Manuel Olivares, classe 1967, è un artista contemporaneo di origini campane che con i suoi quadri ci racconta come l’artificiale entra in sinergia con il naturale.
L’artista d’origine napoletana Manuel Olivares definisce la sua arte come una ricerca del rapporto tra uomo e spazio e la condizione umana creatasi in esso. Le sue opere non rappresentano mai luoghi specifici, come Napoli, la sua città natale, perché il messaggio che vuole trasmettere deve essere universale, accessibile a tutti. Descrive l’artificio, ciò che in natura non è presente, come una “stanza” creata appositamente dall’uomo al cui interno ci sono regole precise. Questa “stanza” allontanerebbe l’uomo da ciò che è aldilà.
Lo scopo per l’essere umano è sempre stato quello di migliorare la qualità della propria vita, ma è possibile che provando troppo a migliorare si finisca per peggiorare? La qualità della vita ha sempre più parametri per crescere, grazie anche all’evoluzione della tecnologia e medicina, ma all’uomo cosa rimane come contatto con la natura? A queste domande rispondono i quadri dell’artista in questione.


Quadri che permettono all’uomo di rimanere aggrappato alla dimensione naturale senza ignorare quella artificiale e che lasciano, nella loro semplicità complessa, spazio al mistero: concetto fondamentale per il loro l’autore. L’artista parla del piacere del mistero e di come la tecnologia, all’interno della nostra società, possa annullarlo.
L’essere umano, con presunzione, vuole sempre trovare una risposta per ogni quesito. Secondo quanto detto da Olivares, quando si parla di arte, bisogna saper apprezzare il “non sapere” e così egli cerca di raccontare attraverso le proprie opere. L’arte va intesa come un’espressione di un singolo che dà voce a una moltitudine. L’artista in questione, fa dialogare la natura, ormai messa in secondo piano dall’essere umano, con l’artificio, figlio anch’esso del mondo creato dall’uomo. “Li faccio muovere come se fossero delle piante, come se facessero parte del mondo” così Olivares descrive la sinergia tra il mondo naturale e quello che è il prodotto dell’uomo.

Ogni elemento concreto diventa metafora di un più ampio mistero cosmico. Nei suoi quadri, la spazzatura perde la connotazione di rifiuto per diventare pura arte, sollevando interrogativi radicali: perché una lattina abbandonata è spazzatura inquinante mentre la stessa lattina rappresentata in un’opera diventa arte? Questa riflessione lo porta a riflettere sul ruolo dell’artista di fronte alla crisi ambientale. Pur riconoscendo l’importanza di una posizione politica e sociale l’artista crede che il suo compito non sia quello di diventare un attivista, ma di far riflettere sulla condizione umana attraverso il linguaggio dell’arte, lasciando spazio al mistero e all’interpretazione.
Per esempio, un’opera a cui sta lavorando ritrae delle pinne, intese come protesi inutili che, facendo un parallelismo, potrebbero rappresentare l’eccessivo consumismo e il costante attaccamento alla tecnologia dell’essere umano. Queste “pinne” sono un potente simbolo di un’umanità che ha smarrito la sua capacità di adattamento, protesi di una civiltà disconnessa dal mondo naturale.
Le sue opere non si limitano a rappresentare il mondo, ma ci mostrano come potremmo guardarlo se solo imparassimo a vedere oltre le apparenze. L’arte per Olivares è una ricerca profonda che affonda le radici nel tempo, indagando il rapporto tra l’uomo e la terra che lo ospita. Relazione che, però, nel corso dei secoli si è trasformata in una frattura sempre più marcata, dove l’uomo ha costruito la famosa stanza artificiale che lo allontana dalla natura. La tecnologia e la scienza hanno anche contribuito a eliminare quel senso di meraviglia e incertezza che dona fascino alla vita. L’artista esplora questa frattura attraverso oggetti quotidiani come sedie tavolini o pinne che diventano proiezione della condizione umana.
Gli elementi artificiali si muovono in sinergia con quelli naturali in modo da abbattere le mura della stanza. Un altro aspetto che per l’artista è importante tanto quanto il mistero è l’errore, che per lui non è un limite, ma una possibilità. L’errore ci rende più umani, ma a differenza nostra, la natura non conosce errori: un vulcano che erutta non è considerato errore, ma parte di un processo più grande. L’artista sottolinea come l’arte debba liberarsi dalla paura di sbagliare fluendo senza costrizioni come un vulcano, pur mantenendo una solida base tecnica.



Tra i progetti e che hanno maggiormente soddisfatto il loro creatore c’è la realizzazione di un’opera pubblica per il Castello di Firenze, frutto di una gara vinta tra molti concorrenti. Un altro lavoro significativo è una scultura in Puglia, dedicata a una tragedia familiare, dove un crocifisso è rappresentato solo attraverso i chiodi e le ferite, senza il corpo, a simboleggiare che pur di trovare qualcuno da punire si finisce per accusare un uomo innocente. Quest’opera è un ulteriore specchio della società in cui viviamo dove conta più l’apparenza che la sostanza.
Da citare è anche il progetto Pulp Paintings, ispirato all’estetica Pulp Fiction e alla cultura pop, esplora il confine tra arte e cinema attraverso un linguaggio crudo e provocatorio. L’artista, partendo da riferimenti cinematografici, crea opere che mescolano oggetti quotidiani e narrazioni ambigue, sfidando le gerarchie artistiche. Si rifà allo spirito anarchico del pulp tra citazioni, ironia e mistero che per egli, come già citato, è molto importante. Il progetto è una riflessione sul potere delle immagini, tra cultura pop e domande esistenziali, rispettando a pieno lo stile dell’artista, ma con un gusto più frizzante e pop. Ogni opera è un invito a riflettere, a porsi domande senza pretendere risposte definitive, perché è proprio nell’incertezza che si nasconde la bellezza della vita.
“La più grande e prima invenzione umana non credo sia stata imparare ad accendere un fuoco o aver inventato la ruota… la prima, vera, invenzione umana, quella che ci ha consentito di progredire, è per me l’invenzione dell’errore. Tutto parte da quel momento, dallo scartare una modalità in funzione di un’altra, che diviene automaticamente sbagliata. Questo processo che ha avuto come scopo l’agevolazione della nostra sopravvivenza su questo pianeta ci ha allontanato sempre più dal pianeta stesso sino alla percezione e la divisione stessa di ciò che ci circonda in naturale/artificiale. Quello che cerco di fare nel mio lavoro è da una parte cercare di ricucire l’oggetto umano (le infinite protesi create dall’uomo) con l’ambiente… le linee dei miei soggetti giocano nello spazio con le medesime modalità di una pianta che cresce liberamente…dall’altra mettere in evidenza lo stridere di questo contrasto e le infinite domande che ne seguono…”
Manuel Olivares

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