“La falsità d’essere vivo” è il titolo della raccolta di racconti di Stefano Labbia
“Ma la vita a volte decide la tua strada: sogno o non sogno, dovrò continuare a vivere. Ricostruire me e la mia casa. La mia anima e il mio mondo.” Così scrive Labbia sulla copertina del suo libro. Stefano Labbia, classe 1984, è uno scrittore, sceneggiatore e autore di comics e graphic novel italo-brasiliano. “La falsità d’essere vivo” è un’opera definita di profonda rilevanza emotiva e intellettuale. Il titolo è stato scelto non in funzione d’accusa, bensì come constatazione. L’autore accompagna i lettori in un viaggio alla ricerca di cosa significhi davvero essere vivi. Un libro destinato a cambiare per sempre chi lo legge.

Da dove nasce la sua passione per la scrittura?
Ho iniziato a scrivere sin da molto giovane. Ho cominciato con piccoli racconti e poesie. Nel 2016, grazie a una piccola casa editrice, ho esordito come poeta, e da lì non mi sono più fermato. Ho trovato sempre nuovi modi per sfidare me stesso. Ogni modalità e linguaggio in cui si veicola il proprio pensiero è diverso, ed ha canoni e regole propri. Ho sempre cercato di far tesoro del passato di chi ci ha preceduto e mi sono immerso in quello che è diventato il mio vero e proprio lavoro. Inizialmente ho anche fatto diversi mestieri: una volta uscito dalla scuola professionale ho esercitato la mia professione, e successivamente ho dirottato la mia attenzione verso il marketing. Da otto anni percorro la strada dello scrittore, che ha alti e bassi ovviamente, perché – specialmente in Italia – la cultura non è esattamente la strada più facile da intraprendere a livello professionale.
Qual è stato il suo scritto che più l’ha soddisfatta come risultato?
Ogni storia ha una sua tipologia. Nonostante quello che può essere il genere, ha poi inevitabilmente un target diverso. Faccio un esempio con “Dragon Way”, il mio primo euromanga, che uscirà a breve: è destinato a un pubblico giovane, quindi non posso aspettarmi che venga letto, per esempio, da chi legge le mie poesie. Questo incide anche sul linguaggio da utilizzare e sui canoni, che ovviamente sono legati al genere.
Io personalmente sono soddisfatto quando riesco non solo a ricevere un feedback sia dalla critica che dal pubblico, ma soprattutto quando i miei scritti vengono presi come modelli o comunque utilizzati per generare altro. Faccio un altro esempio: vi sarete sicuramente accorti, cercando sul web, che sono stato tra i primi in Italia a lanciare quello che reputo un connubio immediato tra arte e beneficenza. Dopo aver lanciato uno dei miei primi progetti – una raccolta di racconti fantasy per sostenere un’importante causa, quella di A.S.R.O.O – ho notato che altri progetti paralleli hanno preso vita, realizzati da altri scrittori. Questo mi fa piacere, perché è uno stimolo e, nel senso buono del termine, “arte imita arte”.
Sappiamo che si è dedicato non solo alla scrittura di libri, ma anche al teatro, alla sceneggiatura e alla regia cinematografica. Ci può parlare di più di queste esperienze?
Sì, è un contesto completamente diverso rispetto alla mia provenienza a livello culturale. Lo scrittore è un mestiere molto solitario, salvo rare eccezioni, quando magari si costruisce una storia a più mani. Immettersi, anche facendo timidamente i primi passi, in quella che è una vera e propria macchina dell’intrattenimento non è semplice, specialmente nel nostro bel Paese, perché c’è un po’ di chiusura. Ce ne siamo resi conto volendo mettere in scena i miei spettacoli teatrali. Sono quattro: due commedie e due drammi.
Il problema sta – anche se è brutto da dire – nel fatto che è un mondo a numero chiuso ed è difficile riuscire a scardinare certi dogmi che, purtroppo, negli anni si sono costruiti. Ovviamente non è sempre così: ci sono eccezioni. Troverai comunque chi crede nel progetto, al di là del nome che porti e delle dinamiche.
L’esordio alla regia è stato quasi tragicomico. Una volta successe che io e i miei colleghi stavamo aspettando il regista sul set, e lui ci chiamò all’ultimo secondo dicendoci che era influenzato e non poteva venire. Noi eravamo già tutti pronti, e io dissi: “Perché rimandare?”. Così mi sono improvvisato e ho osato un po’. È andata abbastanza bene, visto che poi siamo arrivati – se non ricordo male – tra i top 20 o top 10 del contest Infinity Mediaset 2016, votato dal pubblico. Quindi, in ogni caso, fu un successo.
