Direttamente dagli Stati Uniti d’America, Sophie Auster — cantautrice intensa e raffinata — torna con un nuovo album che si addentra nelle pieghe più intime delle emozioni umane.
Milk for Ulcers, uscito il 18 aprile dopo l’anticipazione con i singoli Look What You’re Doing To Me e Flying Machine, è un lavoro maturo e di grande introspezione, capace di esplorare con lucidità il dolore della perdita, ma anche la gioia portata dalla maternità. Figlia degli scrittori Paul Auster e Siri Hustvedt, Sophie è cresciuta in un ambiente intriso d’arte e sensibilità e, fin da bambina, ha trovato nella musica il suo linguaggio.
Con alle spalle una carriera iniziata a soli sedici anni, Sophie ha saputo costruire un percorso musicale personale e Milk for Ulcers è forse il suo lavoro più intimo: un disco che parla di ferite e guarigioni, temporanee o definitive, in un mondo sempre più frenetico. L’ultima traccia, Blue Team, scritta per il padre Paul Auster poco prima della sua scomparsa nel 2024, ne è il commovente punto d’arrivo. In quest’intervista, Sophie Auster condivide le sue emozioni, invitandoci ad ascoltare davvero — e a sentirci, finalmente, meno soli.
Puoi raccontarci un po’ del tuo percorso nella musica? Com’è cominciato tutto per te?
Tutto è iniziato con il coro della scuola, quando avevo otto anni. Di solito la direttrice del coro camminava tra le file di bambini con la mano a coppa sull’orecchio per ascoltare se cantavamo intonati. Un giorno mi prese per mano e mi chiese di cantare la canzone da sola davanti alla classe. Terrificata, obbedii e cantai per la prima volta davanti a un pubblico, con gli occhi chiusi. Poi annunciò che sarei stata la solista del coro. Mi diede lezioni di musica dopo la scuola e mi incoraggiò molto a cantare. Mi innamorai della musica e lei mi aiutò a costruire la mia fiducia. Dopo di ciò, entrai nella jazz band della scuola, partecipai a programmi musicali estivi ed iniziai a suonare standard jazz in piccoli locali in giro per New York. Al liceo registrai un disco che poi fu pubblicato dall’etichetta francese Naïve e da allora non ho mai smesso.
“Milk for Ulcers” è un titolo davvero forte. Puoi raccontarci di più sulla storia che c’è dietro questo titolo e perché ti è sembrata la metafora giusta per questo album?
Milk for Ulcers riflette il percorso del lutto, come quel dolore si trasforma nel tempo e la ricerca di rimedi per guarire, anche se quei rimedi sono solo temporanei.
La copertina dell’album è splendida, trasmette un senso di nostalgia: qual è il significato dietro la scelta di quella fotografia in particolare?
La foto è stata scattata quando avevo circa due anni, a Brooklyn, dai fratelli Douglass. Simboleggia il sostegno dei miei genitori, ma come si vede nell’immagine, vengo un po’ trascinata, quindi c’è anche un elemento ironico — sono nel mezzo, in bilico.

Questo album esplora un viaggio emotivo profondo, dal lutto alla gioia della maternità. Come hai vissuto emozioni così contrastanti durante il processo creativo?
Anche nei momenti di grande tristezza, non ho mai provato un’unica emozione. Penso che questa sia la strana complessità dell’essere umano. Ho scritto ciò che sentivo in quel momento, e ogni momento evoca stati d’animo e canzoni diverse.
“Blue Team” è una canzone incredibilmente personale, dedicata a tuo padre Paul Auster. Com’è stato scrivere e registrare qualcosa di così intimo sotto la pressione del tempo?
È stato estremamente difficile, ma sapevo di doverlo fare per lui. Era così orgoglioso della mia musica e sapevo che una canzone a lui dedicata sarebbe stata la cosa più significativa che potessi fare.
Hai detto che alcuni metodi di guarigione sono solo temporanei. Pensi che la musica possa offrire un conforto duraturo, o anche essa fa parte di quel sollievo temporaneo?
Come artista, penso che il lavoro creativo sia incredibilmente terapeutico e offra un conforto duraturo, perché è profondamente catartico. Provo un enorme piacere nel creare e suonare la mia musica, e davvero mi fa stare meglio.
Nel tuo lavoro si percepisce una resistenza — una resistenza alla superficialità. Da dove nasce questo impulso, per te, come cantautrice?
Penso che derivi da come sono stata cresciuta. I miei genitori evitavano tutto ciò che era superficiale, specialmente nel loro lavoro. Non credo di sapere essere altro che me stessa. Altrimenti mi sentirei una impostora.


“Let It Be Spring”, con la sua melodia rasserenante, completa perfettamente l’album: cosa rappresenta per te la primavera?
La primavera è nuova vita e un inizio.
“Flying Machine” e “Look What You’re Doing To Me” hanno offerto un’anteprima dell’album. Cosa ti ha spinto a sceglierle come prime uscite e in che modo questi brani si inseriscono nell’atmosfera emotiva e tematica di “Milk for Ulcers”?
“Flying Machine” parla del tenere stretto la meraviglia e i sogni dell’infanzia. È una canzone speciale per me, perché l’ho scritta per ricordarmi di andare avanti, anche quando il mondo ti butta giù. “Look What You’re Doing To Me” è per Spencer, mio marito. Volevo che ci fosse anche gioia in questo album, non solo tristezza. Ho un matrimonio meraviglioso, un bambino bello e felice, ne sono davvero grata. Questi brani, inoltre, sono più ritmati rispetto ad alcune delle ballate dell’album e funzionano bene come singoli.
Qual è stata la canzone più divertente da creare e quale ti ha messo più alla prova?
Mi è piaciuto davvero lavorare su Flying Machine perché era stata prodotta alcuni anni fa da qualcun altro e non mi piaceva affatto la direzione che aveva preso. Insieme a Nick Block, il produttore di questo album, abbiamo trovato esattamente il tempo e il sound giusti e non potrei essere più felice del risultato.
Siamo molto curiosi del processo creativo dietro l’album. Ad esempio, come nasce di solito una canzone? Vengono prima le parole o la melodia?
Dipende. A volte mi vengono in mente delle frasi e inizio a costruire una melodia attorno ai testi che mi sono venuti in mente, oppure trovo una progressione di accordi che mi piace molto e poi ci metto le parole. Non ho un metodo rigido. Qualsiasi cosa può diventare una canzone.
Cosa speri che il pubblico colga da questo album, soprattutto in un momento in cui la profondità emotiva sembra sempre più rara nella cultura pop?
Spero che le persone riescano a rallentare e ascoltare l’album dall’inizio alla fine. A casa, io e Spencer ascoltiamo molti dischi in vinile, ed è il modo migliore per assorbire davvero un album.


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