Alla scoperta dell’EP di esordio di Warco
«Aprile si distende come un giorno di pioggia
Tra i mille solchi delle tue labbra
Che immagino sian pregne di parole
Parole che mi vuoi dire…»
“Aprile”, di Warco.
Nell’immersione nel mondo di Marco Bilardello, in arte Warco – romano di nascita ma marsalese di fatto – è inevitabile farsi trasportare nella sua terra, la Sicilia, luogo “incontaminato e bellissimo”, in cui “il tempo scorre lentamente”. L’artista, cantautore e beatmaker indie pop, ci sfata prima di tutto il falso mito che sia necessario ritrovarsi in un grande contesto iperdinamico per dedicarsi all’arte:
«Come di recente ci diceva anche Lucio Corsi, bisogna un po’ annoiarsi, anche per avere quella spinta in più a dare qualcosa che caratterizzi la propria arte. In mezzo a burnout, overthinking e caos, qui hai una grande possibilità di lavorare con calma, di riflettere e di pianificare».
Warco abita sulla costa, ma insegna musica a ragazzi e ragazze nell’entroterra siciliano: e proprio questo entroterra «ancestrale», dalla storia e dalle tradizioni uniche, costituisce il nucleo del suo ultimo progetto, l’EP Biesina. «È un altro mondo ancora», ci spiega, «come ritrovarsi su un altro pianeta». Come rendere la bellezza riarsa, accarezzata dal vento e dal sole degli ulivi, ondeggianti come un mare di foglie scure sui campi, come rendere la purezza della stella che sbuca da sopra i monti? Paesi arroccati, casa di genti che non li lasciano mai perché «hanno paura di cosa troverebbero al di fuori», racconta. «Comunque, dopo un momento di diffidenza iniziale, sono felici di accoglierti». Questo è il contesto da cui è partito Warco per Biesina – e in cui noi ci ritroviamo ascoltando la sua musica. Chiudendo gli occhi, ci sentiamo leggeri, trasportati in un’atmosfera delicata e avvolgente, che sa cullarci come la sabbia quando ci sdraiamo al mare.
Armonie, accordi e testi, già descritti dalla critica come principalmente romantici e trapuntati qua e là di nostalgia, sono interamente ideati da lui. In fase di produzione, è aiutato soprattutto per sintetizzatore e chitarra da Fabio Genco, polistrumentista. Malinconia, speranza, sguardo ironico sulla realtà, per «toccare le piaghe che esistono in questo mondo»: queste le emozioni motrici alla base della sua composizione. Scrivere, per lui, rimane una fonte di tranquillità, un modo di dare una dimensione a un pensiero del tutto personale che caratterizza un momento del proprio percorso. «Sono sempre contento di quello che esce», commenta sorridendo. «È un mio pezzo di vita, quando viene pubblicato dico “sono questo, prendetelo per com’è”».
L’EP viene da un percorso di produzioni a sé: tre dei brani che lo costituiscono sono precedentemente usciti come singoli. Ogni traccia ha il proprio vissuto, il proprio periodo di gestazione; il loro fil rouge è «puramente il contesto in cui nascono», spiega, «ovvero questa terra che mi circonda. Tutti i brani nascono dalla stessa spinta».


Abbiamo chiesto a Warco come si traduca questa spinta iniziale nella realizzazione della canzone:
«A volte c’è stata la voglia di raccontare qualcosa. A volte sono spinto dall’argomento, e penso “devo scrivere qualcosa su questo”. A volte è un incipit, una frase, una certa assonanza tra parole che metto insieme. Capita che mentre guido io chieda a Siri di registrare una nota vocale. Parallelamente può venir fuori da una necessità del tutto musicale, magari da un gioco al synth viene un’idea che mi ispira e cerco di avvicinarmi, o semplicemente suono».
«Succede, sono tutte cose che succedono», conclude con semplicità. Nessuna frenesia, ma un grande ascolto dei propri tempi, unito a tranquillità: la necessità di «far decantare» ogni punto raggiunto, strofa o fraseggio che sia, consente di far emergere la consapevolezza di cosa sia necessario in un momento successivo per ogni brano. Questa però non è una regola ferrea, quanto un modo di viversi la musica stessa, non vincolante: “Bar Damasco”, per esempio, è stata scritta e prodotta di getto in studio, in quattro giorni.
Ci siamo soffermati proprio su cosa significhi per lui essere un artista, iniziando dal suo percorso. Warco nasce come autodidatta; ricorda con affetto un «bassista degli anni ’70, coordinatore in oratorio» che convince nel 2006 lui e altri ragazzi ad iscriversi al Conservatorio: lì si spalanca, attraverso un percorso di tipo classico, «un modo di vivere la musica del tutto nuovo. Mi ha dato metodicità nelle cose, e mi ha insegnato a prestare pazienza». Ai suoi allievi e alle sue allieve, e a chiunque sia voglioso di dedicarsi al campo musicale, consiglia di rimanere curiosi, e soprattutto perseveranti. «Oggi, se una cosa non viene subito, vedo tanti ragazzi mollarla. Non bisogna invece scoraggiarsi, ma provare e riprovare, anche per mesi».

Su un livello più personale, la musica si inserisce per lui soprattutto nell’intimità di un’identità che si svela a se stessa, ma che poi viene resa fruibile agli altri: farsi capire dal pubblico è per lui una responsabilità.
«La difficoltà sta proprio nel rendere fruibile un contenuto artistico, non solo musicale. Mi ritrovo a dover togliere dalle canzoni delle cose che capisco solo io, e le tolgo perché non avrebbero a quel punto nessun significato. Se decidi di pubblicare qualcosa che sia ascoltabile dagli altri, bisogna eliminare la presunzione di dover essere capito; la domanda è: “cos’ho fatto io per farmi capire?”».
Per il futuro, si propone come novità quella di indagare le questioni sociali, soprattutto dal punto di vista testuale, evitando quindi una prevalenza delle tematiche amorose. Aspettando con accesa curiosità i suoi prossimi lavori, segnaliamo la sua esibizione del 21 agosto al Trapani film festival, data conclusiva del suo tour estivo.

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