Daisy Peluso, giovane artista pugliese classe 1995, propone un’arte innovativa dal sapore contemporaneo, ma con note classiche
Daisy nasce nel 1995 a Brindisi, in Puglia. Dopo studi liceali socio-psico-pedagogici, frequenta l’accademia delle Belle Arti a Lecce all’interno del dipartimento di Arti Visive, specializzandosi in fotografia e pittura. Terminò il suo percorso con una tesi intitolata “ESSERE”, che vede come protagonista l’essere umano. L’artista ha partecipato a diverse mostre e non sono mancate le premiazioni. La sua arte riesce ad omaggiare la classicità attraverso l’innovazione. Scatti fotografici utilizzati come mai prima d’ora: non più dei ritocchi digitali, ma manuali, realizzati tramite la pittura. Tra le sue opere un’attenzione particolare va a due collezioni di scatti fotografici: la prima, “In Beauty Veritas”, omaggia e reinterpreta quadri celebri ed avanguardisti di tutto il mondo, dalla “Ragazza con l’orecchino perla” di Vermeer che fa skincare, alla Medusa del Caravaggio, che impazzisce per mettere i bigodini, realizzato creando una vera e propria acconciatura.
La seconda raccolta di fotografie si intitola “Pavor Nocturnus”, dal sapore mediterraneo, che racconta attraverso l’occhio della sua autrice il mito del Lauro e la sua importanza all’interno della tradizione del Mezzogiorno. Racconto che pone le radici, insieme all’artista, in quella che è una cultura popolare fatta di leggende, tradizioni e magia.
Arte fresca, innovativa, contro gli schemi e con una buona dose di ironia. In una parola: geniale! Hai, però, ricevuto critiche nel tuo percorso artistico o ti hanno mai rifiutato un progetto perché considerato troppo azzardato? O hai sempre avuto feedback positivi?
Sicuramente, come qualsiasi artista, le porte in faccia le ho ricevute anch’io e ne riceverò ancora. Questo, però, fa parte del percorso di ogni artista e della vita di ognuno di noi.
Per rispondere alla domanda, mi viene in mente quando, durante il percorso che mi ha portata al conseguimento delle mie lauree, mi sono imbattuta in alcuni professori con una visione accademica dell’arte, che quindi non comprendevano completamente il mio stile. Ho iniziato con la pittura: raffigurando icone appartenenti al presente, ma che si rifacevano al passato. Nella mia arte c’è sempre stato un rapporto con l’antichità.
La fotografia mi ha aiutata a far comprendere meglio la mia arte in qualità di mezzo più diretto, questo perché arriva prima al pubblico. Iniziai con la pittura iper-realistica, da lì lo switch con la fotografia è venuto da sé, cercavo un modo per unire queste mie due passioni e renderle più coese. Ho sviluppato una tecnica dove intervengo direttamente sulla fotografia manipolandola e dipingendo direttamente sulle stampe, non limitandomi al semplice scatto, ma andando più in profondità e cercando di lasciare un segno nell’osservatore. I miei lavori si possono definire controcorrente o “forti”, ciò mi ha sempre entusiasmata e l’ho sempre vista come una sfida.
Hai scelto di specializzarti sia in fotografia che in pittura. In che modo ciò influisce oggi sulla tua produzione artistica?
Come ho affermato prima, è stata una scelta che mi ha permesso di arrivare maggiormente e velocemente al pubblico riuscendo ad esprimere al meglio il messaggio che si cela dietro la mia arte. Tendo a non seguire un percorso lineare, non mi piace, preferisco invece abbracciare diversi ambiti. Attraverso la mia sperimentazione fotografica, ovvero intervenire sulle fotografie, percepisco un senso di vitalità e di aver a disposizione diverse modalità espressive. Spero, inoltre, di trovarne ancora e riuscire ad esprimere la mia versione migliore: una versione di me che è riuscita a “scavare” a fondo ed andare oltre i miei limiti, in modo da far conoscere la mia arte, la quale è in continua evoluzione.
Qual è la mostra che hai sostenuto che ritieni più riuscita?
Sicuramente direi la mostra presso il C.I.F.A. (Centro Internazionale di Fotografia), per la settima edizione dei Giovani Artisti, dal titolo “Iconica”. Fu uno dei miei primi progetti fotografici, attraverso il quale ho capito quale fosse la mia strada. Ciò che facevo iniziava a prendere forma e ad essere compreso. Essendo all’inizio, avevo ancora un forte legame con ciò che facevo prima con la pittura. Mi è piaciuto vedere come il pubblico apprezzava e coglieva l’ironia e, in contrapposizione, il messaggio di denuncia che si celava dietro l’opera. Un’esperienza fantastica!
In che modo il tuo background pedagogico e psicologico influisce oggi sulla tua produzione artistica?
Inizialmente credevo di aver compiuto una scelta sbagliata nell’intraprendere questo tipo di percorso scolastico al liceo. Invece, sono stati argomenti che ho ritrovato durante l’accademia e che mi sono serviti.
Ad oggi, non mi pento affatto della mia scelta passata: mi rendo conto che l’arte è sociale, umana e filosofica. Racchiude queste discipline che, secondo me, ogni artista dovrebbe conoscere. È importante partire da noi stessi nella solitudine, in relazione con gli altri e lo spazio. Queste discipline ci aiutano a sviluppare un nostro pensiero e ad andare in fondo nelle cose, di conseguenza ci aiutano ad esprimerci e a comprenderci al meglio. Grazie allo studio e alla comprensione di quale sia la tecnica migliore per noi, come nel mio caso, si riesce ad essere più diretti. Sono discipline fondamentali che ancora oggi cerco di approfondire ed analizzare.



