovare aziende che, oltre a pensare al profitto, riescano a vedere qualcosa di interessante in quello che faccio da tempo. Perché questo è l’unico modo di fare moda che conosco davvero.
Farlo insieme significherebbe non lavorare più solo in piccolo, ma iniziare davvero un cambiamento. E forse, finalmente, essere presi sul serio.
Ma non ho fretta.


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