L’armonia della coralità nella mostra “Armonia come Utopia” di Julia Krahn.
A Ratisbona, una chiesa sconsacrata, oggi sede del Museo St. Ulrich, ospita un coro sospeso nel tempo e nello spazio: da un allestimento trasparente, leggermente ondeggiante a ogni refolo d’aria che si intrufola tra le navate, bambini e bambine ci guardano, fotografati nell’emissione di un fiato.
Tra arcate e pilastri disuguali, l’artista Julia Krahn ha curato uno spazio etereo e simmetrico in dialogo con la chiesa, dove il popolo usava radunarsi per vivere tutti i momenti fondamentali della propria spiritualità. Qui riecheggiano speranze, dolori e preghiera; qui è esibito fino al 3 agosto la mostra Harmonie Als Utopie, incentrata sul Coro Regensburger Domspatzen, uno dei cori per bambini più antichi e prestigiosi al mondo.

Harmonie Als Utopie: Armonia come Utopia. Il punto di partenza del progetto è stata un’indagine tra i trecento studenti che compongono il Coro, avente al centro il seguente interrogativo: cosa significasse per ciascuno di loro la parola “armonia”; se costituisse una possibilità o piuttosto un’utopia, non solo nella musica, ma anche nella vita quotidiana.
Racconta l’artista:
«Molti hanno risposto che finché esistono le guerre, l’armonia non potrà che restare un’utopia. Ma qualcun altro ha scritto: “Finché c’è speranza, è possibile.” Queste risposte mi hanno fatto comprendere quanto l’armonia, in un mondo segnato da conflitti e incertezze, appaia per molti bambini come un ideale distante, ma anche come un orizzonte carico di speranza. Forse è proprio in quelle bocche che ho cercato una risposta. Una speranza. Una traccia del “noi”».
La riflessione parte dalla vita quotidiana, in cui tutti desiderano armonia, ma chiunque la ricerchi in modo continuo sembra fallire. L’armonia pare così più che una condizione, un attimo, un concetto utopico; ovunque tranne che nella musica. In merito a questo Julia Krahn ricorda il pensiero del filosofo Adorno, che ha contribuito ad ispirarla per la mostra, espresso nell’opera Einleitung in die Musiksoziologie (1962):
«L’essere ascoltati da molti è il fondamento dell’oggettivazione musicale e, laddove ciò è escluso, questa si riduce necessariamente a qualcosa di quasi fittizio, alla presunzione del soggetto estetico che “noi” dice mentre è solo “io”, e che tuttavia non può affatto dire nulla senza implicare il “noi”»[1].
L’armonia in musica si configura essenzialmente come ascolto. Così, mentre passeggiamo tra i veli sospiranti di aria, siamo in ascolto di quel sospiro, mentre grazie all’acustica unica al mondo della chiesa risuona nello spazio l’installazione sonora Lamentatio Solitaria, rielaborazione ad opera dell’artista dell’Incipit Lamentatio Jeremiae Prophetae di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Il testo del brano è tratto dalle Lamentazioni di Geremia, ed esprime «il dolore per una città distrutta, Gerusalemme, e per la sofferenza causata dalla violenza umana. Ascoltarlo oggi è inevitabilmente un gesto politico e profetico. “Incipit lamentatio Jeremiæ prophetæ. / Aleph. Quomodo sedet sola civitas plena populo! / Facta est quasi vidua domina gentium; / princeps provinciarum facta est sub tributo. / Beth. Plorans ploravit in nocte, / et lacrimæ eius in maxillis eius; / non est qui consoletur eam ex omnibus caris eius. / Omnes amici eius spreverunt eam, / et facti sunt ei inimici”[2]. Queste parole ci ricordano la continuità dei conflitti, la loro insistenza».
