Dai lenti paesaggi siciliani alle caotiche città come Londra, Marta racconta la nascita di The Way Back, una capsule collection FW22 rivoluzionaria ed ispiratrice caratterizzata dai materiali della terra e da mani esperte artigiane.


Marta Spampinato, una giovane promessa nel mondo della moda, dà vita a una capsule collection che intreccia le sue radici siciliane al design dei suoi abiti. Laureata con 110 e lode all’Accademia Euromediterranea Harim di Catania, si definisce un’amante della sperimentazione, guidata dalla maestria degli artigiani.
In quest’intervista, Marta ci racconta il suo percorso creativo, le sue fonti d’ispirazione e il valore di una collezione considerabile rivoluzionaria, che lascia spazio all’arte manifatturiera, esaltando la qualità data da una produzione totalmente manuale. Attraverso il contrasto tra mondi opposti – la lentezza delle aree mediterranee e la velocità delle grandi metropoli urbane – Marta ci svela molto più di un semplice processo creativo.


Puoi raccontarci un po’ di te e del tuo percorso nel mondo della moda? Cosa ti ha spinto a diventare una designer?


Ho sempre amato tutto ciò che è fatto a mano: mi piace sperimentare, giocare, creare e fare ricerca, soprattutto sui materiali. Quando è arrivato il momento di scegliere il mio percorso di studi, ho iniziato dalla grafica, perché il mio sogno era occuparmi delle copertine dei magazine di moda. Ad ogni modo, dopo il liceo artistico, ho deciso di proseguire con il fashion design, per comprendere a 360 gradi il mondo della moda e poi collegarlo alla parte grafica ed editoriale.
Nel corso degli anni, però, qualcosa è cambiato: mi sono innamorata del design, allontanandomi dalla grafica. Mi affascina l’idea di raccontare una storia e trasmettere un messaggio attraverso gli abiti. In generale, ho sempre amato creare cose con le mie mani, la parte progettuale è infatti quella che mi piace di più.
Ho iniziato il laboratorio sartoriale in accademia e, successivamente, ho frequentato un corso di pelletteria, perché il design degli accessori mi affascina molto. È stata una grande scoperta perché mi sono resa conto che il lavoro in pelletteria mi piace forse ancora di più di quello sartoriale. Nella sartoria bisogna essere molto precisi, e questo a volte mi pesa, mentre nella pelletteria si può sperimentare in modo più “grezzo” e meno rigoroso.
Un’altra mia grande passione è l’illustrazione, che ho approfondito molto durante gli anni accademici e che vorrei continuare a coltivare. Mi piace sperimentare, rinnovare e dare nuova vita agli abiti trasformando vestiti vecchi o troppo usurati in qualcosa di completamente nuovo.


Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?


Per la mia capsule collection accademica The Way Back mi sono ispirata molto ad Antonio Marras, un designer italiano che sento particolarmente vicino, forse perché, come me, è molto legato alla sua terra. Mi ha influenzato anche Franco Arminio, un punto di riferimento anche per lo stesso Marras. Ci accomuna il concetto di lentezza e l’attenzione alle forme, elementi che amo nelle sue collezioni.
Un’altra grande ispirazione per me è Jacquemus: mi affascina il suo legame con la terra e il modo in cui racconta i paesaggi francesi, che trovo molto simili a quelli del mio Mediterraneo. Ricordo una sua sfilata tra le spighe di grano: vivo a pochi minuti da campi che offrono la stessa vista, ed è una connessione che sento molto forte.
Infine, mi ispira Alessandro Michele, soprattutto per il suo approccio storico e la sua ricerca multidisciplinare; infatti, lui fa tanta ricerca, non solo dovuta alle forme, ma soprattutto mi piace il fatto che crei dei layer attraverso lo studio multidisciplinare delle cose, spaziando dalla moda, al cinema, all’arte e politica. Questo è un aspetto in cui mi riconosco molto, perché anch’io amo fare questo tipo di ricerca.


Qual è stata la scintilla iniziale che ha dato il via alla creazione di The Way Back?