Ciò mi ha spinto a continuare, più che verso la regia, nella creazione di mondi che potessero coinvolgere anche target diversi.
Un’altra esperienza da citare è quella con Black Robot Publishing, la casa editrice inglese che poi ho ceduto. Pubblicavamo sia sul mercato inglese che su quello italiano.
Al giorno d’oggi si legge molto meno rispetto, per esempio, agli anni ’80, ovviamente perché sono subentrati interessi diversi e sono aumentati gli stimoli. Dunque, ho sentito l’esigenza di non creare qualcosa a tavolino, ma di ragionare sulla storia che avevo ideato, e scegliere poi il media giusto a cui associarla.
L’esempio più immediato è Fear, uno dei miei primi prodotti televisivi. La mia casa di produzione inglese, Black Robot Entertainment, aveva avviato la pre-produzione del pilot prima del Covid, poi purtroppo tutto è stato smantellato. Ovviamente lavoravamo su più fronti. Alcuni prodotti sono più facili da trasformare in un fumetto piuttosto che in un videogioco, quindi hanno più possibilità di abbracciare la tanto amata transmedialità. La mia è stata più un’esigenza legata al raggiungere un pubblico diverso.
Viste le sue origini, ha ancora legami con il Brasile? Il suo libro è disponibile anche lì? Secondo lei il Brasile ha un approccio diverso alla lettura rispetto all’Italia?
La raccolta è disponibile ovviamente in lingua italiana su Amazon, quindi in tutto il mondo, ed è ordinabile tramite codici SBN grazie alla distribuzione estesa: è ordinabile anche in Brasile. Arriva dappertutto con la convenzione stipulata da Amazon con le varie catene.
Per quanto riguarda il Brasile, ho legami con questo Paese, anche se non ho ancora avuto la fortuna di visitarlo. Mio nonno nasce a San Paolo, quindi sento un forte legame con quella cultura e comunità.
Sono nato a Roma, quindi sono italiano, ma ho avuto la fortuna di lavorare con artisti brasiliani, tra cui Vinicius de Sousa, uno dei massimi esponenti a livello fumettistico del Brasile. Vinicius ha vinto numerosi premi, e stiamo lavorando su due graphic novel: “Atomic” e “Shona“.
Anche confrontandomi con lui, abbiamo visto che in Brasile il fumetto prende molto piede a livello culturale. È un valore aggiunto questo tipo di narrazione, che – se ci pensiamo – si avvicina molto al cinema, eccetto per la mancanza del sonoro.
Uno dei media più completi secondo me è proprio il fumetto, perché mixa sapientemente la parte narrativa con quella visiva. Ha un impatto diverso rispetto, magari, a un libro che richiede concentrazione.
Al contrario, il fumetto scorre, grazie alla parte visiva che cattura, specialmente se è a colori.
In Italia, almeno negli ultimi anni, si è fatto purtroppo un passo indietro nel campo del fumetto. Infatti, la maggior parte degli editori continua a ristampare le “vecchie glorie”, che vanno benissimo – non dobbiamo dimenticare il passato – ma bisogna anche vivere il presente.
All’estero ci sono saghe indipendenti che, una volta accolte da un certo pubblico, diventano mainstream. Gli editori rischiano, assumendosi il cosiddetto rischio d’impresa.
Qui in Italia, purtroppo, non è così. Parlavo tempo fa con un famoso editore, che mi disse: “Sì, il tuo progetto è molto bello e interessante, però io so che, se faccio quelle 20 copie basandomi su un autore famoso, le vendo in fiera e ho un ritorno economico. Così non rischio di fallire, ma neanche di abbracciare un grande successo”.
L’esempio più eclatante, per quanto mi riguarda, è “Killer Loops“, primo volume che quasi nessuno voleva stampare. È stato pubblicato da una casa editrice del sud Italia e lo abbiamo portato avanti in pieno periodo Covid, quindi in condizioni molto difficili anche per le ristampe.
Questo dimostra che, se un prodotto è fatto bene e ha qualcosa da dire, il pubblico c’è e risponde. Non dobbiamo neanche passare il messaggio che non si legga o che i giovani non leggano, perché non è così. I giovani leggono, vogliono leggere e amano la cultura. Ma bisogna saperli stimolare. Se non gli dai nulla, o proponi solo ristampe, ovviamente suona diverso ai loro occhi. Bisognerebbe riflettere su queste cose, altrimenti navigheremo in cattive acque.