Tuttavia, nella Lamentatio Solitaria sentiamo la versione originale decomposta e successivamente ricomposta in modo diverso dall’artista:
«Su mia richiesta il coro dei Domspatzen ha registrato ciascuna delle otto voci separatamente. È stato un gesto tecnico, ma anche emotivamente complesso: nella coralità, le voci si affidano l’una all’altra per sapere quando entrare, come respirare insieme. Separate, quelle voci si feriscono. Nascono pause, vuoti, silenzi. Con queste otto tracce ho composto l’installazione sonora Lamentatio Solitaria. Ho intrecciato le voci originali con il mio respiro, con pianti e risate, con i suoni ambientali che avevo registrato durante il lockdown: il mare, gli uccelli, il vuoto. Il respiro, per me, rappresenta la condizione umana. È in affanno, rallenta, si ferma, poi ricomincia. Il mare è la vita, il ciclo eterno. Gli uccelli sono il presente. E in mezzo a tutto questo, il canto dei Domspatzen torna – e ogni volta ci riconduce alla speranza».



Il respiro si afferma come centrale nella poetica dell’artista. Il respiro pervade la chiesa, cullando i teli bianchi, i volti dei bambini e delle bambine, e lascia che composizione musicale e silenzio abbiano il tempo di incontrarsi. In un mondo guidato dalla fretta e dall’iper-perfomatività, il respiro non si configura solo come un breve riprendere fiato, ma come architettura della vita stessa, una stasi in dialogo con il movimento – e forse solo grazie a questa stasi può esservi movimento. Questo movimento è dell’io, come espressione, e insieme del noi, come comunicazione. Ma senza un ascolto, sia esso rivolto al silenzio, alla propria voce o alle altre voci, entrambi questi momenti si danno come impossibili.
La ricomposizione dell’Incipit Lamentatio è anche rielaborazione di un importante simbolo sacro: l’artista definisce il sacro come materia viva, in rapporto dialogico con noi.
«Il processo di rielaborazione del sacro si svolge in primis visceralmente. Non è solo concettuale. È fisico, emotivo, quasi istintivo. Il sacro, quando lo sento, è sempre in crisi. È una promessa non mantenuta. È un altare in rovina. È una preghiera sussurrata da chi ha perso la fede. Eppure, proprio lì nasce l’opera: nel tentativo di riformulare, non di restaurare. Il canto è una delle forme più antiche del sacro. È respiro che si fa corpo collettivo. Non è un’interpretazione. È una forma di incarnazione. Quando canto, e l’ho fatto in diverse performance, non è mai “per” il pubblico: è per tenere viva una traccia, per mettere in vibrazione un trauma, una memoria, un desiderio di trasformazione. Il canto ha questo potere: ci attraversa, non chiede permesso, ci lascia diversi. In tutte le mie performance la musica ha un ruolo importante – sempre diverso, ma sempre fondamentale. A volte è preghiera, a volte è battito, a volte è ferita. Ma c’è sempre. Come il respiro».
Il respiro si riafferma come centrale in particolare durante il momento della performance: l’artista esprime attraverso questo dolore, gioia, estasi e disperazione, o anche solo la stasi necessaria allo slancio successivo. Soffia intensamente dentro sculture che ci ricordano simulacri vitali, e sia lei che questi simulacri ne escono trasformati. Alla fine della performance, Julia Krahn svanisce. Dietro di lei rimane ancora il suo respiro, che sentiamo radicarsi nel suolo e nelle sculture, lasciate – ma non abbandonate – sul suolo. E allora il respiro, insieme ad accompagnare ogni nascita, diventa l’eredità che lasciamo dietro di noi, che batte attraverso la terra per ridestare la vita, anche dopo la nostra morte.


«Per me il respiro è come un’eco interiore: invisibile ma costante, fragile ma potente. È la soglia tra il dentro e il fuori, tra ciò che siamo e ciò che lasciamo andare, tra me e l’altro. È il primo gesto del nascere e l’ultimo del morire. Quando respiro, non sono sola. Respiro il mondo, respiro chi ho vicino, respiro chi ho perso. Mentre facevo il montaggio del video della performance, ho pensato spesso alle Sibille. A quelle figure profetiche che, per salvare la loro voce, hanno accettato di perdere il corpo. Il corpo era il tramite, ma non il fine. Soffiano un oracolo che continua a vivere oltre la carne, come un respiro trattenuto nel tempo. Come eco, come respiro, come memoria. Nella dissoluzione fisica, la voce si eternizza. Alla fine della mia performance, quando il corpo sparisce e rimane solo il suono, volevo evocare proprio questo: la voce come sopravvivenza, il respiro come eredità. Un’assenza che non svanisce, ma vibra. Come una carezza sospesa.
