Sabrina Montella riesce a riportare in vita oggetti ed emozioni che sembrano ormai scomparsi, attraverso l’arte e la pittura.

C’è un senso di nostalgia denso, quasi tattile, nelle opere di questa artista autodidatta. Una nostalgia fatta di carte ingiallite, chiavi consumate, fotografie anonime e piccoli oggetti che sembrano aver attraversato il tempo per raccontarci qualcosa che avevamo dimenticato di sapere. Sabrina Montella è un’artista di origini americane, il cui talento non è solo dipingere: ma far tornare in vita oggetti e raccontare, attraverso di essi, la storia di una persona. Il suo lavoro si muove in bilico tra iperrealismo e memoria, tra presente e passato, costruendo un archivio immaginario di vite comuni che parla, in realtà, profondamente di noi.

Il suo percorso artistico non nasce da un’accademia, ma da un gesto naturale e continuo: creare. Disegnare, dipingere, costruire piccoli oggetti a mano è stato, fin dall’infanzia, un modo di stare al mondo. Dopo un corso avanzato d’arte al liceo e una deviazione universitaria verso altri studi, arriva il momento della scelta radicale: tornare a casa e dare fiducia a quel desiderio mai sopito. “Sono entrata a piedi uniti, senza sapere esattamente cosa stessi facendo”, racconta, “ma con la certezza che avrei capito strada facendo”. Essere autodidatta, per lei, ha significato libertà: nessun metodo imposto, nessuna “maniera corretta”, solo osservazione, sperimentazione, errore e ascolto profondo di ciò che sentiva autentico. È così che la pittura è diventata non una performance, ma un processo intimo e riflessivo, inseparabile dalla sua identità.

Le sue influenze provengono da un tempo lontano, al quale appartenevano tradizioni ormai perdute, e da rituali quotidiani ormai scomparsi. Da un tempo in cui tutto sembrava muoversi più lentamente. Lettere scritte a mano, oggetti pensati per durare, fotografie private: frammenti di esistenze ordinarie che diventano materia poetica. “Gran parte della mia ispirazione viene da vecchie fotografie, lettere scritte a mano ed ephemere vintage” (che, per chi non lo sapesse, sono cartoline, biglietti e volantini di una volta). Il punto di svolta è stato il ritrovamento casuale di una scatola di fotografie ad un mercatino dell’usato: “Mi è sembrato di entrare in un nuovo mondo. Vedere quella collezione di momenti intimi ha lasciato in me un impatto indelebile su come vedo la mia arte alla vita”. 

Più che cinema o musica del passato, è però l’esperienza vissuta a nutrire il suo immaginario. L’artista rifugge l’idea di “cercare” l’ispirazione: preferisce rimanere presente, curiosa, attenta ai dettagli minimi – come si vede molto chiaramente nei suoi dipinti – convinta che la meraviglia abiti proprio lì.

La nostalgia che attraversa le sue tele non è autobiografica, ma “indiretta”: riguarda epoche mai vissute in prima persona. Eppure, il sentimento che ne emerge è sorprendentemente attuale. “Credo che nonostante il passare del tempo, le emozioni umane rimangano immutate” – spiega Sabrina – “l’amore, il desiderio, la speranza, la tristezza e il comfort esistono in ogni epoca”. E gli oggetti del passato diventano ponti e portali su cui lo spettatore può rivivere i propri ricordi, o addirittura vivere emotivamente i ricordi altrui.

“Purse dump”, olio su tela, 40.64 cm x 50.8 cm, 2023

In un presente che si muove forse fin troppo velocemente, Sabrina Montella sostiene che l’arte offra uno spazio d’attenzione, riflessione ed intenzione. “I rituali che ritraggo – come lettere, souvenir e oggetti di valore (emotivo, s’intende) – sono un promemoria del fatto che il valore si trova nella lentezza e nell’attenzione”. 

Le sue opere invitano a rallentare, a osservare ogni dettaglio, a recuperare il valore del gesto e dell’attenzione. Non si tratta di rifiutare il contemporaneo, ma di resistere finemente al suo ritmo, restituendo centralità alla dimensione tattile ed emotiva degli oggetti.

