L’arte di Patty Sacchi come soglia.
L’energia che scaturisce dalle opere di Patty Sacchi coinvolge immediatamente chi guarda, come comunicando su frequenze al confine tra visibile e invisibile, dove ciò che si mostra dilegua in ciò che viene visto, rimane celato, oppure è visto in quanto celato.
I soggetti sono raffigurati perlopiù su pittura su carta, a volte integrata ad altri materiali o interventi più grafici, in ambientazioni caratterizzate dall’essere diurne o notturne, con tutto quel che ne consegue: «la notte», racconta l’artista, «è lo spazio dell’ignoto, della rivelazione, un momento di silenzio e ascolto anche introspettivo: nel sonno o nella veglia cresce l’attenzione ai sensi, alle intuizioni». I soggetti sono perciò rappresentati «in un blu che non è solo oscurità». Se la notte acuisce la percezione, il giorno la vela con le relazioni che sussistono tra il soggetto e la realtà in cui si trova. Tuttavia, aggiunge, «c’è comunque una dimensione metafisica, spesso legata all’energia di vivere, all’istinto, piuttosto che a dimensioni rarefatte».
Giorno e notte sono abitati da presenze che si rivelano dialogando con la nostra interiorità; le opere ci mettono in ascolto di questo dialogo, evocandolo senza la pretesa di catturarlo.
L’eco che le attraversa e le fa nascere proviene «quasi sempre da una visione interiore», svela Patty Sacchi: il loro spunto origina tipicamente «da un sogno, da un’intuizione»; raramente da «un’idea razionale, concettuale, definita». La visione da cui l’opera si scaturisce si rifinisce a lungo nell’immaginario dell’artista, ma la sua esecuzione avviene «in unico tempo», poiché ormai introspettivamente già «dipinta, svelata»: per questo l’acrilico è prediletto per la sua rapidità di stesura. Come la visione iniziale si stratifica nell’animo, spesso l’opera si stratifica sulla tela: «molte opere nascono per sovrapposizioni, per velature successive».

Questo processo intuitivo lascia spazio anche ad imprevisti che sorprendono e riorientano. La serie Carte Oracolari nasce proprio da questo accadere dell’imprevisto nella visione già rivelata.

I quadri vengono spesso incontro con colori saturi e brillanti, radicati nel vissuto dell’artista, dalla sua cultura di origine, ai suoi vari percorsi, fino a una sua possibile inclinazione emotiva ed estetica. Nell’aspetto cromatico si dipana ciò che è oltre che vissuto sentito, andando a costituire una mappa dell’interiorità carica di un simbolismo tutto personale.
Non stupisce che alla formazione presso l’Accademia di Belle Arti si uniscano organicamente esperienze di vita, il confronto con altri artisti, e una ricerca definita dall’artista «molto personale», incentrata sul fidarsi «di una voce interiore, anche quando non era la strada più semplice».
Il soggetto femminile appare in diverse opere come tema prediletto: «la femminilità è prima di tutto l’essenza della mia esperienza quotidiana», chiarisce Patty Sacchi, «l’identità con cui mi riconosco e attraverso la vita, il principio della mia creatività». I soggetti di opere come Lilith o Kali incarnano «aspetti archetipici: ribellione, distruzione necessaria, trasformazione. Un’energia primaria ciclica, mutevole, luminosa e oscura allo stesso tempo – e nel mio lavoro, anche una forma di dolcezza che non si arrende. Quando la figura femminile emerge cromaticamente dallo sfondo», aggiunge, «affiora in uno spazio simbolico da cui non è separata». La femminilità diventa così una «chiave di lettura del reale, una forza che attraversa il tutto» e lo informa.