“La falsità d’esser vivo” esplora le sfaccettature della vita e la ricerca del benessere mentale. Cosa l’ha spinta a scrivere questa raccolta? C’è stato un evento d’ispirazione particolare?
Io, come tutti gli scrittori, mi guardo molto intorno. Sono una spugna che assorbe conversazioni, eventi, situazioni, e quindi mi faccio tantissime domande. Non ho le risposte, quindi le chiedo poi al pubblico attraverso – in questo caso – i racconti.
La raccolta viene definita satira sociale, ma spero che ci sia molto di più. Sono racconti che stimolano, o vorrebbero stimolare, il lettore con domande.
Porsi domande è importante, anche perché – come dico sempre – le domande sono quasi sempre oggettive, mentre le risposte sono quasi sempre soggettive.
Non ho interesse a dare la mia versione, perché ognuno ha una versione propria. Ma stimolare il lettore a trovare la sua verità, quella che per lui è la verità, e farsi delle domande: questo credo sia lecito.
Nei suoi racconti affronta il tema dell’accettazione di sé e del confronto con la realtà. Crede che oggi sia più difficile per le persone essere autentiche ed abbandonare le proprie “maschere”?
Dipende, dipende da tanti fattori. Diciamo che, se dobbiamo legarci a un discorso di social e a quel tipo di “realtà” — ma alla fine non è realtà, come sappiamo tutti — è difficile, perché poi inizia quel meccanismo di difesa che spesso e volentieri si lega al confronto, al paragone, e quindi c’è tutto quel filone di voler essere qualcuno e qualcosa che alla fine non si è. Quindi, lì si crea una confusione e diventiamo “Uno, nessuno e centomila”, perché purtroppo quel tipo di stimolo è uno stimolo molto pericoloso, soprattutto per la gioventù. Chi è maturo riesce, comunque bene o male, a capire determinati meccanismi, ma chi non ha esperienza inevitabilmente può cadere in quei meccanismi di confusione, e non riesce, anche pur volendo, ad essere vero. Quindi sì, è molto difficile, specialmente per i giovani, riuscire a trovare un’identità e ad essere veri, perché in un mondo in cui la falsità non è intesa come ipocrisia, ma come non essere chi si è, diventa veramente qualcosa di pericoloso.
Come si può arginare?
Onestamente non lo so. Qualcuno, forse un po’ semplicisticamente, proponeva l’accesso solo ai diciottenni, ma io ho conosciuto, durante gli incontri nelle fiere del fumetto e alle presentazioni, tantissimi ragazzi delle scuole medie e superiori di una maturità incredibile, e ragazzi magari di 20, 25, 30 anni che la maturità non sapevano nemmeno dove stesse di casa. Dipende molto dalla propria persona, da dove si è cresciuti, dagli stimoli che si sono ricevuti, accolti o appunto allontanati. Quindi, non credo che mettere l’obbligo di inserire un documento di identità sia una forma di protezione. Non credo inoltre che ci sia una soluzione. Qualcun altro ha proposto di fare dei corsi sull’utilizzo dei social, ma anche quella non è una soluzione percorribile. Onestamente, se si sa utilizzare uno strumento, si ha quantomeno una piccola misura di tutela. Ma poi entriamo troppo nello specifico, ad esempio sul cyberbullismo. Il mondo dei social, il mondo virtuale, in alcuni casi paradossalmente diventa più reale del mondo che viviamo quotidianamente.

I suoi personaggi sono complessi e autentici. C’è qualcuno in particolare che sente più vicino o che è nato da esperienze personali? Questo libro l’ha cambiato?
Io, come quasi tutti gli scrittori, scrivo quello che so. Mi spiego meglio: non solo raccolgo le mie esperienze, ma anche quelle di chi mi sta vicino, quelle che, insomma, vivo per interposta persona. Quindi, il fatto di scrivere — esattamente come faccio con le poesie — può essere un’arma a doppio taglio, sia per me scrittore sia per il lettore, perché spesso alcuni detrattori dicono che, per quanto riguarda le poesie e la raccolta di racconti, rimangono sconcertati dalle emozioni. Scrivendo di getto, e ovviamente poi ricorreggendo e rielaborando, ma restando sempre con quel mio modo di scrivere, mi accorgo che non è una lettura facile per tutti. Però, inevitabilmente, quello che leggiamo, che assorbiamo, che ascoltiamo, che vediamo, in qualche modo ci cambia, ci delinea. I prodotti veri, con un contenuto all’interno, inevitabilmente spingono a farti delle domande sul tuo passato, sul tuo futuro, sul tuo presente, ed è come se rimescolassero le carte della tua vita, e ovviamente a volte cambiano addirittura le priorità. Io ci credo. Forse sono l’ultimo degli utopici, però credo davvero che un libro, una canzone, un film, una serie TV possano cambiarti la vita, aiutarti a superare un ostacolo, riconoscerti in un personaggio e quindi vedere i suoi errori e non commetterli a tua volta, o spiegarti perché sei in quella situazione.
