EMMEDIMODESTO: il rapper chitarrista entra nella scena con il suo primo singolo EMME.
Andrea Cirfeta, in arte EMMEDIMODESTO, rapper e chitarrista classe 2000, parla – attraverso i suoi testi semplicemente veri – a chi non vuole farsi definire, a chi ha voglia di riscatto ed è stanco di una società proibitiva, troppo poco focalizzata sul presente. Ma, soprattutto, parla alle persone disilluse. Attraverso parole graffianti, ripetute come un mantra, entriamo nel suo mondo fatto di estetica moderna, che omaggia, però, i grandi dadaisti, protagonisti della narrazione del paradosso e della libertà di essere.
Che importanza ha la “EMME” presente sia nel tuo brano che nell’album?
La “EMME” è importante in quanto indica il nome Modesto. All’inizio il nome era solo Modesto; successivamente, e quasi involontariamente, è stata aggiunta la parte iniziale, considerando che anche questo nome me lo ha dato mia madre. Stavo leggendo “L’arte della gioia” di Sapienza, dove la protagonista si chiama Modesta, e mi sono rispecchiato in alcune vicissitudini e fatalità; in quel periodo stavo cercando il mio nome d’arte. Mia madre, ironicamente, mi propose di chiamarmi Modesto, ed io la presi seriamente. Poi, sui risultati di ricerca, trovai che Modesto esisteva già e, per questo motivo, ho aggiunto “EMME”. Successivamente ragionai sul significato della M come lettera, ovvero M come Madre, colei che mi ha ridato il nome. E da lì M di Musa e di Musica. Mi sono poi accorto che ci sono molte belle parole che iniziano con la lettera M e che, involontariamente, le cito nei testi.

Definisci il singolo “EMME” come una “lettera aperta a una generazione disillusa”. Qual è la disillusione più grande che hai voluto affrontare con il tuo testo, e come si inserisce in questo la critica all’idea che “apparire sembra contare più di essere”?
Viviamo in un paradosso nel quale la forma è più importante del contenuto e, proprio per questo, nel ritornello ho voluto inserire la parola “vaffanculo”. Non ogni cosa che si dice ha un unico risultato e un’unica forma di interpretazione. Era il termine che rispecchiava di più il senso di ciò. Nel testo aggiungo anche: “è come spiegare il mare a chi vede solo acqua”. Si tratta di generazioni che vivono nella disillusione, con semplicemente problematiche diverse. Una disillusione passiva che proviene dall’esterno e va a influire sulla nostra vita. Questo brano è una rivendicazione dell’autostima che ognuno dovrebbe avere.
Il brano racconta della “tensione continua tra identità, fallimento e voglia di riscatto”. In che modo il tuo percorso personale ha alimentato questa tensione?
Nella vita ho cambiato così tante versioni di me che penso di essere arrivato alla versione migliore finora, anche se c’è sempre margine di miglioramento per il futuro. Grazie a questo brano ho fatto dell’introspezione. Se essa viene collocata “all’esterno” di me, credo che possa definire gran parte della società, che a volte risulta fin troppo legata al passato o proiettata al futuro, e non abbastanza concentrata sul presente.
La parola “EMME” è ripetuta come un mantra. Si tratta di un meccanismo puramente stilistico e ritmico o c’è dietro un significato simbolico?
Questa lettera, come già menzionato, può significare una moltitudine di cose. L’utilizzo ripetitivo ha un fine di auto-promozione. Considerando che si tratta del mio primo singolo, penso che sia essenziale. Attraverso questo ritornello la lettera M rimanga in testa. È una mossa di strategia comunicativa.
