Valerio Villani: illustratore fantasioso che dato vita a un nuovo modo di vedere i grandi classici per bambini attraverso la sua arte.

Valerio Villani è un artista contemporaneo che è in continua evoluzione. Come dice lui: “mai smettere di studiare ciò che si ama”. Ce ne dà prova spaziando durante la sua carriera dal mondo delle grafiche pubblicitarie, dal disegno a matita, alle illustrazioni a colori che reinterpretano favole tra le più amate. 

Foto di Valerio Villani

Qual è il ruolo della matita nei suoi progetti, e come ha influenzato il suo percorso artistico nel tempo?

La matita ha un ruolo fondamentale perché si ricollega alla gestualità. Ciò significa che si avvicina alla parte più innata dell’essere umano, come tracciare semplici linee o cerchi. Questo deriva anche dalla conoscenza che abbiamo delle grotte primitive, dove non esisteva il linguaggio, bensì la traccia, il segno. Utilizzo tanto la matita, infatti, alcuni lavori rimangono tali. Ritengo che abbia un’energia propria, tant’è che fa ancora parte del mio percorso e del mio aggiornarmi. Ad esempio, se un giorno dovessi fare astrazione, la matita rimarrebbe, perché è una parte di espressione che per me deve rimanere.

Ci spieghi cosa intende con l’espressione “la realtà lascia fogli di inchiostro da raccontare”?

“La realtà lascia fogli di inchiostro da raccontare” significa che la realtà intorno a noi, se ci connettiamo con essa, ci racconta tanto, soprattutto senza dire: non attraverso le parole, le immagini o tutto quello che è uno schema classico di informazione. Osservandola bene ci dona delle sensazioni, dei colori, degli odori, dei sapori, tutte cose che non possono essere raccontate.

Qual è il suo rapporto con il daily journal dal punto di vista emotivo? Come influisce questa pratica sul suo benessere interiore e sul suo lavoro?

Molto spesso creo dei “visual journal”, che sono appunti della mia giornata dove vado a riassumere tutti i frammenti del giorno. Diventano “una scrivania” dove metto tutti i fogli di appunti che ho conservato durante il giorno.  Non diventano esattamente un’opera, però nel tempo sono state apprezzate e definite opere d’arte da terzi. Per me restano momenti di creazione spontanea, di risposta agli stimoli della giornata. È un’esigenza che mi accompagna in alcuni momenti. 

Li lascio decantare un po’ di giorni, successivamente li metto sul tavolo e disegno questi frammenti che poi si connettono tra di loro in mondo diverso, cerco di dare forma a quello che mi arriva in base alla mia percezione. Ovviamente mi fa stare meglio. Alcuni artisti hanno l’esigenza di disegnare tutto ciò che è intorno a loro, io, invece, creativamente ho un altro approccio e ho l’esigenza di rielaborare ciò che era intorno a me. Ho abbandonato un po’ la strada del disegnare ciò che mi circonda: persone sull’autobus, monumenti, vedute, palazzi e quant’altro. Sono più orientato verso un racconto in osmosi tra me e ciò che mi circonda alternandone anche le forme. È proprio qualcosa che trae ispirazione dalla realtà ed è fondamentale perché per due motivi. Per prima cosa, come dicevo, mi sento meglio, mi fa stare bene, mi connette con la parte più intima di me stesso e, allo stesso tempo, stimola la mia creatività perché faccio uso di strumenti creativi personali.

Quanto e come un disegno si ispira a esperienze personali, luoghi o paesaggi visualizzati o persone con un’estetica interessante? C’è un legame diretto tra la sua vita e le sue creazioni?

Personalmente non mi sento l’etichetta dell’artista. Però è la mia professione, è il mio mondo ed è divento anche il mio modo per vivere. È normale che quando mi esprimo, come ad esempio fa un musicista, una parte di sé la si mette sempre. Da subito mi hanno sempre stimolato i vari maestri che ho avuto, spingendomi a buttare sempre un po’ di emotività e la parte esperienziale sulla tela o sulla carta. Tutto ciò che ho prodotto, soprattutto in questi ultimi 7-8 anni, mi rappresenta in maniera molto eclatante. Cerco di esserci nell’opera, è la cosa che mi interessa di più.