La tua è una ricerca anche sul materiale stesso: pigmenti naturali, invecchiamento manuale e tecniche miste. Quanto è importante per te il “fare con le mani” e la dimensione artigianale?
Tantissimo, perché è una mia ricerca personale. Sento la necessità di non esprimermi unicamente in una sola modalità, ma andare oltre. La manualità ha sempre fatto parte di me, fin da bambina. Provengo da una famiglia “artistica” a modo suo: mia nonna era sarta e mio padre lavora nel campo edile ed è appassionato di ogni tipo di creazione. Si può dire che io abbia ereditato la manualità, ma allo stesso tempo l’ho applicata a modo mio.
Anche il fattore sociale ha influito tantissimo per quanto riguarda la manipolazione fotografica e il cucito, mi sono ispirata a delle tecniche utilizzate nel Sud Italia. L’utilizzo dei pigmenti si rifà alla mia matrice artistica, ovvero la pittura. Mi piace utilizzare prodotti creati sul momento da me e non a livello industriale. Il processo di creazione avviene attraverso una “ricetta” ricavata da un mix di ingredienti naturali.
IN BEAUTY VERITAS
Che filosofia si cela dietro al progetto “In Beauty Veritas”?
Osservando il mondo, in particolare il mondo dei social, che ha preso sempre più piede nelle nostre vite, mi sono sempre interrogata su quale fosse il suo impatto sull’individuo. Scrollando una qualsiasi pagina social, si possono notare dei modelli di perfezione che ho messo a confronto con “l’antichità”, soprattutto in ambito artistico. Nei dipinti, in realtà, la perfezione assoluta non è mai esistita. Essa risiedeva nello sguardo dell’artista e di chi commissionava l’opera, entrambi mossi dal desiderio di rappresentare un’immagine secondo i canoni estetici dell’epoca, in particolare in quella antica o classica. Oggi i canoni sono cambiati. É meglio ritrovare l’imperfezione invece della perfezione perché l’imperfezione rende tutti belli e unici. Questa è la filosofia che si cela dietro al progetto “In Beauty Veritas” e anche dietro molti altri miei progetti.



Gli scatti indagano sugli effetti del presente sul passato e sulle ripercussioni del primo futuro. Come può la tua arte influenzare il quotidiano delle persone che la scoprono?
Ciò che vorrei è che chiunque, o comunque la maggior parte delle persone che osserva le mie opere, possano avere la consapevolezza, non tanto dell’immagine in sé , ma del messaggio che essa nasconde: ovvero gli effetti delle direzioni verso cui il mondo si sta muovendo, ad esempio l’intelligenza artificiale, “la perfezione” e il dover apparire piuttosto che essere.
Bisogna, invece, porsi delle domande: “cosa si può cambiare?”; “come si può migliorare?”; “bisogna far parte del gregge, seguendo la corrente, oppure fare la differenza nel proprio piccolo, lasciando una testimonianza migliore per le prossime generazioni?”.
Paragoni il corpo umano a un’opera d’arte “profonda e dal valore inestimabile”: puoi raccontarci come rendi visibile questo concetto nei tuoi scatti?
Sicuramente attraverso un parallelismo con il passato, paragonando persone comuni a personaggi storici o a ritratti molto famosi. Il fatto di scegliere di riprodurre opere così note, comunemente viste nei musei o sui libri d’arte e facendo riferimento a qualcosa che suscita subito l’attenzione, riportandoci alla memoria qualcosa di già noto, può essere un modo per far comprendere meglio quello che si sta osservando.
Con che criteri hai selezionato i/le modelli/e per interpretare le tue rivisitazioni di opere celebri?
Innanzitutto, parto da un punto di vista estetico, facendo una grande ricerca in base a quella che può essere una fisionomia simile al soggetto dell’opera. Nella parte di post-produzione, alcuni tratti vengono sistemati in modo che sia ancora più somigliante. Ad ogni modo, ancora prima si cerca di fare un lavoro che possa riportare al determinato personaggio e che il modello sia il più somigliante possibile attraverso il make-up.