Ho creato dei manifesti che erano dei contenuti della durata di un minuto, in cui ho preso molti dei miei brani old school preferiti, che variavano di genere musicale e li ho utilizzati con la mia scrittura sopra. Manifesti politici, però, traslati all’interno del mondo musicale. Ne sono usciti tre, intitolati con l’appellativo di Manifesto parte 1, parte 2 e parte 3. Nella parte 3, involontariamente, nel momento di scrittura creativa, è uscito “M come vaffanculo”, abbastanza paradossale, non avendo in realtà alcun senso. A livello comunicativo e di grafica ci siamo rifatti al movimento dadaista degli anni ‘20, che va a mettere in discussione un po’ gli stereotipi culturali e di significato. La copertina, con la Gioconda e la mia smorfia che esce dalla sua faccia con il dito medio, penso che si ricollochi bene nel contesto culturale di quegli anni.
Abbiamo dunque cercato di richiamarlo all’interno del ritornello: ogni cosa era introdotta dicendo “M come…”, ma nessuna parola iniziava con la M. Ed è qui che sta il paradosso, come se volessimo creare un bug nella mente delle persone, suscitando al contempo curiosità.
Come va ad influire la tua solida formazione da chitarrista va ad influire sulla scelta delle basi rap o, in generale, sulla produzione dei brani?
Per prima cosa voglio menzionare Michele D’Elia, il mio produttore: siamo come un duo. Essendo un musicista del conservatorio, non mi limito a registrare la mia voce su basi già finite. Si tratta, invece, di una vera e propria ricerca di identità.
Dal punto di vista della presentazione come personaggio artistico, e allo stesso tempo sonoro e di scelta timbrica, penso che la conoscenza della musica possa soltanto giovarmi. Io mi reputo il rapper chitarrista che, penso, sulla scena italiana non ci sia ancora. Non mi limito però a un genere: spazio dal blues al rock e ad altri ancora. Il filo conduttore, però, è il rap. Quindi sì, i miei studi chitarristici pregressi influiscono sui miei brani. Ho scoperto con il tempo che potevano essere la mia carta vincente.

Dopo le aperture di concerti di artisti affermati hai sentito miglioramenti nelle tue performance durante i live? C’è un artista, tra quelli con cui hai condiviso il palco, che ti ha lasciato un insegnamento in termini di professionalità o di approccio alla performance?
Sicuramente, anche se ho ancora tanto da imparare. Penso però che, a differenza di molti che fanno esclusivamente parte della scena rap, io sono anche un chitarrista. Questo aspetto, al fine di fare una buona performance live, è sicuramente un punto a favore.
Secondo me, l’artista che mi ha trasmesso di più è Willie Peyote, perché penso che il suo pubblico sia molto simile al mio e, nei live è davvero una bomba. Abbiamo fatto entrambi un bellissimo live. Il pubblico mi ha apprezzato davvero tanto, addirittura chiedendomi due bis e degli autografi. Questo significa che ero in linea con ciò che lui ha trasmesso in tutti questi anni al suo pubblico, perciò dal punto di vista emotivo torni a casa con un’esperienza non indifferente.
“EMME” anticipa il prossimo album, atteso per il 2026. Il disco seguirà l’estetica “diretta, cruda e ironica” del singolo, o ci sono lati inediti del tuo sound e della tua scrittura che intendi esplorare?
Penso che ogni brano sia, a suo modo, diverso. Si tratta di brani che sto scrivendo da diversi anni a questa parte. Il mio modo di scrivere negli anni è cambiato, ma allo stesso tempo è tutto ancora da definirsi. Stiamo valutando i passi avanti da fare e quelli che stiamo già facendo grazie a questo singolo, in maniera da capire quali siano le scelte più opportune, considerando che non lavoriamo con fretta, ma con lungimiranza.
Come definiresti l’identità musicale e culturale della tua generazione nel panorama italiano, e in che misura senti di esserne rappresentante o, al contrario, un’eccezione?
Ritengo che non ci sia un’identità musicale generazionale definita e che non si possa descrivere la panoramica musicale in maniera generica. Ci sono, ad esempio, diverse realtà underground che nessuno conosce e che, allo stesso tempo funzionano. Vi sono artisti che riescono a vivere soltanto di questo, pur non essendo “artisti sanremesi”.
