Istruzioni per la navigazione del buio nell’ultimo album di Elisa Begni

C’è una coerenza organica in certi percorsi artistici e umani che dall’esterno possono sembrare solo un insieme di tasselli: studi umanistici e certificazioni musicali, lavoro in campo socioculturale, organizzazione di eventi e pratiche meditative, creare musica. Elisa Begni si racconta in un primo momento attraverso tutte queste diverse esperienze, convergenti verso le medesime riflessioni.

Si dedica alla musica dacché ne ha memoria; dopo il liceo a Varese, la provincia in cui è cresciuta e in cui vive tuttora, studia filosofia. «Filosofia e musica sono i miei due amori da sempre», afferma, spiegando che la sua formazione accademica di stampo filosofico continua ancora oggi con la specialistica. La musica rimane una costante, in particolare nella sua declinazione di suonoterapia, che costituisce una vocazione professionale nel mondo del non-profit culturale e sociale. La musica per Elisa è quindi non solo il luogo di produzione artistica, ma anche uno strumento operativo per una pratica di autocoscienza, per interrogarsi e interrogare: «Porsi delle domande per capire come si sta, chi si è, la propria dimensione emotiva». È un approccio che applica tanto con gli adulti quanto con gli adolescenti, costruendo laboratori di autoconsapevolezza in cui il suono diventa una soglia che permette a chi vi partecipa di accedere a emozioni, passaggi di fase e contraddizioni, e di esprimerle in modo liberatorio. 

Il primo livello con cui questo percorso va letto è quindi l’intenzione di permettere alle persone di mettersi in una condizione di ascolto reciproco e di attenzione a ciò che si muove sotto la superficie. 

Il secondo livello va cercato nella musica di Elisa, in particolare nel suo primo album da solista, What Remains, che arriva dopo l’esperienza – iniziata nel 2017 e ancora in corso – con il gruppo Bluedaze. Questo disco è innanzitutto una riflessione, nata in un periodo «abbastanza complicato a livello personale», racconta l’artista, «pieno di transizioni e cambiamenti, perdita di punti di riferimento. Quel momento mi ha un po’ minata, nel senso che non sapevo più chi fossi, o cosa stavo facendo. Questo disco è arrivato nel momento in cui mi sono fermata a riflettere su che cosa stava succedendo, e quali sarebbero state le tappe successive». 

L’intento meditativo del disco si traduce nel suo andamento via via più incorporeo man mano che ci si avvicina al suo centro. L’incorporeità si traduce nel linguaggio musicale di Elisa come una sospensione dal corpo e dal ritmo, o andamento dinamico, che lo contraddistingue e lo ancora alla realtà.  «È un disco senza groove, proprio perché lo associo a una dimensione fisica e corporea, alla danza, al ballo, al movimento, ma anche solo al respiro», commenta. «Questo disco invece nasce da una sospensione dal mondo e da me stessa». 

L’ascoltatore è trasportato in un movimento deliberato, che parte da un suono complesso e composto di più strati via via più semplici e rarefatti, diventando contestualmente sempre più cupi e oscuri. Il punto di partenza con la prima traccia è «un salto nel buio», fino a giungere al punto più profondo, incorporeo e oscuro di questo buio, corrispondente con il brano Strega, situato al centro dell’album. Passato questo punto, il suono torna a riempirsi e a illuminarsi, fino a raggiungere l’ultimo brano, il più luminoso e ritmato, contrassegnato dalla riemersione dal tuffo: «è il punto finale del percorso», spiega Elisa. «Non è il punto risolutivo, ma è dove sono arrivata, ovvero un punto diverso rispetto a quello iniziale; sarà a sua volta un inizio, e diventerà qualcos’altro».

Due domande sorgono spontanee: Quali sono i frutti della riflessione al centro del disco? E come si si naviga il buio? 