Se potesse descrivere “La falsità d’esser vivo” con tre parole, quali sarebbero?
Irriverente, vera… mi vengono in mente solo queste due parole.
Quali sono, secondo lei, i pro e i contro dell’editoria indipendente rispetto a quella tradizionale?
Io ho fatto una scelta, non perché non avessi proposte da piccola e media editoria, ma per il semplice fatto che, quando lavori a un’opera che richiede impegno, dedizione, studio e tanto sacrificio — un’opera con un contenuto, ad esempio storico o di altra natura, che assorbe veramente tanto — uno è disposto a dividere, diciamo, la fatica, le gioie, i dolori, gli onori. Però poi ti rendi conto che quello che dividi sono solo i guadagni. So che potrebbe sembrare controverso come discorso, però ciò ti spinge ad avere un’indipendenza — e non solo a livello creativo. Perché poi non hai molta libertà, anche nella scelta della copertina, banalmente, o nella scelta del contenuto. Io ovviamente non farò il nome dell’editore, però anni fa trattammo con una delle mie graphic novel che doveva uscire.
Parlavamo di Shona, una guerriera che vive in un ambiente maschilista e medievale, e che diventa poi un faro per tutti i regni del suo mondo, combattendo le ingiustizie. L’editore mi disse sì, però specificò che nel loro catalogo non avevano elementi LGBTQ e quindi non volevano avere questo personaggio. Sono rimasto allibito, perché — ovviamente sapendo come ho costruito la storia — c’è un motivo per cui l’ho resa protagonista. Quando ricevi una risposta del genere, capisci che non si tratta più solo di libertà creativa, ma anche di libertà in generale. Cremisi, uno spin-off di una graphic novel (Super Santa), ha come protagonista un giovane padre single afroamericano. Un “grande” editore italiano mi disse di non volerlo come protagonista. Ed eravamo nel 2019, non nel 1930… cosa che non sarebbe giustificabile comunque. Quando ricevi risposte così, te le fai due domande. Non è solo il lato economico, ma soprattutto quello creativo.
Io voglio raccontare quella storia perché credo in quella storia e credo che meriti di essere raccontata. Quando invece, di pubblicare una storia che ha un valore, che può scatenare un impatto, ne preferisci una copiata e incollata dal web che sì, ti strappa un sorriso, ma non ti dà nulla… ecco, non mi sento vicino a quel tipo di editoria. Io e tutto il mio team abbiamo fatto una scelta di autonomia: abbiamo il 60% invece del 20% di ricavi, ma — ripeto — più che il discorso del guadagno, è stato veramente un discorso di libertà creativa. Purtroppo, in Italia ma anche parzialmente all’estero, ci sono tante situazioni in cui questo tipo di libertà non è permessa. Quindi, finché Amazon resisterà, finché gli altri canali resisteranno — spero a lungo — avremo comunque una pluralità di contenuti.
Che consiglio si sente di dare a dei giovani scrittori emergenti?
Ogni libro, ogni idea, ogni storia ha un mercato, ha un lettore che cerca quel tipo di storia. Quindi: non lasciatevi abbattere da nessuna porta chiusa in faccia. Fate il vostro percorso: auto-pubblicate o pubblicate con editori cosiddetti “minori” — anche se in realtà mi secca usare questa definizione, perché non esistono editori minori. Ci sono tanti editori che, purtroppo, a livello distributivo non riescono a raggiungere le grandi catene, ma che pubblicano tanti titoli validi. Non faccio nomi, però tanti giornalisti, tanti autori hanno detto “no”. Ma non dobbiamo spaventarci.
Purtroppo, c’è un calo delle vendite nell’editoria perché non si legge più come prima. Ma — come abbiamo detto poc’anzi — in realtà non è proprio così. Dipende molto dai titoli che vengono immessi sul mercato. Ora sembra contare più chi scrive, che cosa scrive. Un giovane appena uscito da un reality riesce a vendere di più… dipende da tante cose. Però personalmente, quando ho tempo libero (che è poco, veramente poco), vado a cercare giovani autori, autori emergenti. Vado nelle librerie di produzione familiare — quelle poche che purtroppo, dopo il Covid, ancora resistono. Tante, tantissime sono state chiuse. Quindi: non vi abbattete, continuate a martellare, perché poi c’è un posto per tutti. Io lo dico sempre anche nel mondo dell’intrattenimento: quando mi dicono “non c’è mercato”, io rispondo che creiamo noi la domanda, e creiamo noi l’offerta.