Come si intuisce, nei suoi trompe-l’oeil ricorrono oggetti carichi di memoria: monete, biglietti, cosmetici d’epoca, piccoli giocattoli. Tutto parte da un oggetto o da una fotografia capace di accendere una storia, da lì, la composizione prende forma: ogni elemento ha un ruolo, un significato e dialoga con gli altri per suggerire un racconto senza il bisogno delle parole. “Penso a chi potrebbe aver posseduto quegli oggetti, perché li tenessero e che ruolo giocassero nella vita di quel qualcuno. La selezione finale sembra quasi un casting per una narrazione”, racconta. Infatti, le sue opere assomigliano a ritratti: non di volti, ma di mondi interiori. Ciò che scegliamo di conservare parla delle nostre abitudini, dei nostri legami e di ciò che temiamo di perdere o desideriamo portare con noi per sempre. Gli oggetti parlano molto di noi, dei nostri valori e delle nostre abitudini o emozioni.

“Quello che possediamo racconta come viviamo”, scrive l’artista sul suo sito. Ci dà degli indizi, non la storia intera. “Credo che l’equilibrio è ciò che li rende potenti” – continua – “c’è della verità in ciò che ci circonda, ma c’è anche spazio per l’immaginazione”. Ed è proprio in questo spazio che si inserisce lo sguardo di chi osserva. Le sue opere sono inviti all’interpretazione e non certezze definitive, sono superfici aperte in cui ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.

Anche l’oggetto più semplice può rivelare molti strati di una persona. Gli oggetti quotidiani possono darci degli indizi sull’infanzia di una persona, sulle sue relazioni o addirittura sui suoi sogni e speranze. Questi oggetti ci dicono chi siamo e riflettono il nostro stile, il nostro gusto e la nostra personalità. In questo modo, gli oggetti personali creano dei ritratti intimi, rivelando ciò che vogliamo condividere e ciò che silenziosamente ci teniamo per noi stessi.

A primo impatto, le sue opere sembrano caotiche, come un cassetto disordinato appena aperto, ma in realtà tutto segue una logica interna precisa. Il processo è lento e meditato: gli oggetti vengono disposti, spostati, raggruppati finché non “trovano casa”. A volte la storia appartiene a un personaggio immaginato, altre volte è un riflesso diretto dell’artista stessa. 

Dal punto di vista tecnico, l’iperrealismo raggiunto è frutto di pazienza e disciplina. Olio su tela, strati successivi – tre, cinque, o più – lasciati asciugare completamente prima di procedere. La luce è fondamentale, così come il colore, soprattutto nelle infinite variazioni del grigio, che l’artista costruisce senza mai ricorrere al nero puro. È in queste minime sfumature che gli oggetti smettono di essere disegni e prendono vita: la carta diventa accartocciata, il metallo pare freddo e la plastica così lucida da sembrare vera.

Nei quaderni illustrati, nelle lettere scritte a mano, negli oggetti d’uso quotidiano ormai scomparsi, si avverte una flebile tensione tra poesia e critica sociale. Quando abbiamo chiesto a Sabrina se il suo intento fosse di fare una critica alla società attuale, la sua risposta è stata interessante: “Se c’è della critica, è sotto la superficie. Voglio invitare le persone a riflettere, più che fare un paragone”. Dunque, la critica resta elegantemente sommersa, ma è presente. L’obiettivo non è accusare la modernità, ma ricordare con delicatezza ciò che rischiamo di perdere: l’intimità, la lentezza l’attenzione e la cura per i dettagli.

Guardando al futuro, l’artista spera di poter continuare a raccontare i misteri e le storie di persone ordinarie, attraverso i loro oggetti. Storie reali o possibili, in cui passato e presente si confondono. Spera di espandere il suo archivio includendo storie che offuscano il confine tra reale e fittizio. Perché, pensandoci, dentro una vecchia fotografia o una chiave dimenticata, c’è sempre molto più di quanto della materia stessa: c’è una vita che chiede ancora di essere ascoltata.

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