A mio avviso, ci sono generi che vanno per la maggiore e altri meno, ma io di sicuro non voglio entrare all’interno di una singola scena o essere catalogato. In varie parti d’Italia c’è un movimento punk underground molto interessante. Poi, sicuramente, c’è differenza tra la mia zona geografica, ovvero il Salento, e una città come Milano e i suoi dintorni.
Penso che la risposta più giusta sia che ognuno abbia il suo punto di vista in merito. Ovviamente la risposta può cambiare anche in base al fatto che si parli di mainstream o di underground e in base al genere.

Quali artisti credi che ti abbiano influenzato maggiormente dura il tuo percorso artistico?
Penso di aver avuto, nel corso della mia vita, varie influenze provenienti da generi completamente distanti l’uno dall’altro. A soli dieci anni ho cominciato a studiare il blues; quindi, i miei artisti principali erano nomi come B.B. King, Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Johnson, Jimi Hendrix e altri: tutti artisti che mi influenzavano dal punto di vista chitarristico.
Successivamente, dopo varie evoluzioni e collaborazioni con gruppi, ho spostato le mie influenze nell’ambito rap e da lì è nata l’esigenza di entrare in questo mondo. È così che è nata anche la mia collaborazione con Michele D’Elia. Le mie reference di rapper, all’inizio, erano principalmente italiane, ovvero Caparezza, Salmo e Nitro. In seguito, mi sono spostato su rapper internazionali come Kanye West, Jay-Z, Busta Rhymes, Eminem – anche se ormai nominarlo è un cliché – poi ancora Snoop Dogg e Little Simz, una rapper fantastica.
Hai avuto esperienza con i Sud Recall. Cosa ti ha insegnato l’esperienza in un gruppo in termini di processo creativo e di presenza sul palco, e quali elementi di quel percorso hai portato nel tuo progetto solista?
È una storia un po’ particolare. Eravamo in nove all’interno del gruppo e io facevo il bassista. Lì ho cominciato a capire cosa significasse arrangiare e interpretare. Con la band abbiamo aperto il concerto dei Boomdabash e, a mio parere, ci siamo mossi molto bene qui in Salento. Ritengo che la musica sia come un treno e che, a ogni stazione, scenda qualcuno. A un certo punto sono sceso anch’io, per svariate dinamiche personali. Bisogna aspettare la fine del tragitto per vedere chi arriva veramente a destinazione.
Nel 2016, su un treno appunto, ho conosciuto un ragazzo nigeriano che faceva pop. All’epoca utilizzavo i type beat e anche lui usava gli stessi, così l’ho incluso nel progetto. Vi erano quattro voci melodiche, più lui che faceva pop freestyle; io al basso o alla chitarra, anche elettrica; il cantante principale che suonava anche la chitarra classica; e un batterista. A un certo punto si aggiunse anche una tastiera, quindi il nono elemento, che però durò poco.
Raccontaci di più delle tue esperienze su importanti palchi all’esordio del tuo progetto: l’Oversound Music Festival e l’Hard Rock Café di Milano
L’Oversound è l’esperienza con Willie Peyote. Per quanto riguarda invece l’Hard Rock di Milano, è stata una bellissima esperienza: Milano è una città che io amo follemente. È stato un ottimo modo per riuscire a entrare, anche se solo in piccola parte, nella scena milanese.
È stato il primo viaggio che ho fatto con le persone che di solito mi accompagnano musicalmente ai live. Il fatto di pubblicizzare una locandina con il mio nome è stata un’emozione indimenticabile.
Che consiglio daresti ai giovani rapper esordienti?
Penso di non essere la persona ideale per dare dei consigli, considerando che pure io sono un emergente. L’unica cosa che ci tengo a dire è di crederci, che si può applicare non soltanto all’interno della musica, ma per qualsiasi sogno. La cosa fondamentale è avere un sogno. La vita è una. Non bisogna rimandare a domani quello che puoi fare oggi, soprattutto se poi si tratta del tuo sogno. Fate le notti in bianco se è per una buona causa.
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