Fino a che confine si è spinto nella creazione dei suoi mondi illustrati, e quali sono i suoi obiettivi futuri in termini di esplorazione artistica?

In realtà ancora sto sperimentando, ho gli sketchbook pieni di sperimentazioni che non so se pubblicherò. Da questo, però, traggo degli aspetti che porto nel lavoro quotidiano, con l’editoria o le gallerie. Ultimamente mi sento come cosmonauta nello spazio, perché è uno spazio infinito, è qualcosa che ha delle regole e delle strutture che però ti insegnano a volare nello spazio infinito. Non ho paura dei “buchi neri”, ovvero i momenti di crisi, perché da questi momenti c’è sempre qualcosa che va salvato. Sto ancora studiando e non so dove arriverò e, sinceramente, non me ne preoccupo. Se cominciassi a preoccuparmene, starei dando un confine allo spazio. L’ispirazione è un po’ come una stella cometa: la si segue, e seguirla significa anche rinunciare. Nel senso che, se sto sperimentando in una determinata direzione, in quel momento sto rinunciando a miliardi di altre possibilità. Ne sono consapevole e, rispetto ai primi tempi in cui ero più confuso, col tempo ho acquisito una maggiore consapevolezza.

I suoi disegni prendono forma prima nella sua mente o emergono direttamente sul foglio durante il processo? Può descriverci il passaggio dall’idea alla realizzazione?

Se parliamo di un disegno finito, solitamente in testa ho un’illuminazione, più che uno schema. Una sensazione ci deve essere. In alcuni casi mi lascio sorprendere dalle macchie creative, ovvero da ciò che nasce per errore o per casualità creativa e che in molti casi accetto e includo nel lavoro finale e che magari non avevo previsto. Amo sorprendermi di quello che faccio, cerco di non avere mai il controllo totale su un lavoro. Accetto serenamente un compromesso tra casualità creativa e l’idea che avevo. Se cominciassi ad avere un controllo totale si vedrebbe: non ne sarei soddisfatto e non trasmetterebbe nulla.

Qual è il suo rapporto con il tempo e come questo incide sulla sua arte?

Il tempo è qualcosa di inesorabile, in alcuni casi lascia spazio alla creatività e in altri la toglie. Questo perché, ad esempio, si lavora di fretta perché si ha la necessità di consegnare. Il tempo ha tante accezioni, nel lavoro e anche nella vita. Molto spesso, attraverso i miei disegni, provo a fermarlo, come se il tempo in quel momento trovasse un’altra dimensione. Non si tratta di un fermo da macchina fotografica, ma è un “fermo” verso un mondo che apre una finestra su qualcos’altro, un esempio ne è il progetto “Visionarie”. I lavori ad acquerelli, le illustrazioni e i progetti editoriali sono “finestre temporali” che si aprono verso un mondo che consente di fare una propria rielaborazione in qualche istante. Durante questo processo, non si considera il concetto tradizionale di tempo, ma è un tempo creato con l’obiettivo di fermare il tempo.

Quali sono le principali differenze, a livello di tecnica utilizzata per la realizzazione di un disegno in bianco e nero quale invece per uno a colori?

