Beibi Laplà, alias Elisabetta Panico, è una collage artist che predilige l’analogico.
Beibi Laplà è il nome d’arte della collage artist campana Elisabetta Panico. Beibi ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dove si è laureata con il massimo dei voti. Attraverso questa formazione, sviluppa una ricerca che intreccia immaginazione, frammento e poesia. Elisabetta ha pubblicato due raccolte poetiche e collaborato con diverse riviste internazionali, arrivando anche a collaborare con il mondo della musica realizzando la copertina “Soulmates” del trombettista Aniello De Sena.
L’artista ama definire il suo lavoro di collage analogico come un qualcosa che: “costruisce mondi sospesi tra surreale e intimo”. In questo articolo andremo ad immergerci nel suo mondo surreale fatto di collage, attraverso la narrazione della stessa Beibi Laplà.
Il talento
In primis, abbiamo chiesto ad Elisabetta come fosse nato tutto e se ci fosse stato un fattore determinate, come un “colpo di fulmine” o la visione di un opera che l’avesse spinta nelle braccia del collage, la sua risposta è stata sbalorditiva: “Non è stato tutto così immediato, e tendenzialmente diffido dalle stelle cadenti e le scie che durano il tempo di un secondo. È accaduto negli anni: le forbici sono divenute il prolungamento delle mie mani. Più cresceva la mia consapevolezza, maggiore era il richiamo per questo strumento. Le riviste invece ci son sempre state. Da bambini si usava una biro per truccare o aggiungere dettagli alle persone in copertina, quelle persone sono poi diventate qualcos’altro”. La passione di Beibi non è nata dal caso o grazie a qualcosa, ma era dentro di lei, come un talento. Il talento, però, ha avuto bisogno di essere coltivato giorno dopo giorno, anno dopo anno, per diventare qualcosa di “grande”.



Le influenze
Sicuramente, le influenze artistiche non mancano mai. Beibi è stata ispirata da diversi artisti, ad esempio Max Ernst – che definisce geniale – o Matisse, del quale apprezza particolarmente i disegni con le forbici. Altri sono la scultrice Gertraud Möhwal: “i suoi lavori sono frammenti che divengono un tutt’uno”, afferma Beibi. Una menzione speciale va fatta anche per le tele di Njideka Crosby. Elisabetta osserva, “ruba con gli occhi” e scompone. “Il mezzo è raffigurazione, il messaggio è il mio ricavo”, spiega.
Il collage analogico
A Beibi piace toccare la carta, leccarsi le dita per voltare pagina ed eseguire a mano tutte le minuoziostà delle varie procedure che con il digitale si vanno a perdere: “Per me il collage analogico è come fare l’amore; il digitale, accontentarsi del petting”, dice scherzosamente l’artista.
È fondamentale anche la scelta del materiale artistico adatto: “la scelta dei materiali fa l’80% del mio lavoro. Prediligo Vogue sopra ogni cosa, o comunque, le riviste con carta patinata di alta qualità e una grammatura 90 e 170 g/m². Negli anni ho imparato ad apprezzare anche testate come National Geographic, Storica, Focus”. Dalle affermazioni di Beibi si può evincere che ci sono diversi fattori da prendere in considerazione: oltre alla scelta estetica, vi sono anche, ad esempio, la tipologia e la grammatura della carta. Inoltre, fa presente che per collaborazioni specifiche utilizza anche foto vecchie. Il fine non deve essere puramente estetico, ma anche comunicativo.