Tutto è iniziato da una canzone, The Way Back di Solomun. Inizialmente non avevo ancora un’idea chiara del tema della collezione, anzi, ero quasi in ritardo con le consegne in accademia. La canzone è solo musica, senza parole, ma le sue vibrazioni mi trasmettevano una sensazione contrastante: da un lato mi spingevano avanti, dall’altro mi trattenevano.
Da qui ho iniziato a sviluppare due mondi opposti. Ho iniziato a scrivere perché, prima di creare una collezione, mi butto nella scrittura. È stato proprio scrivendo che ho individuato il contrasto tra due dimensioni che ho creato io stessa: una velocissima e l’altra estremamente lenta. Mi sono chiesta perché fossi arrivata a questa idea e ho capito che tutto derivava dal mio forte legame con la mia terra. Leggendo Arminio, ho riconosciuto in me la sensazione di un Mediterraneo interiore, che mi lega alle mie radici e mi fa sentire la lentezza della vita. Lui descrive i contadini che lavorano in modo lento e con le proprie mani, ed è qualcosa che sento profondamente.
Dall’altro lato, ho pensato alla mia esperienza a 16-17 anni, quando per la prima volta mi sono trovata a Londra. Lì tutto era frenetico, al punto che persino sulle scale mobili bisogna tenere la destra per lasciare spazio a chi ha fretta. Questo contrasto mi ha affascinato: due mondi completamente opposti che però, in questo istante, coesistono allo stesso momento. Ho cercato di esprimere questo dualismo attraverso le forme della mia collezione. I capi hanno un’estetica urbana: ci sono bomber con cappucci che evocano i pomeriggi piovosi di Londra, ma sul retro ho applicato francobolli che ho trovato in un mercatino vintage di Catania. Li ho fatti ingrandire, stampare su tela e ricamare, mescolandoli con punti luce, paillettes e pietre. Tra queste, c’è anche lo zolfo, mentre all’interno dei bottoni in resina della camicia ho inserito spezie come la cannella, che mi ricorda i dolci della mia infanzia, quando la nonna la usava per aromatizzare la ricotta dei cannoli.


Qual è il messaggio principale che vuoi trasmettere con questa collezione? C’è un’emozione specifica che vuoi far provare a chi la osserva o indossa?

Torno a Franco Arminio, perché durante la sfilata finale di questa collezione la colonna sonora era un mix particolare: una canzone di Fritz Kalkbrenner in cui si sente l’apertura delle porte della metro di Berlino, evocando il mondo urbano, seguita da un sottofondo di Paul Kalkbrenner e dalla voce di mia nonna che recita una parte della poesia intitolata “Abbiamo bisogno di contadini” di Arminio: “Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.”
Il messaggio che voglio trasmettere è l’importanza del ritorno: tornare alle cose semplici che ci fanno stare bene, che ci radicano nei valori e ci fanno sentire vivi. È bello trovare un equilibrio tra il veloce e il lento, tra innovazione e tradizione.


Quali elementi definiscono lo stile della collezione?


La mia collezione è no gender: non ci sono capi pensati esclusivamente per uomo o donna, le forme si mescolano liberamente. Mi ispiro molto a Miuccia Prada e preferisco evitare silhouette tradizionali e vite strettissime, creando forme fluide e oversize che accompagnano il corpo, avvolgendolo. Da questo concetto, mi è venuto in mente il concept per lo shooting fotografico, nel quale avevo diviso i look sia per uomo che per donna, ma effettivamente potevano essere vestiti unisex. Le foto sono state scattate ai Calanchi di Centuripe, in Sicilia, un luogo che riflette lo spirito della collezione.
Uno degli elementi distintivi sono i guanti in lana con una forma volutamente cadente. Ho aggiunto dei lacci nel caso si volesse tenerli fermi, ma l’idea era proprio di accentuarne la morbidezza e il movimento naturale.


Hai sperimentato materiali o tecniche particolari? Abbiamo notato che hai utilizzato miele, zolfo e spezie: puoi raccontarci di più riguardo a questi materiali?