L’arte di Patty Sacchi si configura come soglia tra l’osservabile e il mistero anche attraverso un linguaggio composito mosso da un interesse verso «tutto ciò che riguarda i livelli invisibili dell’esperienza e la loro percezione». Oltre che ricercata, questa modalità espressiva viene quotidianamente incontrata con l’aiuto di pratiche «legate soprattutto allo yoga, e letture che rimandano a viaggi interiori». L’inventario dell’artista rigetta un’acquisizione dogmatica di nuovi caratteri e si arricchisce piuttosto tramite uno sguardo curioso portato sul mondo, continuamente alla ricerca di nuovi strumenti per indagarlo. «Mi affascinano in particolare le spiritualità antiche, il simbolismo induista, l’esoterismo, l’astrologia: linguaggi diversi che in fondo testimoniano una realtà più profonda sotto la superficie», precisa Patty Sacchi.
La stella a otto punte si staglia come motivo ricorrente in quadri anche molto differenti tra loro per tipologia di soggetto e uso del colore, come Delphic Oracle, Uprising, o ancora Rising Star, come elemento di luce. Così l’artista descrive questa impronta che torna:
“La stella a otto punte rimanda trasversalmente a molte diverse tradizioni, parlando di cicli, rinascite, passaggi. A me ricorda gli affreschi giotteschi del cielo stellato, e la associo più che altro al concetto di equilibrio tra mondi: il materiale e l’effimero, il visibile e l’invisibile. Nel mio lavoro è tornata più volte quasi spontaneamente, in una forma stilizzata ed essenziale, e col tempo è diventata una sorta di sigillo che un po’ mi rappresenta.”
Se il visibile, o ciò che è percepito, è tradizionalmente associato alla conoscenza di ciò che ci circonda, Patty Sacchi pone l’accento sul suo affiorare come punti di una trama che rimane sommersa. L’opera Moonlight Omen, rappresentante il fenomeno dell’aureola lunare, ha dato origine proprio a questa riflessione: «l’esplorazione del cosmo e la sua comprensione progrediscono, ma resta sempre più profondo il suo mistero, i suoi effetti invisibili sul nostro sentire, sul retaggio antico del nostro osservare e interpretare il mondo». Il quadro replica la nostra duplice sensazione nel percepire: da un lato l’occhio non fa che sfiorare ciò che vede, ci si poggia per inevitabilmente scivolare via, dall’altro il legame in cui entriamo con ciò che lo colpisce è la condizione di possibilità del ricordo, forse anche di un senso di pace nel sapersi intrecciati a un intero mondo.

L’opera d’arte passa così dall’essere una rete in cui la realtà si impiglia a una culla in cui il nostro sguardo può riposare nel suo quotidiano perdersi, e diventare uno con tutto ciò che incontra.
In Cosmonauts l’artista mette in scena un incontro tra due soggetti umani dai tratti archetipici rispettivamente maschili e femminili, con la possibilità che non siano solo due soggetti distinti ma anche, forse, «polarità di una stessa esistenza», suggerisce Patty Sacchi. Le figure «emergono dall’oscurità» e restano ancora distinguibili nelle sagome blu più scure, mentre la zona in cui l’incontro avviene si schiarisce, come se la separazione fosse solo provvisoria o percettiva.


Il quadro è un dialogo o scambio tra alterità che permette loro di riconoscersi e comprendersi a vicenda, generando così «stelle, galassie, nuove cromie luminose e orizzonti dimensionali» in un senso di unità condivisa che coinvolge anche noi osservatori. Cosmonauts è anche inserita in una video-animazione omonima, in cui restano centrali «connessione, viaggio interiore, avvicinamento tra dimensioni».
Un piccolo pensiero in clausola. L’altra sera mi trovavo nel parco di Villa Torlonia a Roma, dove tra squarci di alberi si intravedono stelle dipinte nel cielo e altre a otto punte incastonate negli edifici circostanti. In un suono antico e segreto di campane, le variopinte vetrate di Serra Moresca rilucevano sotto i lampioni ordinati e caldi nell’aria profumata di mare, e altre stelle a otto punte mosaicate si sono adagiate sotto gli occhi come una trapunta morbidamente compatta che si srotola.
Difficile non vedere nelle opere di Patty Sacchi soglie o portali in cui sostiamo per comunicare con ciò che non abbiamo compreso, e che forse non comprenderemo mai.
Per sostare ancora presso questi antri, invitiamo a seguire i prossimi progetti dell’artista, tra la copertina in prossima uscita per il progetto the Ragusaner realizzata nella città vecchia di Ibla, la vicina pubblicazione del catalogo Sphaera Activitatis edito da Osservatoriomaree comprendente alcuni suoi lavori, e venturi progetti espositivi e possibili installazioni.
Nell’oscurità, nel frattempo, qualcosa inizia ancora.


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