Il buio accompagna il cambiamento, segnato dalla perdita di punti di riferimento. La perdita è un’esperienza di spaesamento, di chiusura di cicli e apertura di altri. Elisa ne sottolinea la fatticità: «sono passaggi di fase che nella vita succedono», prima di soffermarsi sull’ambivalenza che li contrassegna.

Il concetto di perdita da un lato ha dentro un qualcosa di molto doloroso, malinconico, terribile, perché vedi tutto ciò che non hai più, ma allo stesso tempo molto dolce: il ricordo di quello che c’era è molto più confortevole della realtà che stai vivendo senza quello che ti manca. A volte ti ci rifugi, anche se non è più reale. Il momento in cui effettivamente lasci andare anche il ricordo è il peggiore, perché è il momento di massima solitudine, “non posso nemmeno più pensare quella cosa”

Il frutto di questa riflessione, o ciò che rimane dopo esserne riemersi, è per Elisa proprio ciò che canta nell’ultimo brano: «A volte, ci sono dei vuoti che non devono essere riempiti». Crescere e maturare significa anche accettarlo e «onorare l’importanza di ciò che c’è stato, e che adesso non c’è più». Questo qualcosa che c’è stato prima è sempre insostituibile e incommensurabile rispetto a ciò che verrà dopo; «sarebbe ingiusto», commenta, «dare a qualcos’altro o qualcun altro la responsabilità di riempire un buco che non è il suo. Dunque, lasciamoli liberi: fanno aria, si respira». 

Il punto di partenza di Elisa per navigare il buio è stata la meditazione, realizzata in un tempo dedicato a stare in casa o in mezzo alla natura, in contemplazione. E la natura, nel suo caso, non è un altrove cercato a distanza, ma una realtà in prossimità che la circonda. È un passaggio significativo, quasi controculturale in un’epoca che tende a valorizzare lo spostamento come condizione della creazione. Elisa ribalta la prospettiva: «questo disco nasce moltissimo dalle cose che avevo vicine: dallo stare in casa mia, nel mio salotto, dall’andare nel bosco qua vicino o nella spiaggia qui dietro. Quando ho scritto i vari brani, avevo in mente precisamente dei luoghi». Aggiunge che nella sua interiorità, ogni brano istituisce un luogo come propria dimora. «I riferimenti che ci sono nei testi, e l’ho notato dopo averli scritti, sono tutti di ambienti naturali: il lago, il pontile, i boschi e le montagne. La città viene menzionata una volta sola nel primo brano. Tutto il resto», conclude, «è un’immersione naturale». 

La contemplazione della natura fa emergere un tema fondamentale del disco: l’ascolto del silenzio, che per lei è stato il modo di navigare il buio.  

In quel periodo di cui parlavo, come mi succede spesso nei periodi più complessi, faccio fatica ad ascoltare musica, perché non voglio che il mio cervello, in particolare le mie emozioni, si aggancino a quella musica lì. Perciò ho ascoltato pochissima musica, ma sono stata molto nel silenzio. A un certo punto mi sono proprio resa conto che il mio lavoro era proprio approcciarmi al silenzio, che all’inizio era dell’assenza, ma poi si è popolato di un sacco di cose. La mia finestra dà sul bosco, quindi da qui io sento gli animali, gli uccelli notturni… Mi sono resa conto che il silenzio è una convenzione che noi ci diamo, perché è pieno di cose. Con Francesco il punto di partenza era proprio che questi brani rendessero giustizia al silenzio.

Nel racconto di Elisa, la dimensione simbolica è un altro asse decisivo. Da una parte, si compone di ricerca filosofica: cita Guy Debord per la psicogeografia, alcuni lavori di Jung, Nancy e le sue riflessioni sul corpo e pratiche meditative, dalla mindfulness a tradizioni orientali. Si aggiungono l’esperienza formativa al Deep Listening Center, che le ha cambiato il modo di intendere l’ascolto, e ancora gli studi di Murray Schafer sul paesaggio sonoro, utilizzati anche nel suo lavoro. Il punto comune è chiaro: l’ascolto come pratica trasformativa, dove meditazione e suono non sono mondi separati ma interdipendenti. La filosofia si fa anche postura, tradotta in una pratica di verità nel permanere nelle domande.  