Siamo noi che decidiamo cosa consumare, cosa leggere, cosa vedere. Anche questa è libertà, no? La libertà di scegliere una cosa piuttosto che un’altra, di dare sostegno, supporto a un autore giovane piuttosto che a qualcuno che pubblica ma non ha nulla da dire.
Come vede la narrativa contemporanea oggi? Pensa che ci sia spazio per opere introspettive come la sua in un mondo sempre più veloce e digitale?
L’editoria è un mercato molto altalenante. Ci sono quei quattro-cinque colossi che comunque dominano, e avendo un grande battage pubblicitario riescono a spingere un tipo di genere piuttosto che un altro. Penso al filone fantasy, che fino a qualche tempo fa andava forte, poi è stato sostituito dal distopico… e poi ci sono periodi storici dominati da un genere, semplicemente perché viene più spinto.
I cosiddetti “casi” spesso vengono creati. A volte al tavolino, altre volte lanciati sui social o nei vecchi media, con un’eco amplificata dal bombardamento mediatico. È una strategia usata per quasi tutti i prodotti. Penso al neuromarketing, che ormai è una scienza affermata — non più fantascienza. Quindi, ripeto: credo che ci sia un mercato per qualsiasi tipo di opera. Il problema è raggiungere quel pubblico. Come dico sempre: se non ti fai vedere, non esisti. Cioè, se nessuno sa che è uscito “La falsità d’esser vivo”, nessuno lo acquisterà. Parlo per esperienza personale. Dopo otto anni, posso fare una sorta di bilancio — anche se il mio caso è particolare, perché spazio molto tra i generi, e questo può essere sia un pro che un contro. Chi legge le mie graphic novel è un pubblico diverso rispetto a chi legge le raccolte di poesie, o i miei romanzi. Ad esempio, “Uber Alice” è un romance, mentre i primi due romanzi erano più vicini al mainstream — magari più simili a un Charles Bukowski, quindi con un linguaggio diverso e un target diverso.
Chi legge romanzi non leggerà mai “Piccola Vera e Felice”, che ha un linguaggio molto contemporaneo. Quello che cerco di fare, nel mio piccolo, è trasgredire e contaminare. Perché poi magari nasce anche la curiosità: magari chi compra “Uber Alice”, e legge solo romanzi, trova interessante anche “Piccola Vera e Felice” e il suo seguito. A qualcuno potrà sembrare controproducente, ma a me piace. Mi piace la combustione di generi. Mi piace riuscire, in qualche modo, a stimolare il lettore.
Cosa vorrebbe aggiungere?
Da qui a fine anno abbiamo tantissime uscite. Come avete visto, cerco di pubblicare ogni anno un romanzo, una raccolta di poesie, una di racconti. È già pronta la nuova raccolta di racconti, che uscirà a fine anno per dare un po’ di respiro. Però c’è un bellissimo progetto che lega due generi: “La cucina di Shona”, un ricettario nato da ricette realmente esistenti. Nell’epopea di Shona vengono spesso nominate alcune pietanze: noi le abbiamo raccolte e trasformate in un vero ricettario, con piatti che si possono rifare a casa. Unisce il fantasy alla cucina, ed è molto, molto carino. Uscirà a breve.
Poi ci sono i primi volumi delle graphic novel: “Runway, il primo volume”, uscirà a breve grazie alla graphic designer Chiara Pogliani. Sarà pubblicato in italiano e in inglese, con distribuzione mondiale. Uscirà anche il primo volume di “Super Madness”, spin-off di “Super Santa“, con protagonista una bambina che combatte il male tramite il karate — stile più supereroistico. Stiamo lavorando anche a “Black the Series”, primo volume curato da Simona Lattuga. È vagamente vicino ai Guardiani della Galassia, ma ha una storia completamente diversa. Uscirà anche il gioco di carte ispirato a Shona, realizzato con un distributore americano, che lo lancerà in Italia e Inghilterra. Poi, finalmente uscirà il secondo volume di “Killer Loops“, in collaborazione con Consuelo Francesconi, e successivamente il terzo e quarto, che completeranno la saga di Kimberley.

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