Trouvéè Magazine, ISSUE N.6, 2021

N.6, 2021
Entriamo dunque più nel dettaglio parlando del processo creativo.
Beibi racconta di 3 diverse tipologie di approccio lavorativo: la prima quando collabora con riviste dove, ovviamente, deve allinearsi alle linee guida editoriali. Come seconda tipologia, l’artista realizza copertine per antologie, racconti o simili dove parte da un’idea pre-esistente e “danza intorno a questa”. L’ultima tipologia che descrive è il “freestyle” che attua quando lavora a dei progetti personali: “lascio che le cose accadano, e generalmente accade sempre qualcosa”.

n.07 a tema Radici di RATPARK Magazine, 2025

Cedro Mag, 2023

Le fasi attraversate durante un processo creativo portano con sé sicuramente diverse emozioni. Abbiamo chiesto a Beibi quale fosse per lei la fase più stimolante, e per lei è proprio l’inizio: “tutto può essere, tutto sta avvenendo. Scegli quello che vuoi che accada” – potremmo definirla la fase di padroneggiamento dell’opera. Elisabetta ci insegna a non farci prendere troppo dall’entusiasmo perché “non tutto ciò che è bello funziona insieme”, ed è proprio nel capirlo che sta la differenza tra un risultato mediocre e uno che tende alla credibilità. Si rifà alla teoria della Gestalt: “Il tutto è più della somma delle parti”.
“Mi diverte muovermi in un territorio sospeso tra surreale ed onirico. Attraverso contrasti volutamente marcati costruisco mondi improbabili, che invitano a guardare la realtà da un’angolazione alternativa. Il tutto è voluto e ricercato, diviene un gioco possibile, sono attratta da ciò che è al confine”, afferma Beibi.
Beibi presta attenzione agli elementi: li cura, li seleziona e ci trova la giusta collocazione. Il loro spazio nel suo mondo. L’artista, infatti, fa anche riferimento al concetto greco di “harmonía” – intesa come un accordo, un’unione e una proporzione – per spiegare cosa sia un’opera d’arte coesa, e dunque credibile.
Il caso e l’errore hanno posto nel mondo del collage?
Beibi definisce il caso come “caos”, ovvero un ordine diverso pre-esistente nella sua testa. “Dietro i miei lavori, vi è sempre una forma di equilibrio che si manifesta attraverso l’imprevedibile, accogliendo dunque anche l’errore”, spiega l’artista lasciandoci intuire che il caso e l’errore siano parte del processo, e non uno “sbaglio”.
Cosa si racconta attraverso un “assemblaggio di frammenti”?
“Io racconto quello che mi riesce meglio: me. C’è una poesia molto bella di Walt Whitman che dice: «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini»”, (Foglie d’Erba W. Whitman), spiega. Lei assembla frammenti perché fa parte della sua natura, del suo essere sé stessa. L’artista ha una vera e propria esigenza di “mettere insieme i pezzi per vedersi per intero”.
“Appunti biografici”: una riflessione sulle intime fragilità del quotidiano
“Appunti biografici” è un progetto, che ha richiesto una ricerca di due anni attraverso la quale l’artista pone l’accento sui suoi più intimi e fragili pensieri che affrontati durante la quotidianità. “Questa ricerca offre il risultato di versi sospesi in scenari onirici e surreali. Contenuto e casualità”, spiega Beibi. Parla di occasioni mancate, o addirittura “divorate” dal normale fluire del tempo. Qualcosa che rimane solamente nei nostri pensieri.
Per questo progetto Beibi si rifà ai “Journaux Intimes” di Sophie Calle o ai romanzi-collages di Max Ernst.
Mentre prima abbiamo lasciato spazio anche al caos, questo non è il caso di “Appunti biografici”: “Un taccuino trascritto senza margine di errore o sbavature, pagine scisse formalmente disciplinate e prive di incidenti cromatici, forbici come prolungamento delle mani”, afferma l’artista.
Questo taccuino personale ci vuole riportare alla realtà attraverso “un discorso privato riassunto in stratificazioni che scatenano le facoltà visionarie”. Tale progetto ci fa realizzare che dietro ogni artista si cela un’umanità. Un’umanità fatta di pensieri, riflessioni, quotidianità e, perché no, anche di paure.
Beibi, infine, lancia un amichevole consiglio agli artisti esordienti: “Abbiate qualcosa da dire, altrimenti risparmiatevelo e datevi al giardinaggio e al silenzio, ormai così svalutato”.


Lascia un commento