Fotografia promozionale, Elisa Begni “What Remains”, courtesy of Elisa Begni

Dall’altra, si fonda su tutto ciò che è tradizione, tra folklore, fiabe, leggende, miti – «tutto ciò che è atavico o storico, anche da un punto di vista antropologico e accademico», riassume Elisa. Per anni se n’è interessata guardando “verso fuori”, per poi rivolgere il suo sguardo a tradizione e folklore locali, iniziando una ricerca che rimane aperta. 

Di riflesso, i riferimenti d’ispirazione musicale sono stati da una parte artisti e artiste capaci di “rendere giustizia al silenzio”, tra suoni dilatati e d’atmosfera della musica ambient, perlopiù strumentali; e un’esplorazione di musiche tradizionali da tutto il mondo, o di artisti che le rielaborino con sonorità pop, come Agnes Obel, i Lankum, oppure anche jazz, tra ECM Records ed Elina Duni, ricordando le sue collaborazioni con Rob Luft.   

La cura di ciò che si ha attorno caratterizza anche come questo disco è stato realizzato, promosso e portato in giro: «volevo che fosse molto artigianale e di prossimità», sorride Elisa. A questo proposito, ricorda diversi nomi di persone a lei vicine che hanno partecipato alla creazione e alla distribuzione dell’album: Francesco Sergnese, che ha curato con lei gli arrangiamenti e nel disco è al synth e alle chitarre, oltre ad averne realizzato la registrazione e il mixing. Nicolò Cagnan, per le percussioni. Luca Martegani ed Enrico Mangione, che hanno masterizzato l’album presso Niton Lab. Ricorda con affetto l’amicizia con il team di Kono Dischi, il label, e l’idea di una collaborazione nata in una serata tra amici. Ringrazia Radice Terra, di Katia Cadamuro, per la Cover Art e Savana Concerti per gestire booking management. «È tutto tra amici perché sentivo il bisogno di rinsaldare delle relazioni forti, e di magari con questo disco costruirne di nuove», chiosa Elisa. 

Cover Art di “What Remains”

L’importanza dell’ascolto e il desiderio di comunità riemergono nel rivolgersi al pubblico: 

Proprio perché il disco parla di una perdita di legami e di ecosistemi, volevo che fosse un’occasione per stringere rapporti e relazioni tra persone. I concerti sono stati organizzati in un negozio dell’usato qua a Varese che è molto conosciuto e gode di molto affetto, oppure in un giardino da amici… sono dei contesti dove l’obiettivo non era che ci fossero tantissime persone; avevo proprio il desiderio che ci fossero delle persone che avevano voglia di ascoltare e di interagire. Mi interessava anche sentire cosa avessero visto, insomma instaurare un dialogo. 

Nel cuore del disco il buio è un ambiente, connotato da un silenzio che lentamente si popola del mondo attorno a noi, una trama che ci insegna che “silenzio” è spesso solo il nome che diamo a ciò che non abbiamo ancora imparato ad ascoltare. Quando la musica riemerge, torna semplicemente come luce che filtra senza poter eliminare ciò che è venuto prima, ma lasciandolo lì, integro. Il sole, sorgendo, non disegna mai le stesse ombre due volte. What Remains è un disco che nasce dalla sospensione e la attraversa fino a tornare al mondo e trasformarla in un modo di stare con gli altri, nella cura dell’ascolto, senza pretendere soluzioni. 

Non a caso il prossimo disco, ci anticipa Elisa, sarà proprio caratterizzato da una riapertura sul mondo, attraverso il recupero della dimensione corporea. 

To be continued with groove…  

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