Nei costumi di Orfani Veleni, Dario Biancullo usa l’abito per mostrare come i corpi diventano riconoscibili – e quindi ordinabili. Tra stracci, segni pop e un’immagine di Napoli senza cartolina, in cui la scena comincia a parlare con brutale sincerità.

Orfani Veleni è un progetto teatrale nato attorno all’eredità di Enzo Moscato e andato in scena al Ridotto del Mercadante. Ma fermarsi al teatro significa perderne il punto. Qui non si attraversa una memoria da celebrare, ma una ferita ancora aperta, che riguarda il presente, i corpi e il modo in cui una città si guarda – o smette di guardarsi. In questo attraversamento, i costumi e sui corpi che li attraversano che Orfani Veleni si espone, si mostra per quel che è smettendo di raccontare.

Lo sguardo parte dal lavoro di Dario Biancullo, colui che ha reso i corpi leggibili e riconoscibili. Ed è proprio in questa leggibilità – oggi più che mai – che si annida una forma precisa di potere. Scrivere di questo progetto, per chi è di Napoli e si occupa di moda, è un dovere morale. Sempre più spesso ridotta a un’immagine classica di vita lenta, trasformata in estetica. Una cartolina che funziona finché lo scarto resta fuori dall’inquadratura – o finché a pagarlo è qualcun altro.

È un’immagine comoda per chi può guardarla, fotografarla e portarla via. Ma non è la città che vivi quando ci stai dentro. Orfani Veleni non permette quella distanza. È uno spettacolo che coinvolge chi quelle realtà le attraversa davvero. Non ci si identifica in un solo personaggio, ci si riconosce, a tratti, in tutti. E disturba, fa male. La rilevanza di questo lavoro sta qui, non nel messaggio in sé quanto nell’obbligo di guardare. Come un’orfana che cerca un padre che non c’è più, Orfani Veleni
cerca una guida che non sfrutti, che non usi e che non trasformi la ferita in racconto spendibile.

Quando si pensa alla figura del costumista, l’immaginario comune lo colloca ancora in una funzione quasi subordinata. Vestire un corpo, accompagnarlo in scena per servire un racconto già scritto. Un lavoro di contorno, spesso invisibile, come un fondale che nessuno guarda davvero. Dario Biancullo rompe questo schema. Nel suo lavoro, creare un abito significa spogliare lo stereotipo, non rafforzarlo. I suoi costumi portano in superficie i sistemi che hanno formato quei corpi – sociali,
culturali, simbolici. È un’operazione più vicina al montaggio che all’ornamento. Qui non conta lo stile. Conta il linguaggio. 

In Orfani Veleni il teatro resta il luogo, ma il centro è altrove. Sta nel corpo vestito come campo di forze. Un corpo che accumula appartenenze, esclusioni, gerarchie. Un corpo che non è mai neutro. Dario Biancullo lavora proprio su questo, sull’immaginario come forma di condanna, non come promessa. Da qui emerge la Partenope degli stracci. Una presenza reale oltre il simbolo folkloristico. Una città fatta di residui, di materiali lasciati indietro e di tutte quelle vite che non entrano quasi mai nel racconto ufficiale. Il dialogo con La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto è inevitabile, ma si ferma subito. Qui non c’è alcuna estetizzazione della povertà. Gli stracci non sono decorazione, sono tessuti vivi. Ogni colore è una traccia e ogni cucitura una ferita. Così è costruito il vestito della Partenope degli stracci: un abito che mette a nudo la città proprio mentre sembra vestirla. È una moda situata, radicale, territoriale. Non pensata per
piacere a tutti e quindi non vendibile. Nel lavoro di Dario Biancullo questo metodo è intrinseco.

I corpi sono reali e messi a nudo come rottura dell’ordine visivo. Qui il queer non fa stile con decenza, preferisce disobbedire alla leggibilità. Nello spettacolo questo è evidente. Felpe, segni pop, icone riconoscibili denunciano. Mostrano quanto siamo stati addestrati a riconoscere, classificare e ordinare i corpi in pochi secondi. È la cultura visiva del nostro tempo, quella che consuma tutto prima ancora di capirlo. Dario Biancullo conosce questi codici perché ci è cresciuto dentro. Per questo non li estetizza. Li usa. Li piega. Li espone. Smonta l’idea – falsa – che l’estetica sia innocente. Perché sa che di innocente, lì dentro, non c’è nulla. E alla fine, nel vestire i corpi, Dario Biancullo non ha più nulla da far indossare. Lascia i corpi esposti, anche quando sono vestiti.

Un corpo esposto e una città smascherata: la contro-narrazione di un costumista. La moda di Dario Biancullo non ha nessuna intenzione di promettere inclusività preferisce mostrarla anche se mette a disagio, perché è proprio in quel disagio che vale la pena guardare.

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