Volevo creare una sorta di “ricetta” con gli elementi del mio territorio, dando loro valore attraverso il design. Ho pensato di incapsularli in gioielli e accessori, come bottoni, spille e il manico di una borsa. Le spille, ad esempio, sono state realizzate da artigiane che hanno ricamato perline una a una per riprodurre la lavanda e le spighe di grano. La borsa, invece, ha un manico in resina plexiglass con all’interno del miele: un dettaglio speciale perché il miele cambia nel tempo. In inverno diventa solido, dorato e cristallino, dando un effetto di preziosità, mentre in estate si scioglie, diventando di un colore più scuro, quasi simile alla ruggine, e fluido, con una bolla d’aria che si muove all’interno. Ho usato anche la cera d’api, recuperata da un contadino, tagliata e sigillata in bottoni di resina che ho forato manualmente con il trapano. C’è stato un enorme lavoro dietro ogni pezzo.

Quindi hai collaborato con altri professionisti o artigiani per questo progetto, giusto?


Sì, ho lavorato con diversi artigiani. Per la borsa con il manico in resina e miele, ad esempio, ho creato il design e il cartamodello, ma è stato un artigiano ad aiutarmi a confezionarla. Le spille, invece, sono state realizzate a mano da artigiane esperte nel ricamo delle perline.
Amo lavorare con gli altri, sono del parere che non possiamo saper far bene tutto, spesso bisogna rivolgersi a persone specializzate. Soprattutto, mi piace dare valore alle persone che sanno fare bene il loro lavoro.


Qual è il look che ti soddisfa di più?


Sono molto affezionata all’abito ruggine, che include anche la borsa con il manico in miele. Un altro look che amo particolarmente – e che ha ricevuto molti feedback positivi – è quello con la gonna a palloncino e il gilet.


Se dovessi descrivere questa collezione con una sola parola, quale sarebbe?


“Leggerezza”, oppure “ritorno”, nel senso di ritorno alle origini.

Come descriveresti il tuo processo creativo? Parti da un’idea, un’immagine o un’esigenza?

Durante l’accademia ho disegnato molte collezioni, ma spesso i vincoli limitavano la creatività poiché il processo non è così visionario, in quel caso mi sono affidata alla ricerche di immagini o forme, oppure si partiva da un tessuto. Ora che posso creare liberamente, l’ispirazione arriva in modi inaspettati: da una poesia, una canzone, una melodia. Recentemente ho realizzato un’illustrazione basandomi completamente su una canzone. L’ispirazione può nascere ovunque, è qualcosa che semplicemente accade.

Qual è stata la sfida più grande nella realizzazione di questa collezione?


In pochi mesi ho dovuto creare cinque look. Sembrano pochi, ma realizzarli da sola è stato un lavoro enorme. Ogni look aveva diversi elementi: ad esempio, quello con la gonna a palloncino includeva la gonna, una t-shirt ricamata, un gilet con cerniera, bottoni in resina, spille e molti altri dettagli.
La realizzazione dei cartamodelli non è così difficile se si riesce a trovare il tempo, ma la realizzazione e la cucitura sì. Ho finito un gilet alle quattro del mattino, la notte prima della presentazione. Essendo la mia prima collezione, mi ero imposta di fare tutto da sola, ed è stata una grande sfida.

Ripercorrendo il percorso di The Way Back, c’è qualcosa che ti ha sorpresa di te stessa?


Sì. Nonostante tutte le difficoltà, quando ho visto la mia collezione sfilare per la prima volta, ho provato un’emozione incredibile. Prima di quel momento non mi ero mai fermata a farmi i complimenti, ma dietro le quinte ho pianto e mi sono detta “Brava”. Ci saranno sempre cose che si vogliono cambiare e migliorare, ma quella era la mia prima collezione e l’avevo fatta tutta da sola. È stato un momento speciale.

Se dovessi lasciare un messaggio a chi sogna di entrare nel mondo della moda, quale sarebbe?

Quando ho iniziato, cercavo di contattare ragazzi e ragazze già nel settore, ma ho capito che non esiste un unico percorso: ognuno ha il suo. In passato mi colpevolizzavo per essere diversa dagli altri e per non seguire le tendenze, la moda può essere anche una gabbia che ti blocca.
Il mio consiglio è: trovate il vostro modo di fare moda senza lasciarvi condizionare. Io ho trovato la mia strada solo dopo l’accademia. Studiare moda è utile per capire il processo creativo, ma poi bisogna scegliere come interpretarlo. Io rifarei l’accademia, ma a volte penso che un laboratorio artigiano possa insegnare più: lì si impara a lavorare in maniera più autentica.

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