E non si tratta solo del mio respiro. Nella colonna sonora ho intrecciato il mio respiro con il canto dei bambini, con il mare, con gli uccelli, con il silenzio. Il respiro diventa così collettivo. È ciò che ci lega. È empatia, è ascolto, è un atto politico e spirituale allo stesso tempo. Se c’è qualcosa che vorrei sottolineare, è proprio questo: siamo un respiro solo, ma siamo tutti insieme».
In conclusione, la mostra ci incoraggia a perseguire la speranza di un mondo che non esiste, ma che è possibile perché siamo in grado di immaginarlo: proprio questo è il punto di partenza perché possa avvenire una trasformazione. Quantomeno, ci ricorda che viviamo in questa tensione – tra ciò che è, tra ciò che vorremmo che fosse, e di ciò che in noi muove questo desiderio. Non siamo da soli nell’abitare questa tensione, anzi; se tendessimo l’orecchio quando vi sussurriamo dentro le nostre speranze, forse udiremmo il resto dell’umanità a sua volta in ascolto fare lo stesso, nel tentativo di guarirsi e trasformarsi.
«Credo che oggi l’utopia non sia un sogno ingenuo, ma un atto necessario. Perché nulla di nuovo può nascere se non abbiamo il coraggio di immaginare qualcosa che ancora non esiste. Armonia come Utopia è questo per me: la scelta di credere nella possibilità di una convivenza fatta di attenzione, presenza, e rispetto delle differenze. Una convivenza che comincia dal respiro. E che può diventare canto».
E sul futuro? Uscirà un vinile in edizione limitata dell’installazione sonora, Harmonie als Utopie, di 144 copie numerate, con testi e immagini e chissà – forse si riesce a portare la mostra, magari insieme al Coro, in Italia.
Vi segnaliamo anche la mostra FrauenBilder. Julia Krahn im Dialog, in esposizione al Landesmuseum Hannover fino al 17 agosto, presentante opere di vent’anni della sua ricerca insieme a capolavori della collezione del Museo come Rubens, Courbet, Segantini, Rodin. «Un dialogo che mostra che il tempo non è lineare e che mette la donna al centro di questo tempo».
Per saperne di più clicca qui
È stato pubblicato per l’occasione l’omonimo libro con testi di Gabi Scardi, Gianluigi Ricuperati, Mazdak Faiznia, Maike Schult e Chyong-Yi Yu disponibile nel bookshop del museo e online; di seguito il riferimento web: https://www.jkedition.com/shop (ISBN 9791298546400).
In questa mostra è nata Unfassbar, il progetto più recente dell’artista, incentrato sulla violenza sessuale. Parte di questo lavoro sarà esposto da settembre alla Dreifaltigkeitskirche, ancora a Hannover. Per approfondire clicca qui
Nel 2026 Julia Krahn tornerà anche a lavorare con i giovani, con la terra e la musica. Si dice entusiasta dell’invito dell’Associazione Amici di Gabriele Mattera al Castello Aragonese d’Ischia; al riguardo può per il momento rivelare solo il titolo del relativo progetto, Ursprung & Untergang.
[1] Theodor W. Adorno, Introduzione alla sociologia della musica, trad. it. di G. Manzoni, Einaudi, Torino, 1971, cap. 12 «Mediazione».
[2] Giovanni Pierluigi da Palestrina, “Incipit lamentatio Jeremiæ prophetæ” (da Lamentationes Jeremiæ I), in Opera Omnia, R.-Menagazzo, Roma: Istituto di Liturgia Musicale, 1968, vol. 15, c. 1–3.

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