Fortunatamente mi esercito su tutto: se smettessi di imparare, smetterei anche di disegnare. Come ho detto prima, la matita insieme al carboncino, è l’aspetto innato e più gestuale, in seguito diventa contenitore per un lavoro a colori. I colori possono essere acquerelli, acrilici, olio o tempere. Per un periodo ho lavorato molto ad olio, adesso lavoro a gouache perché la trovo una tecnica molto versatile e che offre tante possibilità: si può miscelare con l’uovo, ad esempio, o diluire più comunemente con l’acqua. Questa tecnica ha radici antiche, però se è utilizzata con una mente proiettata verso il futuro, ha ancora molto da offrire. La gouache è una tecnica minore, che arriva ai giorni nostri grazie a De Chirico, ma col tempo è stata utilizzata sempre di meno. È stata utilizzata tanto nell’illustrazione americana, della quale mi ritengo figlio e ne sono appassionato. Tutti quei miei lavori che hanno un eco americano sono stati colorati con questa tecnica. Si adatta a lavori di getto, ma comunque rimane complessa, essendo una tecnica a base d’acqua, di conseguenza il rischio è che i vari colori si mischino. Bisogna mantenere il colore sempre fresco. La gouache, rispetto alla tempera tradizionale, è leggermente più pastosa e più elegante. Dona brillantezza e la trovo particolare. Mi piace anche perché mi ricollega ai grandi maestri del passato, ma anche con il futuro, siccome è molto adattabile, ma non ancora sperimentata a sufficienza. Oltre che da De Chirico, è anche stata utilizzata nell’epoca moderna dai designer della Bauhaus degli anni ‘20-‘30, fino agli anni ‘70-‘80 nei bozzetti di Bob Norda e di altri grandi creativi. È una tecnica che si adatta alla pubblicità, ed è anche questo un mondo che mi appartiene poiché la mia formazione viene da lì, come tecnico grafico pubblicitario. Invece, l’olio è ritenuto fondamentale dalle varie gallerie e l’acquerello è diverso, perché ha un suo canale proprio. In questo momento, mi sento più rappresentato dalla gouache che, a volte, viene confusa con la tempera, ma è molto più fine, meno granulosa e molto più pastosa.  

Che ruolo gioca l’istinto nella sua produzione artistica? C’è spazio per l’improvvisazione, o ogni dettaglio è premeditato?

L’istinto è importante e inizialmente va guidato. All’inizio della produzione artistica, si ha la cosiddetta “funzione S”, cioè della spiegazione. Una normale fase dell’apprendimento che, però, va a togliere all’istinto. Poi arriva il momento in cui l’istinto comincia a prendere il piede. Con l’esperienza, poi, l’istinto guida. 

Deve essere così, se no non arriva la tensione verso il lavoro. Francis Bacon spiegava che la tensione deve arrivare intatta a chi guarda il lavoro. Se si premeditasse ogni cosa, l’osservatore percepirebbe subito il calcolo dietro l’azione. Invece, accettando la tensione, anche quella di camminare un po’ sul filo del rasoio, si lascia spazio all’errore o alla possibilità che il risultato si discosti dall’immagine iniziale, ma proprio in quel momento può nascere qualcosa di ancora più profondo. Questo può fare paura, e lo noto anche con i miei studenti. Bisogna però imparare a lasciarsi andare con consapevolezza: un “lasciarsi andare” educato, in cui l’istinto agisce come un detonatore. Ed è fondamentale.

Le storie illustrate

Ci parli del progetto “I vestiti nuovi dell’imperatore”: da cosa è nato e quali sfide o soddisfazioni le ha portato creare queste illustrazioni?

Avendo fatto il corso di Arts in fabula, gravitavo intorno all’illustrazione. Nel corso, oltre ad imparare tantissimo, sono stato a contatto con i più personaggi illustri di questo ambiente come Forlati, Baladan, Rea e Lorenzetti. Tuttavia, non avevo ancora sperimentato direttamente l’illustrazione vera e propria. Mi occupavo di arte contemporanea attraverso gallerie e concorsi, tra cui una mostra a Londra. Grazie a Mauro Ortolani, un professore all’Accademia delle Belle Arti e editor di Chiare Edizioni, sono stato spronato a illustrare un libro. Dunque ho fatto delle prove, gliele ho mandate e gli sono piaciute. Sono piaciute soprattutto al dottor Bernava di Chiare Edizioni, che ha pubblicato il libro. Dunque, questa collaborazione ha dato vita al primo progetto illustrato, poi seguito da quello di Pinocchio. Il primo progetto, essendo un testo classicissimo: “I vestiti nuovi dell’imperatore”, è stato creato da centinaia di illustratori e redatto da miliardi di autori; dunque, l’ho voluto reinterpretare in una maniera completamente diversa, ecco perché mi sono trasferito in Medio Oriente.