Usi il tuo stesso corpo nel progetto. Quanto è stato difficile metterti in gioco così direttamente?
Sicuramente è difficile. Non sono una persona che ama apparire nei progetti, mi piace di più stare dietro le quinte. Però, in molti casi, è necessario. È bello quando l’artista si mette in gioco a 360° e si “denuda”, è come se si mostrassero maggiormente le fragilità. Questo può essere un modo per dire al pubblico: “state guardando una mia creazione”.
PAVOR NOCTURNUS
Vorremmo parlare del progetto “Pavor Nocturnus” e della tradizione del Mezzogiorno. Ti sei ispirata in particolare alla Puglia, la tua regione, o in generale a tutto il Meridione?
Nel meridione il Lauro (Laureddu nel nostro dialetto), è una leggenda molto diffusa, ma in maniera un po’ differente in base alla regione. In questo caso mi sono ispirata principalmente alla Puglia, al “Tacco”, nello specifico alla tradizione del Salento. È un racconto che io sento sin da quando sono bambina, dai nonni e i bisnonni che raccontavano questa storia mettendo anche un po’ di tensione nei bambini. Di base era proprio questo lo scopo finale, anche se in realtà le persone più anziane erano convinte di ciò che raccontavano.
Il titolo, “Pavor Nocturnus”, si rifà a vari studi psicologici, nello specifico proprio al timore notturno – ovvero i “risvegli”. È associato alla sensazione subito dopo la fase REM, in cui il corpo si trova in uno stato tra sonno e coscienza e riesce a svegliarsi, quasi come se fosse forzato a uno stato di immobilità a cui spesso si uniscono stati di ansia e paura. Ho preferito scegliere il titolo “Pavor Nocturnus” piuttosto che “Lauro” per ricordare che, in realtà, molte volte è proprio la nostra immaginazione che ci porta a rappresentare qualcosa che non esiste, ma che ci affascina tantissimo.






Come nasce l’interesse per la figura del Lauro e per la mitologia popolare del Mezzogiorno?
Per le persone anziane il lauro, preso dalla mitologia, è un personaggio realmente esistito, erano così convinti dei loro racconti da far credere che esistesse realmente. Venivano raccontati episodi in cui era stato visto questo piccolo diavoletto, quindi è una cosa che mi ha sempre appassionata e che ho sempre voluto raccontare in qualche modo. Con questo progetto ho avuto modo di portarlo in vita.
Il “Pavor nocturnus” è un disturbo del sonno terribile e molto potente: come sei arrivata a collegarlo al Lauro?
Come dicevo prima, tempo fa molte cose non si conoscevano a causa del contesto sociale in cui ci si trovava, a causa del basso livello di conoscenza, soprattutto delle famiglie più umili e povere. Oggi, grazie agli studi della psicologia e della sociologia, si è avuto modo di poter comprendere che tempo fa si credeva a molte cose proprio per esorcizzare le paure, per avere rassicurazioni e per cercare un colpevole rispetto al nostro disagio. Mi piaceva questo mito in particolare perché si rifà un po’ al mio percorso.

Qual è il tuo rapporto con la tradizione pittorica classica?
Direi che il mio rapporto con la tradizione pittorica classica è totalizzante perché voglio che la mia fotografia sia pittura. In effetti, la fotografia è già pittura in sé dal momento che il termine stesso significa “scrivere con la luce”. Proprio perché i miei studi nascono con la pittura, la fotografia diventa pittura stessa. Quindi l’arte e la pittura classica del passato è stato non solo un trampolino di lancio, ma ancora oggi è parte integrante della mia fotografia.
Quali tecniche fotografiche e, successivamente, di editing sono state applicate?
Non tantissime, perché non mi piace esagerare. Preferisco evitare l’ausilio dell’intelligenza artificiale, oppure del fotomontaggio e quant’altro. Prediligo avere uno scatto ben fatto sin da subito, quindi preparare una scenografia, un qualcosa di preciso nei minimi dettagli in modo da intervenire il meno possibile in fase di post produzione. Sicuramente c’è una miglioria a livello di luci, a livello di imperfezioni o nell’aggiunta di qualche dettaglio come il sangue nel caso della testa di Medusa. Però per il resto, non mi piace intervenire troppo, piuttosto preferisco farlo successivamente in fase di stampa, ad esempio con l’invecchiamento, la colorazione a mano o con il cucito.

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