Viaggio nella mostra “Before the Second Look” di Christian Albert
Before the second look
«A word is dead
When it is said,
Some say.
I say it just
Begins to live
That day».
Dickinson, Emily (1955). A word is dead (T. H. Johnson, Ed., Poem no. 1212). In The Poems of Emily Dickinson. Cambridge, MA: Belknap Press.
Questo articolo si ispira alla mostra Before the Second Look di Christian Albert, visitabile ogni lunedì e venerdì dalle 9:00 alle 18:00 presso lo Studio Danovi Professionisti Associati a Milano, in via Chiaravalle 7, contattando previamente la struttura. La mostra vi si colloca nell’ambito del progetto Arte in Studio.
In un edificio risalente al XVII secolo nel centro di Milano, salendo ad uno ad uno gli scalini di una bianca scala marmorea, si stagliano le opere dell’artista, che si parlano l’un l’altra dalle pareti nivee dello spazio. Entrando, sembra di ascoltare una composizione musicale mentre viene improvvisata per la prima volta: tutto scorre, vivace, come un unico piano sequenza.

Le opere sono quindici; eppure, ognuna di queste è un incontro in sé. Le abbiamo distinte per comodità in due filoni principali: le “policrome in senso lato” , esposte in corridoio, che prendono il titolo da un colore fatto risaltare sul suo complementare, e le “policrome in senso stretto”, esposte nelle sale, dal titolo che o non c’è, o è un’evocazione di un concetto, o di un determinato momento della vita, dalle dimensioni maggiori e di maggiore complessità, per colori e texture. Le tecniche principali utilizzate sono pittura a olio e pastelli secchi. Come nessuna opera domina sull’altra, all’interno dei singoli quadri nessun elemento predomina sull’altro. Le policrome in senso lato sono uno studio di contrasti: un colore è sparso sulla tela; il suo complementare vi è steso sopra, in una direzione differente. In parziale penombra, illuminate solo dall’alto, il colore sotto lambisce i bordi del quadro e il muro attorno, come la traccia bluastra del gas in una fiamma. Gli opposti non si scontrano, ma piuttosto si esprimono l’ uno attraverso l’altro, rivelando giochi di luce.
Un’intera sala presenta opere in cui lo sfondo a pastello ospita strokes variopinti e multiformi realizzati a olio. Nel gesto di versare colore sulla tela, liberando colori e forme da ogni costrizione, si lascia qualsiasi pretesa di controllo sull’opera. Toni opachi e lucidi, forme pesanti e leggere si incontrano bilanciandosi: ogni tela esiste a sé come paesaggio, in cui elementi gonfi, sottili, sferzanti o delicati comunicano tra loro. Le opere vivono in sintonia con l’artista: nel momento in cui traccia la prima pennellata, le vede già finite. L’immaginario è dichiaratamente quello del bebop; l’improvvisazione il momento in cui chi improvvisa non si distingue dall’opera improvvisata.
I quadri di Christian Albert riportano all’atmosfera in cui l’impressione si confonde al ricordo, mostrandoci che il tempo di ognuno è unico e non ripetibile. Proprio sull’impossibilità di replicare perfettamente uno stile o una composizione Christian ricorda Michel Majerus, artista che pose il consumismo al centro della sua riflessione.
“Viviamo in un mondo in cui le immagini, per esempio su Instagram, si ripetono… e poi spariscono. Come se diventassero frammenti”. L’artista sfida questa tendenza alla ripetizione effimera, per riportarci nel momento che per definizione non si ripete: il primo sguardo, nato dall’incontro con le opere stesse, ma momento fondamentale della vita quotidiana di tutti noi.
Tutto ciò che viene dopo quell’incontro è indagine, studio, ricerca del dettaglio, scomposizione e ricomposizione di quella prima impressione.
Ci concentreremo su due opere che hanno catturato la nostra curiosità.
No more softness: Questa opera si distingue dalle altre per dell’utilizzo della stoffa come aggiunta materica. Da uno sfondo scuro emergono nuvole e tracce di colori tenui alternati a vivaci. Al centro, due pezzi di tessuto bianco sembrano forare la tela.

«Avevo comprato dei sacchi militari dalla Svezia all’asta. Questi sacchi erano fatti di tela, lo stesso materiale che utilizzo per i miei quadri. Questo sacco veniva dal mondo militare; volevo quindi rappresentare il contrasto drastico tra la violenza e la sensibilità. Esprimevo così anche quello che sento come contrasto irrisolvibile, in cui è difficile trovare una via di mezzo. Rifletto per opposti drastici, che diventano scambi drastici. I colori sensibili si contrappongono al sacco, dalla storia più dura».
In the Stillness of a Name: il titolo evoca ciò che manca alla parola, ovvero di poter corrispondere pienamente al suo referente reale. Quante volte le parole ci mancano perché siamo sovrastati da quello che vorremmo esprimere, a tal punto che non sappiamo nemmeno darvi un nome? Allo stesso modo, quante volte la parola afferma un nuovo piano della nostra vita, o della nostra realtà?


«Quest’opera è tratta da quello che è stato per me un aspetto dell’amore. “A word is dead when it is said”: due parole non hanno bisogno di essere dette per essere reali. Il ricordo di questo mi tornava mentre realizzavo questo quadro. Era anche in contrasto con la scultura Love di Robert Indiana, quindi il titolo rappresentava anche una sorta di gioco di parole. Capiamo alcune cose molto dopo che le abbiamo dato un primo nome. Mi piace molto la citazione attribuita a Charlie Chaplin: “Life is a tragedy when seen in close-up, but a comedy in long-shot.”».
Nelle tele di Christian Albert, ogni gesto conserva l’eco del primo sguardo, come un accordo che non notavamo fosse centrale in una composizione, eppure riecheggia con più forza degli altri una volta che questa è finita. Il contrasto è orizzonte di ciò che, celato, germoglia.

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