I paesi lontani ritratti in questo libro sono località che ha avuto modo di visitare personalmente, o sono frutto di ricerca e immaginazione?

È ambientato in Medio Oriente, con i colori tipici del Nord Africa, dell’area mediorientale e del Marocco, tutte suggestioni che, viaggiando, mi sono rimaste dentro. Questi luoghi hanno trovato posto dentro un lavoro finito. Ho avuto modo di vedere dal vivo i giochi di colore dei muri, la notte, che ha colorazioni differenti dalla nostra occidentale. Questo bagaglio culturale è stato utile per creare un’ambientazione diversa, lontana dal solito ‘imperatore’ nordeuropeo, portandolo, invece, in un impero esteso del Nord Africa. La contaminazione a quel punto è diventata importante. Oltre a questo, mi sono rimasti impressi i colori che ho avuto modo di vedere in un mercato arabo in Tunisia, sono fantastici.  È l’istinto che collega queste nuove situazioni.  Successivamente, ho cominciato a studiare l’iconografia che mi poteva servire e sono stato contaminato dai tessuti, quindi ho cominciato a lavorare sui vestiti che pensavo potessero rendere un mondo un po’ diverso dal solito.

Quali emozioni ha provato nell’illustrare un classico come “Pinocchio”? È particolarmente legato alla storia del burattino di Collodi?

Collodi ha creato un capolavoro universale.  Essendo molto legato al comune di Farnese e vivendo in zone limitrofe, ricordo che lì Comencini girò il “Pinocchio” degli anni ’70. All’epoca ero piccolo e lo guardai seduto accanto a mio padre. Ovviamente ho fatto dei riferimenti a quell’opera. Mi sono quindi creato un quadernone di appunti, in cui ho scritto molto per questo progetto. Volevo inserirci Farnese, e infatti in alcuni passaggi c’è, come nella pagina in cui Pinocchio viene preso da un contadino mentre si trovava in un vitigno. Oppure all’inizio, quando si apre la scena con l’arrivo di Mangiafuoco in paese: ecco, quello è Farnese. Quindi il mio tributo a Comencini c’è stato, però dentro c’è il tributo ad altri personaggi più vicini al mio mondo come Bacon, o altri artisti contemporanei. La parte difficile è stata la silhouette. Mi sono confrontato anche con tanti bambini, compresa mia figlia, togliere la silhouette classica a Pinocchio significava levargli tutto; perciò, la forma è rimasta la stessa. Quello che ho cambiato è che l’ho fatto rosso e di legno grezzo, però con degli occhi vivi.  Questo fatto di farlo rosso non era mai stato fatto prima. Ho mantenuto solo la forma, per il resto è una scheggia impazzita e questo rosso aumentava una sensazione di irrequietezza. 

Che messaggio si sente di dare ai giovani artisti? 

Il messaggio è di non fermarsi mai e di non interrompere lo studio, perché studiare aggiunge, non toglie. In realtà, lo studio ci rende padroni di un percorso che diventa sempre più nostro. Lo ripeto spesso anche ai miei allievi: studiare non deve essere qualcosa di noioso, ma un’occasione per approfondire una materia che presumiamo di amare. Il musicista, ad esempio, studia perché ama quella musica e il suo mondo, e continua ad approfondire fino ad arrivare al nucleo. Chi si occupa di arti visive deve aver fatto un percorso di studio approfondito, perché se si ama una cosa bisogna spingersi oltre, sempre. Bisogna nutrirsi di ciò che si ama. Lo dico ai ragazzi come agli adulti. È come quando ci si innamora di una persona: si desidera conoscerla e trascorrere molto tempo insieme. L’atteggiamento deve essere lo stesso. Se amo disegnare ed esprimere un messaggio, devo assolutamente approfondire lo studio di come veicolare quel messaggio al meglio possibile. Nel momento in cui io mi accontento, creo un cliché, non approfondisco e mi fermo. 

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